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Un grande grazie ai volontari dell’acquedotto storico!

Vogliamo dire il nostro grande grazie al gruppo di volontari della federazione dell’acquedotto storico e in particolare a Bruno Calabria e a Rita Martini per il coordinamento dei lavori di pulizia dell’ex bocciofila di San Bartolomeo a Staglieno, abbandonata da circa 40 anni, avvenuto nelle giornate del 5 e del 6 maggio 2021.

Lo staff dei Volontari della Federazione con Rita Martini e Bruno Calabria, su proposta di Fabrizio Spiniello dell’associazione Amici di Ponte Carrega e dopo sopralluogo dei giorni scorsi col presidente del Muncipio Roberto D’Avolio, ha iniziato il recupero dell’ex campo da bocce sull’Acquedotto nei pressi di Staglieno destinato ad una delle tante aree di sosta per i visitatori dell’Acquedotto storico: qui di seguito un po’ di fotografie della loro spettacolare opera.

L'ex bocciofila ricoperta di rovi

L’ex bocciofila ricoperta di rovi

Prima

Prima

Dopo

Dopo

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Dopo

 

Dopo

Dopo

Sabato mattina andremo al trogolo di Staglieno dalle 9 alle 13 per sfalciare l’erba e magari iniziare l’intonaco della vasca!

Se qualcuno volesse venire a dare una mano può scriverci qui nei commenti o alla mail info@amicdiipontecarrega.it!

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Il togolo di Salita Alla Chiesa di Staglieno

Grazie!!

Primo maggio in Piazza

Si è svolta nella mattinata del primo maggio la distribuzione di giocattoli e abiti per bambini e di generi alimentari di Genova Solidale e circoli operai con la collaborazione della nostra associazione, nell’ambito del progetto della spesa sospesa che entra proprio in questi giorni nella 54° settimana di attività.
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AAA Cercasi volontari!

Insieme all’amico Bruno Calabria, a Rita Martini del CAI e alla Federazione per la salvaguardia e la valorizzazione dell’acquedotto storico della Val Bisagno stiamo cercando di mettere insieme una squadra di volontari per iniziare la pulizia da rovi e infestanti dell’area dell’ex bocciofila a San Bartolomeo di Staglieno.
Obiettivo: rendere questa area pubblica di nuovo fruibile per i camminatori dell’acquedotto storico con la creazione di una piccola area di sosta.
Si inizia mercoledi 5 e giovedi 6 maggio (intera giornata).
Chi avesse la possibilità di dare una mano in questi giorni o in altre date o nel fine settimana può contattarci su: info@amicidipontecarrega.it.

L'ex bocciofila ricoperta di rovi

L’ex bocciofila ricoperta di rovi

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Grazie mille

Gli appuntamenti settimanali con la Spesa Sospesa

Questa Settimana n. 53 di #spesasospesa si apre martedì 27 aprile alla Basko di San Gottardo e all’Ekom di piazzale Bligny dove troverete rispettivamente i volontari Carlo (Co.ser.co) e Flavio.
Venerdì 30 aprile troverete Federica del #serviziocivile all’Ins di San Gottardo. Nella giornata di sabato la raccolta alimentare proseguirà grazie ai volontari del reparto AGESCI Genova48 di Montesignano e dei Circoli operai preso l’Ins e la Basko di San Gottardo.

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Il video della presentazione del libro “Fa un po’ caldo: breve storia del cambiamento climatico”

Se vi foste persi la presentazione del libro “Fa un po’ caldo – breve  storia del riscaldamento globale” organizzata dall’associazione Amici di Ponte Carrega in occasione dell’Earth Day 2021 o voleste rivederla, vi proponiamo il link della registrazione sul nostro canale YouTube:

https://youtu.be/RY5Ddo8MoZU

Buona visione!

Presentazione del libro Fa un po’ caldo – breve storia del riscaldamento globale e dei suoi protagonisti

Il riscaldamento globale influisce sulla vita quotidiana delle singole persone. Anche sulla tua.
Scopriamo insieme come evitare che a Milano faccia caldo come a Casablanca, che la città di Jakarta sprofondi sott’acqua e che gli alligatori tornino a colonizzare il circolo polare artico (spoiler: è già successo!)
Ne parleremo giovedì 22 aprile dalle ore 18:00 sulla piattaforma Google Meet al seguente link: https://meet.google.com/pmk-gpib-qer insieme agli autori del libro “Fa un po’ caldo, breve storia del riscaldamento globale e dei suoi protagonisti” Federico Grazzini e Sergio Rossi e con Marco Costi e Matteo Dellacasagrande degli Amici di Ponte Carrega.
Il libro è edito da Fabbri Editori 
fa un po caldo

Passeggiate e ciclabili: Il Bisagno sostenibile in una tesi di laurea e su La Repubblica

Ieri, 19 aprile 2021, l’Associazione Amici di Ponte Carrega è comparsa  insieme all’amica Francesca Viani su La Repubblica in un articolo a firma di Rosangela Urso.

Riportiamo qui sotto il testo dell’articolo, buona lettura!

 

PasseggiateBisagno

Comunicazioni sul progetto di adeguamento idraulico del Rio Torre dopo la riunione del 12 aprile 2021

A seguito dell’incontro dello scorso 12 aprile il Municipio, insieme alle associazioni del territorio che partecipano al tavolo sul rio Torre e Piazza Adriatico hanno condiviso questa lettera indirizzata e inviata all’assessore ai Lavori Pubblici Pietro Piciocchi:

Interventi adeguamento idraulico Rio Torre_ Prot.PG/2021

 

River restoration: un articolo de La Voce di Genova

Condividiamo con voi l’articolo di Rosangela Urso su La Voce di Genova sulla tesi di laurea in Architettura di Francesca Viani a cui abbiamo collaborato.

La tesi di laurea è incentrata sulla Val Bisagno e su un progetto di River Restoration che guarda a modelli europei e americani e a una riqualificazione leggera e flessibile che asseconda le stagioni e le piene del fiume.

Buona lettura

 

https://www.lavocedigenova.it/2021/04/06/mobile/leggi-notizia/argomenti/municipio-media-valbisagno/articolo/pista-ciclabile-e-spazio-da-vivere-la-nuova-vita-del-bisagno-nella-tesi-di-unarchitetta-genovese.html

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A sostegno del dott. Bogetti

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Pubblichiamo qui di seguito la lettera inviata all’arcivescovo di Genova, Mons. Tasca a sostegno del dott. Bogetti, ex procuratore della Corte dei Conti e già presidente di Italia Nostra Genova querelato dal CDA dell’ospedale Galliera a causa delle sue dichiarazioni in merito al progetto del nuovo ospedale.

La associazione Amici di Ponte Carrega, insieme ad altre realtà genovesi, ha aderito a questo appello verso il nuovo arcivescovo metropolitano.

Qui di seguito trovate il testo della lettera e l’articolo di Repubblica con i dettagli della storia:

 

COMUNICATO JPG

 

Comunicato stampa in sostegno del dott. Bogetti

L’articolo de La Repubblica in seguito alla pubblicazione del comunicato stampa

 

Se questa è periferia….

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Nel 2018, dopo l’inaugurazione del percorso della memoria di Camillo Sbarbaro, l’Associazione Amici di Ponte Carrega istruì la pratica per la segnalazione della quercia del sagrato della chiesa di San Michele per chiederne il riconoscimento monumentale.

La segnalazione, accompagnata da un dossier di 24 pagine, fu inviata alla Regione Liguria.

Come già anticipato ( http://www.amicidipontecarrega.it/2020/08/28/la-quercia-del-sagrato-della-chiesa-di-montesignano-diventa-monumentale/) dopo due anni di attesa, la quercia del sagrato (Quercus ilex) è stata inserita dal Ministero delle Politiche agricole nella lista degli alberi monumentali d’Italia ai sensi della D.Dir. n. 9022657 del 24/07/2020.

Con la quercia di Montesignano sono 7 gli alberi riconosciuti di interesse culturale e monumentale della città di Genova, come potete vedere dal link qui riportato: <Link>

Ora grazie all’architetto e amico Stefano Repetto, cultore di storia antica della val Bisagno e amante del bello, possiamo aggiungere qualche altro nuovo particolare a questa vicenda, grazie alla ricerca di archivio da lui fatta. Riportiamo quanto da lui raccontato e lo ringraziamo:

“Verso il mezzogiorno del 26 febbraio 1831 il massaro Luigi Ratto di Giovanni mise a dimora sullo spiazzo antistante la chiesa di San Michele due alberi di elce (leccio). La realizzazione dell’acciottolato sul sagrato fu terminata il 20 ottobre 1841, cioè 180 anni fa”.

Nelle prossime settimane sarà apposta una bella targhetta d’ottone a ricordo del vincolo posto.

Nel frattempo celebriamo questo bel riconoscimento per la nostra amata quercia con questo splendido video a cura di Mauro Pirovano e Lafilmaker:

 

 

 

 

 

 

Next generation?

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Il progetto dello skytram della Val Bisagno sarebbe, nei sogni dell’amministrazione comunale, finanziabile con i fondi del Recovery Fund, il Piano Next Generation EU, una valanga di soldi pubblici che l’Europa si appresta a erogare ai paesi membri come contributo per la “transizione ecologica“.
E’ straordinario come questo piano sia in così netta contraddizione con un progetto come quello dello skytram che di “futuribile” e di sostenibile ha assai poco.
E’ vero, però, che questo progetto ha messo a nudo uno scontro generazionale nella visione della nostra città. Da una parte un’idea antiquata di città in cui ha la priorità il trasporto privato e il singolo individuo, che si contrappone ad una una visione di città di più ampio respiro in cui il mezzo di trasporto pubblico non è solo un mezzo di trasporto ma un vero e e proprio veicolo di trasformazione e di miglioramento del territorio.
Nella prima concezione, si punta su un’opera dai costi sproporzionati che rimarrà a carico delle generazioni future (alla faccia della Next Generation) e che intende cambiare tutto per non cambiare niente: il traffico rimarrà uguale ma il paesaggio della Val Bisagno ne uscirà deturpato. La nostra visione invece mira alla realizzazione di una tranvia, un’opera che tenta di migliorare la vivibilità dei nostri quartieri e che limitando il traffico privato, lo disciplinerebbe e di conseguenza contribuirebbe a diminuirlo. Nei contesti urbani in cui è stato reinserito, il tram è stato uno straordinario volano di riqualificazione e di rivalutazione del trasporto pubblico. In merito vi è una larga letteratura di respiro europeo e tutti sono concordi nel valutare positivamente gli effetti di reintroduzione del tram. Non vi è altrettanta letteratura in merito ad una proposta di Skytram perché non vi sono molti esempi di questo mezzo di trasporto in Europa e nel mondo. Sappiamo solo che al di là delle facili considerazioni riguardo all’impatto paesaggistico e di impatto sul torrente Bisagno, il costo di quest’opera si aggira intorno agli 80 – 89 milioni di euro al chilometro. Il Ministero dei Trasporti ha da sempre bocciato il progetto del tram poiché ritenuto antieconomico per i volumi di utenza rappresentati dalla valle. Il tram ha un costo al chilometro che varia dai 20 ai 26 milioni di euro. Basterebbe questo per sostenere le cause di un’opposizione ad un’opera spropositata per il nostro territorio, ma possiamo anche stare al gioco ed elencare altre cause di perplessità: il governo ha appena approvato il finanziamento del filobus per un totale di quasi 500 milioni di euro per tutta la città di Genova e per una linea in Val Bisagno. Davvero il governo aggiungerà altri 800 milioni ai 500 già dati per la città di Genova solo per la Val Bisagno? Altro punto critico: la distanza tra le varie stazioni. I progettisti dello Skytram prevedono di percorrere la Val Bisagno da Molassana (è impensabile un prolungamento verso Prato per gli stessi motivi di cui sopra: alto costo e poca domanda di utenza) a Brignole in 14 minuti. Per fare ciò è necessario ridurre il numero di fermate che sarebbero distanziate di circa 800 metri/1 chilometro l’una dall’altra. Quale sarà quindi l’effettivo tempo di percorrenza fino a Brignole contando gli spostamenti a piedi o con altro mezzo di trasporto o con altro mezzo pubblico? Oltretutto si consideri che la maggior parte del tracciato sarà sulla sponda sinistra del Bisagno e quindi lontano dalle abitazioni. Terzo punto critico: il finanziamento dell’opera. Se è vero che il Comune ha chiesto un finanziamento di 500 milioni per un’opera che ne costa almeno 800 e se è vero, come sembra, che i restanti costi saranno coperti da una joint venture di aziende private, come potrà il privato rientrare di questo investimento con 30 anni di affidamento del servizio in un territorio che perde continuamente utenza e abitanti? Quale dovrà essere il costo dei biglietti per poter assicurare la sostenibilità di quest’opera agli investitori? 
A sostegno di questa tesi che prende in considerazione gli alti costi e la difficile manutenzione, riportiamo il  caso della monorotaia di Sydney: Lo skytram viene demolito solo dopo 30 anni di esercizio.

In definitiva rileviamo diverse contraddizioni che ci sembra troppe persone non abbiano intenzione di approfondire abbagliate da promesse di progresso e che hanno invece a che vedere più con la sfera della propaganda politica.  In questo senso, è molto più facile sostenere un’opera che pur costando 3, 4 volte di più non intralcia la mobilità privata  abbassando il rischio di “costi” elettorali – piuttosto che sostenere un progetto riqualificante da un punto di vista ambientale, trasportistico, urbanistico e perfino più sostenibile economicamente se messo in comparazione con lo Skytram.

Storie IN Scatola intervista Fabrizio Spiniello

StorieInScatola

Sabato 6 marzo raccolta firme in piazza dell’Olmo

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Per permettere a tutti coloro che durante la settimana lavorano di poter firmare la proposta di legge Stazzema contro la propaganda fascista (https://anagrafeantifascista.it/) abbiamo organizzato insieme ad altri antifascisti della Val Bisagno un banchetto di raccolte firme per il prossimo sabato 6 marzo (dalle 9 alle 13) in piazza dell’Olmo a Molassana, davanti al Municipio:

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Spesa Sospesa: un articolo a firma di Ferruccio Sansa

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Con il permesso dell’autore, il giornalista e consigliere regionale Ferruccio Sansa, pubblichiamo l’articolo da lui scritto e pubblicato sul suo sito internet dopo aver partecipato a una serata di spesa sospesa e dopo aver sentito il nostro punto di vista sul tema.

Ringraziamo Ferruccio per il suo partecipato contributo e vi riportiamo qui di seguito il link per leggere l’articolo: https://www.ferrucciosansa.it/anarchici-comunisti-e-cattolici-ecco-i-giovani-che-portano-cibo-e-fanno-rinascere-genova/ :

Anarchici, comunisti, cattolici, ambientalisti, comitati. Semplicemente ragazzi. “Neanche Draghi è riuscito a riunire uno schieramento così”, scherzano. Entrano dai magazzini della parrocchia di San Michele Arcangelo in via Terpi ed escono con uno, due, dieci scatoloni. Li ammassano come possono sulle auto stipate all’inverosimile. E si ritrovano sul piazzale per dividersi le strade. Ogni scatola ha un nome. Ogni nome è una persona, una famiglia. Qualcuno che ha bisogno di cibo.

 

I ragazzi della Val Bisagno andranno da loro, porteranno pasta, biscotti, tonno in scatola. Ma anche qualche parola, uno sguardo scambiato su un pianerottolo, sopra la mascherina. La pandemia ha portato nuova povertà nelle famiglie di Genova, ma ha anche risvegliato forze che non sapevamo di avere. Il virus ha diviso i destini, ma ha unito le forze.

Una rete che coinvolge tante realtà associative della Val Bisagno, da Sant’Eusebio a Struppa passando per Molassana.

Cosi tutti i mercoledì sera le truppe di trenta, quaranta ragazzi partono per il loro viaggio. Un lavoro che richiede un lungo impegno: andare nei supermercati a chiedere ai clienti di fare la spesa anche per chi non ce la fa. Poi portare tutto nella chiesa di via Terpi dove ogni settimana la generosità della gente permette di raccogliere centinaia di scatoloni. E alla fine arrivano loro, i ragazzi con le loro auto, e distribuiscono a centinaia di famiglie. Almeno duecento.

 

Certo, non sarà la salvezza, ma è già molto, una spesa che permette di tirare avanti una settimana senza l’incubo del cibo che manca. Sì, proprio così, a Genova (ma anche Imperia, Savona, La Spezia), magari nell’appartamento accanto al nostro, c’è chi oggi ha fame. Gente che un anno fa viveva come noi, aveva magari un lavoro, mandava i figli a calcio e prenotava le vacanze. Poi il filo si è spezzato, ed era un filo troppo corto: il mutuo per la casa, il finanziamento per l’auto, la tv. E, chissà, magari avevi appena dato fondo ai risparmi per concederti il primo viaggio tutti insieme. O per tornare a casa se venivi da lontano. Ci sono immigrati, ovvio, ma anche tanti italiani. Il bisogno li ha colti impreparati. Lo vedi dalle case, dall’androne del condominio, elegante, pulito, con la passatoia rossa e lo specchio alla parete. Lo intravedi quando si apre la porta dall’ingresso ordinato e dignitoso.

 

Ma da un mese all’altro ti trovi a pensare a come tirare avanti. Ma proprio mangiare. Comprare i libri per tuo figlio, anche solo un quaderno e una matita. E chissà se sia più difficile vincere la fame oppure l’orgoglio quando ti tocca ammettere che hai bisogno di aiuto.

 

Non c’era tanto bisogno appena un anno fa. E chissà, ti chiedi, se esistessero già allora questi ragazzi comparsi all’improvviso con gli scatoloni in mano. C’erano eccome, nei Circoli Operai, negli scout, nei cortei dei Friday For Future, nei gruppi di Legambiente, nella parrocchia, nell’associazione degli Amici di Ponte Carrega, tra i volontari del servizio civile. Ma adesso sono insieme; li unisce il desiderio, è anche questo un bisogno, di non lasciare indietro nessuno. Li richiama la necessità di dare il proprio contributo in una città, un Paese, dove i giovani non hanno voce.

 

C’erano, sì, eravamo noi che non li vedevamo.

 

Questi ragazzi che caricano le auto, girano per le strade. Che suonano a centinaia di porte: ogni campanello una storia. C’è l’operaio turco che da trent’anni vive in Italia e qui si sente a casa, ma d’un tratto, proprio nei giorni del lockdown, ha scoperto di avere un tumore. E adesso sta qui, nel Paese che ormai sente suo, aggrappato al niente. A servizi sociali che annaspano, a un conto in banca ormai prosciugato. C’è la famiglia di un rifugiato politico Urdu che non ha un luogo dove tornare perché nel suo paese lo sbatterebbero in galera. E ci sono anche tanti italiani, anziani a un passo dalla pensione che tirano avanti come possono per raggiungere la meta. Ma soprattutto, sì, incontri tanti giovani, coppie di trent’anni che avevano già dipinto la camera preparando l’arrivo di un figlio. Ragazzi che facevano i cuochi, che avevano messo su una piccola impresa, che erano architetti. Gente che aveva studiato e ha una laurea nel cassetto del tinello. Ora stanno ad aspettare chissà cosa nelle stanze che piano piano perdono i profumi, i colori.

 

Stasera attendono la telefonata dei ragazzi della Val Bisagno che arrivano e portano il cibo, senza fare domande. Soprattutto senza dare l’idea di fare l’elemosina. “È capitato a loro, ma potevamo essere noi”, dicono prima che la porta si apra. Già, può succedere a tanti. La lista presto potrebbe allungarsi, e molto, quando a marzo finirà il blocco dei licenziamenti. E meno male che c’è il reddito di cittadinanza, quella scialuppa di salvataggio che tanti avevano criticato e oggi evita la disperazione. I ragazzi hanno ormai imparato come comportarsi: suonano, salutano, giusto due parole, porgono lo scatolone. Senza cerimonie che sembrerebbero pietà. Qualcuno ringrazia e chiude la porta. Altri invece tengono lo scatolone in mano, a mezz’aria, e cominciano a parlare. Sera dopo sera, frase dopo frase, ci si scambiano i pacchi e le vite. Quelle esistenze che intravvedi appena nei portafoto appoggiati sui mobili dell’ingresso. C’è chi richiude rapido la porta, tenendo alta la mascherina per non essere guardato, e chi invece si offre per compiere servizi di quartiere. Un po’ per sdebitarsi, per guadagnarsi quel pacco, un po’ per uscire da questo lockdown imposto dal virus e talvolta dall’avvilimento. Così un signore di mezza età viene arruolato per tenere gli orti di quartiere, una coppia di pensionati decide di prestare servizio sul sentiero dell’antico Acquedotto che rischia di andare in malora.

 

“Loro hanno bisogno di noi e noi di loro”, racconta Fabrizio Spiniello degli Amici di Ponte Carrega. Anche aiutare ti aiuta. Ma dopo, una volta tornato alla tua vita, ti resta il peso: “Il problema non è risolto, il nostro è un servizio di emergenza. Non si può pensare che diventi la regola. Purtroppo, dopo tanti tagli, c’è un grande vuoto: i servizi sociali si stanno rassegnando a delegare a noi. Ci chiamano per affidarci la sorte di persone e famiglie che non riescono a seguire. Non può essere così”, dice Fabrizio. Le istituzioni che si arrendono e si appoggiano ai cittadini.

 

Ma un servizio pubblico non può diventare carità. La città deve affrontare questa povertà nuova e non meno dolorosa. Questa povertà con le Nike, lo smart phone con la scheda ormai scarica e la Playstation – ma non il cibo – che abbiamo imparato ad associare a una sconfitta. Addirittura a una colpa.

 

Guardi i ragazzi partire con i loro scatoloni e capisci che oggi le nostre città rischiano la sconfitta. Ma forse comincia anche la rinascita.

 

Copyright Ferruccio Sansa 2020

 

Quando le parole non servono: una riflessione sulla spesa sospesa

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Pubblichiamo con grande piacere una riflessione scritta da Luna Scoglio, volontaria del Servizio Civile – Garanzia Giovani che si è appena concluso, sulla Spesa Sospesa:

Sono in piedi da due ore, e inizio anche ad avere un po’ freddo. Ci sono gli spifferi, e ogni volta che la porta scorrevole si apre, entra una folata di vento. Il mio umore non è dei migliori, chiunque abbia lavorato a contatto con il pubblico sa quanto le persone possano essere sgradevoli. All’ordine del giorno vi sono persone che non salutano, che ti ignorano malamente, scortesi, frettolose… E tu sei lì, e ti chiedi come si sia possibile fingere di non vedere una raccolta alimentare. Come si fa ad essere indifferenti sapendo che, se il carrello rimane vuoto, c’è qualcuno che rischia di non avere un pasto in tavola? Alle poche persone che si fermano a parlare, chiedendo informazioni, racconto che ci sono tante, troppe famiglie a beneficiare di questo aiuto. “Come fate a sfamarne così tante?”, mi chiedono i passanti. E io provo a raccontare che è uno sforzo collettivo, che ci sono tante persone come me che dedicano una parte del proprio tempo per fare questa raccolta. Una reazione frequente in cui mi imbatto e l’ammirazione, di sicuro. Eppure, il problema è proprio questo: come tradurre la buona volontà degli interessati in qualcosa di concreto? Come spingere le persone ad impegnarsi in prima persona? Mentre continuano a frullarmi in testa queste domande, arrivano varie persone: è quasi l’ora di punta e c’è un viavai di persone di tutte le età. Come sempre, porgo un volantino e invito a mettere qualcosa in più nel cartello, qualcosa da donare. Un signore mi passa davanti e mi fa un cenno, avvicinando le mani alla testa, come a voler dire “c’ho da fare, lasciami in pace”. Mi irrito all’istante, sento il fuoco divampare dentro. Il costo, sia in termini di denaro che in termini di tempo, per acquistare un bene in più facendo la spesa per casa propria, è pressocchè nullo! Con che coraggio le persone mi rispondono che non hanno tempo? E voglia? É inconcepibile, e la maleducazione, è la ciliegina sulla torta. Ovviamente lascio correre, non posso e non voglio discutere con nessuno. Ci rimango male, ma a questo tipo di manifestazioni di disinteresse, già dopo qualche ora, ci si fa l’abitudine. E invece, una gioia inaspettata. Il signore che due minuti prima mi aveva snobbata allegramente, mi si avvicina e mi porge un tesserino: «Ente Nazionale Sordi». In quel momento un’ondata di stati d’animo mi ha attraversato: lo stupore, l’imbarazzo, la curiosità. Quell’individuo che mi stava davanti, non solo non era stato scortese nei miei confronti, ma addirittura era tornato indietro per darmi spiegazioni. La comunicazione poi, è andata avanti, io non saprei descrivere come: gesti, suoni, dita che disegnano lettere sulle pareti lisce intorno a noi. La vita che sprizzava quest’uomo, mi ha contagiato: la voglia di comunicare, l’entusiasmo per quello che stavo facendo… Ha mostrato più interesse di tutte le altre persone incontrate quel pomeriggio messe assieme, ed è tornato, a spesa conclusa, con un intero sacchetto di cibo da donare. E non ho potuto fare a meno di rallegrarmi. Fare una qualsiasi attività di volontariato, comporta dei momenti in cui ci si ritrova a riflettere su quello che si sta facendo. Prima fra tutte, la consapevolezza che basterebbe un contributo minimo di tutti per ottenere un risultato grandioso. Sono davvero imprescindibili le immagini dei bambini con gli occhi grandi e i pancini gonfi per ricordare alle persone che c’è chi ha fame? Le pubblicità progresso? Non basterebbe invece elaborare la quantità di dati e informazioni che i media riportano sulla povertà crescente in Italia per rendersi conto che il problema è impellente? «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo», diceva Gandhi. Le parole non servono, ma basta un buon cuore.

Luna Scoglio

 

Grazie ragazzi!

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Lo scorso venerdì 26 marzo si è concluso il ciclo di Servizio Civile – Garanzia Giovani per l’emergenza covid di cui siamo stati partner con Legambiente Liguria e Cooperativa La Comunità.

I ragazzi sono stati una forza fondamentale per permettere il funzionamento del progetto della spesa sospesa che la nostra associazione, insieme ad altre realtà del territorio, sta portando avanti da quasi un anno.

Il nostro ringraziamento va a questo gruppo di ragazzi che ha lavorato, in piena emergenza, svolgendo un servizio encomiabile per tutta la comunità.

Per questo motivo vogliamo ringraziarli uno per uno: Luna, Chiara, Federico, Arianna, Tamara.

Grazie grazie grazie!

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Alcune considerazioni dopo nove mesi di “Spesa sospesa”

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L’iniziativa “Spesa Sospesa” nasce in piena emergenza Covid, un’emergenza che ingenuamente si pensava fosse transitoria. Nasce come un servizio di bassissima soglia, per dare una risposta rapida a un bisogno – e un diritto – fondamentale, ossia il cibo.

La decisione di lanciarci in questa avventura nasce da anni di presidio e cura del territorio, una cura che non può prescindere dalla cura dalle persone che lo abitano e che si trovano ad affrontare serie difficoltà economiche dovute alla pandemia da Covid 19.

Con il passare dei mesi, l’esperienza si è consolidata e strutturata, ma sostanzialmente consiste in un piccolo gruppo di volontari che settimanalmente raccoglie, prepara e consegna borse di viveri non deperibili ad un numero variabile di famiglie, al momento 63, con una cadenza che da bisettimanale è diventata mensile. I beni non deperibili vengono raccolti nei supermercati del territorio, grazie alla solidarietà delle persone, con il prezioso supporto dei volontari.

Grazie all’impegno dei volontari e alla collaborazione con altri enti possiamo quindi assicurare un servizio continuativo che però, proprio perché conta sul volontariato delle persone, potrebbe doversi interrompere in qualsiasi momento se la situazione personale dei singoli dovesse cambiare.

Dall’inizio della pandemia (aprile 2020) abbiamo continuato l’attività di raccolta nei supermercati, preparato gli alimenti per le famiglie e consegnato quanto raccolto, tenendo traccia di quanto veniva donato e di quanto veniva consegnato. Dall’anno scorso come associazione abbiamo sostenuto in modo continuativo circa 30 famiglie, delle quali alcune segnalate dai servizi sociali, che non avendo risorse a disposizione ci hanno chiesto aiuto nel supporto alle persone più vulnerabili. Oggi con il prezioso supporto dei volontari del servizio civile (Cooperativa La Comunità e Legambiente) dei Circoli Operai, degli Scout del Genova48 e di Coserco riusciamo ad aiutare mensilmente 63 famiglie solo in Val Bisagno.

Complessivamente dallo scorso aprile sono stati raccolti:

1491 PACCHI DI BISCOTTI

576 TRA CONFEZIONI DI THE E CAFFE’

679 KG DI FARINA

1496.5 LITRI DI LATTE

1976 CONFEZIONI DI LEGUMI

562.5 LITRI DI OLIO

816 VASETTI DI OMOGENEIZZATI

2496.5 KG DI PASTA

1720 CONFERZIONI DI PELATI

881.5 KG DI RISO

1036.5 BOTTIGLIE DI SALSA DI POMODORO

2089 SCATOLETTE DI CARNE IN SCATOLA E TONNO

568 KG DI ZUCCHERO

357 TRA PRODOTTI PER LA CASA E IGIENE PERSONALE

Siamo consapevoli che quanto raccolto sopperisce solo in piccola parte al bisogno reale delle persone che abbiamo deciso di aiutare, e in modo maggiore rispetto ai bisogni dell’intera città. Bisogni che riteniamo non siano solo legati alla pura sussistenza. In un momento di fragilità e precarietà come questo le persone hanno bisogno di “relazione”, di comunità. È per questo motivo che la scorsa primavera abbiamo deciso di attivare dei numeri per le persone sole, che non hanno nessuno con cui condividere la propria quotidianità. Per lo stesso motivo prima di Natale abbiamo aderito all’iniziative del “Giocattolo sospeso”, ideato dai Circoli Operai. Grazie alla generosità delle persone e di alcuni negozianti abbiamo raccolto e distribuito giochi nuovi e usati alle famiglie coinvolte nella “Spesa sospesa” e a quanti si sono presentanti nelle giornate di distribuzione.

Crediamo fermamente che l’aiuto alle persone che in questo momento sono più fragili e in difficoltà non possa essere ridotto ad un mero sostentamento improntato sulla “carità”, dimenticandosi invece della complessità delle persone e delle situazioni che sono chiamate a vivere quotidianamente.

In una logica spesso troppo incentrata sul “fare” a volte non si trova il tempo di fermarsi e fare il punto su ciò che si sta facendo, su quali siano i punti forti e quali quelli critici del nostro agire.

Approfittando in qualche modo della libertà di espressione che la natura completamente volontaria del nostro impegno ci consente, ci siamo ritagliati alcuni momenti di pensiero e condivisione per osservare “dall’alto” la situazione particolare che stiamo vivendo. Come privati cittadini e come associazione di promozione sociale, riteniamo infatti fondamentale continuare a porci in maniera critica rispetto ai fenomeni sociali che osserviamo. Di seguito riportiamo quindi alcune riflessioni e constatazioni, non in ordine di importanza, che ci piacerebbe condividere con chiunque abbia voglia di conoscerci un po’ più da vicino .

Una prima constatazione riguarda proprio “l’osservatorio” della spesa sospesa: l’analisi ad un livello micro come quello del nostro quartiere ci dice molto sul contesto generale rispetto alle politiche del lavoro e al sostegno a quanti lo perdono, alla cura delle persone che per età o condizione non possono lavorare e più in generale rispetto allo stato dei servizi – in particolare sociali – e la visione della condizione di marginalità che vivono le persone, soprattutto nelle periferie come la nostra.

La risposta istituzionale alle necessità, impellenti, delle persone si limita ad un’azione emergenziale, una risposta carente e miope ai bisogni e diritti primari delle persone e basata su una logica di carità: redditi di emergenza – nella “migliore” delle ipotesi – buoni spesa – quando disponibili – e riferimento a realtà del volontariato o del terzo settore più o meno strutturate per accedere a servizi o beni che l’istituzione non è più in grado di fornire. È, quindi, chiara la debolezza dell’istituzione pubblica, in particolare di tutto l’apparato dei servizi sociali, che deriva da anni di risparmi sulla spesa pubblica e tagli che, nel momento di maggior bisogno di un’istituzione presente e forte, sono molto più evidenti. E dove l’istituzione manca ci si affida al territorio, al volontariato, al “buon cuore” delle associazioni e delle persone, in un meccanismo chiaramente improntato sulla carità.

E la stessa logica di affidamento alla persona si riflette in modo speculare nel nostro rapporto verso le istituzioni. Nella nostra esperienza c’è collaborazione e comunicazione con i servizi sociali del territorio perché c’è relazione col singolo operatore, ma non è abbastanza e le nostre reti di relazioni interpersonali sul territorio diventano fondamentali per continuare a fare quello che stiamo facendo.

Un altro aspetto su cui crediamo sia importante soffermarci riguarda il fatto che questa ultima crisi, come immaginabile, colpisce persone che già vivevano in situazione di fragilità: la quasi totalità delle famiglie che seguiamo era già conosciuta o in carico ai servizi e il nostro piccolo contributo si aggiunge ad una presa in carico istituzionale di anni a volte, indicatore del fatto che le risposte in essere prima della crisi probabilmente non erano abbastanza o abbastanza sostenibili.

Una terza riflessione è legata, come si menzionava sopra, al pensiero sulla persona in condizione di fragilità/marginalità: le famiglie e i singoli con cui ci rapportiamo non hanno diritto nemmeno a scegliere cosa mangiare, perché il contenuto delle borse dipende da cosa raccogliamo, dal “gusto” di terzi e da una suddivisione degli alimenti che giocoforza ci troviamo a fare per poter fronteggiare tutte le richieste. E sebbene chiediamo e cerchiamo quanto possibile di diversificare, o di rispondere ad alcune richieste puntuali, in questo sistema il “povero” non ha voce, né possibilità di azione: si limita a dover accettare l’aiuto concessogli, ringraziando noi che a nostra volta ringraziamo chi dona dei viveri perché sappiamo che grazie a questo potremo continuare ad assicurare un piccolo aiuto. Questo è svilente, prima di tutto per le persone con cui ci rapportiamo, e per noi volontari, che ci sentiamo bloccati in un meccanismo che si autoriproduce e da cui è difficile emergere.

L’ultima riflessione riguarda l’occasione di incontro e vicinanza che questa attività ci sta dando: in primis il rapporto con le famiglie, con cui ormai si è stabilita una certa confidenza, che si manifesta nell’invito a prendere un caffè o nella telefonata per chiedere un’informazione o capire come muoversi in una certa situazione: pagare le bollette, avere aiuti con gli affitti, trovare la cancelleria per la scuola dei figli. Il mercoledì sera è ormai fatto di piccoli riti nel passaggio di casa in casa e incontri preziosi. Arricchente e prezioso è lo scambio con le persone degli altri enti e associazioni che, a partire dai valori più diversi, sono impegnati in attività simili alla nostra, donando tempo, energie, braccia e kilometri e impegnandosi a collaborare per un obiettivo comune. Ci dà speranza, infine, incontrare una cittadinanza generosa, che continua a donare e a interessarsi, ed esercenti che continuano ad aderire all’iniziativa.

Ci chiediamo spesso se potremmo fare di più, strutturarci di più, interagire con altre realtà per poter dare una risposta più ampia ai bisogni con cui ci interfacciamo… certamente, organizzandosi è possibile fare tutto, ma non è questo il nostro compito.

Non vogliamo infatti diventare “professionisti della beneficienza”. Siamo presenti sul territorio e tra le persone che lo vivono, come comunità solidale, e vogliamo continuare a esprimerci liberamente rispetto a quello che facciamo, riportandone criticità e spunti di miglioramento.

Pertanto, vogliamo concludere riaffermando la necessità di risposte più complesse a situazioni complesse, come lo sono le vite delle persone, che escano da una logica emergenziale: è necessario coinvolgere le persone in una progettualità in cui siano protagoniste, in cui possano partecipare in prima persona, mettere a frutto le proprie competenze e conoscenze e attivarsi, per non rimanere schiacciate, per ripensarsi al di là della situazione di difficoltà che stanno affrontando. Nel nostro piccolo, stiamo cercando di coinvolgere quanti lo vogliano nelle attività dell’associazione nel quartiere, nel supporto alla spesa sospesa stessa e, quando il nostro sogno degli orti sociali diverrà finalmente realtà, ci auguriamo di riuscire a coinvolgere le famiglie che lo vorranno nella coltivazione di un piccolo orto.

Così come per i problemi legati al dissesto idrogeologico del nostro territorio, alla sanità o alla mobilità e i trasporti, anche per quel che riguarda i servizi sociali e il supporto alla persona crediamo fortemente che lo sguardo oggi debba andare oltre la gestione dell’emergenza. Occorre ripensarci come comunità, rimettere al centro le persone e le relazioni, per intraprendere un cammino di analisi e ci auspichiamo risoluzione di problematiche complesse come quelle sopra descritte.

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La politica urbanistica di questa città continua a colpi di variante

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Ieri è andata in scena l’ennesima puntata di questa soap opera che, con la complicità di giunte sia di destra che di sinistra, dura ormai da troppi anni: Esselunga sbarca a San Benigno

 

Puntualmente, i piani urbanistici vengono derogati e stravolti ogni qualvolta si presentino operatori privati della grande distribuzione. Disturba che al benessere dei cittadini sia costantemente anteposto il profitto dei privati e degli oneri di urbanizzazione che garantiscono incassi alle casse comunali in perenne stato di carenza.

 

 

L’interesse pubblico ѐ sempre accantonato: non esiste una politica urbanistica di ampio respiro che consideri il momento critico di questa città che continua a perdere abitanti. Pianificare la ripresa per il prossimo decennio sarebbe l’unico modo per tentare di evitare che i giovani se ne vadano e per tentare di attrarre forze lavoro e professionisti qualificati che qui potrebbero costruirsi un futuro.

29 settembre 2007 – Come risultano vuote e sterili le parole del Senatore Architetto Renzo Piano e l’allora Sindaco Marta Vincenzi “..sia chiaro che non si tratta di demolire per ricostruire, si tratta di demolire per dare aria..

Purtroppo alle parole non seguirono i fatti; al 2021 non è cambiato nulla; non si è fatto altro che apportare varianti dove il costruito aumenta a favore delle grandi catene di vendita a spese del territorio e delle prossime generazioni.

Cambiano i colori ma i risultati restano invariati. Queste sono le parole dell’architetto Simonetta Cenci, assessore all’urbanistica della Giunta Marco Bucci all’edizione 2018 della #GenovaSmartWeek. “Genova Smart intesa come essere flessibili e veloci: tra le nostre migliorie che ci siamo proposti è far sì che le procedure per le imprese possano essere agevolate in tutte le procedure, sia urbanistiche che commerciali.” – e oggi si procede in tal senso a cambiare il PUC per Esselunga con una procedura d’urgenza.

Questa politica ѐ ovvia quanto shoccante: attraverso nuove colate di cemento, si aumentano i profitti dei privati e delle grandi catene a discapito della cittadinanza.

Davvero Genova ha bisogno dell’ennesimo centro commerciale? Possiamo discutere quanto volete sull’opportunità di questa ennesima operazione: la nostra posizione si sposa con quella di quanti affermano che l’impoverimento del tessuto commerciale di prossimità sia un danno di enorme portata per i nostri quartieri.

Oltre a quanto detto sopra non abbiamo ancora citato il vero grande nemico del commercio locale, anche della grande distribuzione: l’e-commerce, cresciuto del 40% sotto l’emergenza Covid19 e che rappresenta un processo inevitabile che avrà un ulteriore ruolo nella trasformazione urbanistica delle città con la diffusione di grandi centri logistici e di magazzini.

Ma qui vogliamo invece raccontare della continuità tra l’attuale giunta e le passate per quanto riguarda la modifica dei piani urbanistici a servizio della GDO: era successo anni fa, sotto la giunta Vincenzi, per l’area dell’ex Italcementi e per l’area delle ex officine Guglielmetti; è accaduto ultimamente per le piscine di Nervi, per lo Champagnat e oggi accadrà anche per le aree Biasotti a San Benigno: un proliferare di tutti i tipi di grande distribuzione, di ogni tipo (inutile parlare di colore politico: quando si parla di GDO l’unico colore che conta è quello degli oneri di urbanizzazione che il privato è tenuto a versare per legge nelle casse pubbliche per la realizzazione delle opere) da Levante a Ponente passando per le due vallate, che hanno pagato il prezzo più alto in questo scacchiere per spartirsi la clientela genovese: la Val Polcevera e la Val Bisagno.

Quanto andrà avanti tutto questo?

Non possiamo fare previsioni. La misura sembra a tutti ben colma, da troppo tempo, soprattutto per le piccole e medie imprese del commercio di prossimità, oramai stremate e pronte a una nuova debacle.

Ma la misura sembra anche colma per il tessuto urbanistico di questa città, “riqualificata” a colpi di nuovi insediamenti commerciali, soffocata dal traffico veicolare per permettere il funzionamento di questi centri di grande attrazione e soprattutto sempre più povera, di persone e capitali.

Come ormai tutti saprete, Genova perde abitanti: il saldo tra nuovi nati e morti è negativo da alcuni decenni.

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Per quanto possiamo ancora permetterci una urbanistica d’assalto come quella che ci viene ancora oggi presentata?
Chi pagherà il prezzo di insediamenti sempre più diffusi e sempre meno frequentati?

 

 

 

Dal generale al particolare, e poi dal particolare di nuovo al generale. Perchè il decentramento e i municipi sono una soluzione al governo partecipato della città e non solo

SINDACO PERCHÉ VUOLE CAMBIARE? (La Repubblica 09/01/2021)

“Entro fine febbraio vogliamo concludere per migliorare l’efficienza, cioè avere il massimo risultato al minimo costo, e l’efficacia, che è il risultato percepito dai cittadini. È fondamentale ridefinire il rapporto e il ruolo Comune-Municipio, lavorare sul meccanismo di ripartizione di compiti, funzioni e risorse, e sul processo della costruzione delle decisioni politiche e amministrative.”

Lo stesso sindaco dichiara “Più fondi per le manutenzioni ma voglio municipi più efficienti

In cosa consistono l’efficacia e l’efficienza proclamate dal sindaco Marco Bucci, che preferisce definirsi manager più che politico? E qual è la percezione dei cittadini? Come si costruisce quella percezione che può portare effettivamente a un processo di costruzione delle decisioni pubbliche e amministrative?

La gestione di una città, specie una città complessa come Genova, richiede sicuramente un’organizzazione sistemica e funzionale a garantire una risposta efficace ed efficiente alle sue esigenze. La città è però anche comunità, cioè insieme di persone che condividono relazioni di molteplice natura, e che vivono un territorio vasto e diversificato. Ciascun cittadino vive il proprio contesto quotidiano, ha rapporti con il proprio quartiere, con il vicinato e con il contesto ambientale (anche se sempre più raramente) in cui è inserito. In questa rete di relazioni le persone maturano aspirazioni, desideri, frustrazioni, consapevolezza di sé e degli altri, più in generale, vivono. Ecco perché la Città è qualcosa di estremamente complesso. L’insieme delle persone e delle relazioni che si formano tra di esse danno vita ai quartieri, che in una città come Genova sappiamo essere molto diversi tra loro. I quartieri vengono poi a formare i Municipi, fino ad arrivare alla città tutta, che non è quindi un’entità a sé il cui governo possa essere definito in un unico palazzo. È invece l’insieme di percorsi locali, che dovrebbero essere chiamati a incontrarsi tra loro in modo da costruire una progettazione collettiva.

Il problema del decentramento, quindi, non è da trattare con canoni di efficienza puramente economica. L’obiettivo deve essere quello di promuovere esperienze di appartenenza consapevole tra territori, che è politico, prima che gestionale. La città va quindi ripensata come relazione di soggetti particolari con lo scopo di rendere possibile a tutti i livelli la partecipazione alla progettazione collettiva in cui collocare il proprio “specifico particolare”, assieme a quello degli altri, capendo cosa si sacrifica, perché e per cosa, con quali prospettive, in ragione di quali vincoli e opportunità. Se l’obiettivo è questo, la complessità non è più un ostacolo alla realizzazione efficiente dell’obiettivo, anzi. Riconoscere la complessità delle relazioni e delle particolarità descritte sopra, è il primo passo per instaurare un processo di costruzione delle decisioni pubbliche e amministrative, così come dichiarato dal sindaco Bucci. Ridurre “il risultato percepito dai cittadini” a una mera realizzazione efficiente di un operato (riparare una buca?) non va nella direzione di una percezione consapevole del ruolo che i cittadini possono avere nell’affermare il proprio percorso in relazione a quello di altre parti della città, ma si ridurrebbero, i cittadini, ad osservatori plaudenti di un operato deciso altrove.

Sulla base di cosa, quindi, i Municipi non sono definibili efficienti ed efficaci per il sindaco Bucci? Se i Municipi sono ridotti a esecutori amministrativi di quanto stabilito altrove, allora sicuramente la soluzione più efficace è di minimizzarne il ruolo politico. Se l’obiettivo è invece quello di garantire l’incontro con le territorialità da parte dell’amministrazione comunale, per recepirle e riportarle nella gestione della città tutta, allora non si può valutare l’efficienza dei Municipi sui canoni proposti dal nostro sindaco.

Nel Municipio IV Media Val Bisagno sono molti gli esempi di partecipazione attiva da parte di cittadini e associazioni, spesso legati al Municipio da patti di collaborazione, per la cura del verde e del quartiere in genere (pulizia del Bisagno, cura dell’acquedotto storico, recupero di terreni abbandonati per la realizzazione di orti sociali/comunitari). Quale consapevolezza esiste a livello comunale di questi percorsi? Percorsi che non sono di semplice cura del territorio, ma di costruzione di consapevolezza e relazioni. L’ultimo esempio di questo tipo di percorsi riguarda il progetto della “Spesa sospesa”, iniziato con la deliberazione di Giunta Municipale 10 del 10.04.2020. In collaborazione col Municipio e le ATS è stata costruita, in aiuto alle famiglie in forte difficoltà, una rete per la fornitura di beni di prima necessità e supporto all’accesso a fondi di sostegno. Ci ha sorpresi ricevere, ancora lo scorso novembre da parte del centro volontariato del Comune, una richiesta di volontari per il supporto a persone vulnerabili con oggetto: “riattivazione del servizio #TIFACCIOLASPESA”. Lo stupore viene dal fatto che il progetto “Spesa sospesa” non si è mai fermato da aprile scorso. Al contrario, le famiglie che ne usufruiscono continuano a crescere, segnalate anche dalle ATS, e sempre grazie a cittadini cha hanno deciso di regalare il proprio tempo per rispondere ai bisogni delle persone che vivono il territorio. Nuovamente ci chiediamo quale consapevolezza esista di questo percorso a livello comunale. È davvero la soluzione più efficace quella di reclutare volontari a livello centrale senza avere conoscenza dei percorsi già esistenti sui territori?

La valutazione di efficacia ed efficienza di un processo devono quindi essere ridefiniti rispetto all’obiettivo che si vuole perseguire, senza dimenticare che il processo stesso dovrebbe costituire parte dell’obiettivo da raggiungere. La costruzione di consapevolezza nei cittadini, che è il nostro primo obiettivo, passa attraverso la presa di coscienza della complessità dei territori da parte di più persone possibili. La soluzione non può essere, quindi, quella di smantellare luoghi in cui coltivare consapevolezza e partecipazione per fornire risposte veloci in nome dell’efficienza. Piuttosto è doveroso inserire risposte efficaci nella complessità che è propria di quei territori, in modo che i cittadini non siano, appunto, spettatori plaudenti, ma attori consapevoli.