Ex Moltini, nostro intervento su Il Secolo XIX

Oggi su Il Secolo XIX il nostro intervento sull’area Moltini a firma di Alice Martinelli.
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/02/27/AQLeKjvB-calcio_fabbrica_posto.shtmlex MoltiniPubblichiamo anche l’articolo di risposta di Ricupoil comparso su Il Secolo XIX il 28 febbraio:

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/02/28/AQkIykwB-cittadini_risponde_proteste.shtml

 

AREA MOLTINI – Industria di recupero oli usati ?

MoltiniViaLodiAREA MOLTINI
Ora è ufficiale: l’area Moltini è stata rilevata dal gruppo Ricupoil  per una cifra vicino ai due milioni di euro.

E’ pertanto probabile il trasferimento dei mezzi, da Via Laiasso e quelli dislocati provvisoriamente nelle ex officine Guglielmetti, in Via Lodi.

L’ufficio Bonifiche del Comune ha confermato che le opere di bonifica della ex piombifera stanno andando avanti e sono quasi ultimate.

Nascono ora alcune domande:

In Via Lodi c’è la scuola Mazzini Lucarno (elementari, medie, nido e materna), ora rimasta incastrata tra una rimessa di c.a. 300 pullman (rimessa Gavette) da una parte e da una industria di recupero oli usati dall’altra parte.

E’ venuto il momento di affrontare la questione irrisolta dell’impatto ambientale delle sostanze inquinanti in sospensione a causa dei fumi di scarico degli autobus, in sosta nella rimessa con motore acceso in riscaldamento. Quali conseguenze hanno le polveri che tutti i giorni i nostri ragazzi e bambini (0-14 anni) devono respirare e ingoiare nei polmoni per compiere il loro dovere di studenti?. E ‘sufficiente chiudere le finestre?

Il preside precedente aveva fatto molte segnalazioni ma ci risulta tutte cadute nel vuoto.

Nel prossimo consiglio d’istituto questo argomento è stato inserito all’ordine del giorno.

Ma ora quale ulteriore impatto avranno le attività di Ricupoil, anch’esse così vicino alla scuola?

In ultimo non dimentichiamo il problema, ovviamente “sentimentale“, sulla perdita dei significati del paesaggio che i nostri bambini dovranno affrontare ogni volta che guarderanno dalla finestra. Con la prossima costruzione dell’albergo di Talea (gruppo Coop Liguria) è previsto un edificio alto 35 metri e lungo 45. L’edificio è collocato sopra uno “zoccolo” alto come la massima altezza delle volte della rimessa attuale, nel quale verrà collocato un grande parcheggio di pertinenza e di interscambio, con sotto una grande galleria di vendita. La struttura è collocata difronte alla scuola, sulla sponda sinistra del Bisagno e quasi certamente ostruirà la vista della collina della Chiesa di S. Michele perdendo completamente il senso del luogo, già oggi seriamente compromesso dall’impatto del vicino “ecomostro”, visibile anche se è lo scheletro della struttura è a circa metà della sua lunghezza di costruzione (vedi articoli precedenti).

Tra gli scarichi di fumo, tra i rumori delle auto-spurgo, le code di autoveicoli ai centri commerciali, e senza più il significato del paesaggio, a quali slanci vitali potrà aspirare lo spirito dei nostri figli? Forse aspirerà ai giardinetti sopra lo zoccolo del vicino centro commerciale, ma anch’essi sono incastrati tra un parcheggio di pertinenza e uno di interscambio (dall’auto al carrello), che sarà pagato quasi certamente da noi, come scorporo dagli oneri di urbanizzazione. Per non parlare della rampa a doppia elica per l’accesso al tetto- parcheggio che sarà collocata in prossimità di una rotonda che deve essere già allargata di oltre tre metri, ancor prima di essere realizzata, perché il progetto è già superato con l’aumento dei veicoli previsti dall’apertura congiunta dei due centri commerciali in costruzione.

Tutto questo è certame legale, sono diritti acquisiti di chi ha comprato, a causa di chi li ha concessi.

Chi ha comprato lo ha fatto partecipando a una gara pubblica offrendo uno sproposito, e per quale motivo? si temeva un concorrente?

Cercheremo di capire insieme se tutto questo, oltre a essere legale è anche etico. Non tutto ciò che è legale è anche giusto, occorre capire se in tutta questa strategia di riqualificazione è stato messo al centro “l’uomo” o la logica delle “cose“.  Abituati a vendere, si rischia di vendere anche l’uomo, fino a raggiungere estreme conseguenze.

“- Adesso bisogna ricostruire tutto

E una donna aggiunse:

- Non c’era altro da fare, visto che le cose eravamo noi.

Gli uomini non saranno mai più rimessi al posto delle cose.”

 Tratto da “Oggetto quasi” di José Saramago – premio Nobel per la letteratura 1998 

Slogan

Il carosello

Lo slogan è la moda dei nostri tempi, è una breve frase capace di esprimere un concetto in modo efficace e sintetico, il che lo rende particolarmente adatto alla propaganda e alla pubblicità.

Ma spesso lo slogan nasconde insidie e deviazioni dei concetti che sono in grado di assopire la coscienza e il buon senso dei cittadini, in questo modo è più facile fargli accettare cose che diversamente sarebbero respinte.

Per esempio si sosteneva che un ponte del 1788 era “fuori norma” e per questo occorreva abbatterlo, ma se accettassimo questa logica dovremo abbattere anche ponte vecchio di Firenze, e forse anche molti altri ponti romani o medioevali, certamente “non a norma” semplicemente perché a quel tempo non esistevano norme come quelle di oggi. 

Ma l’insidia degli slogan è molto più sottile e idoneo alla propaganda.

Per esempio un famoso slogan ancora oggi molto di moda che piace tanto è “costruire nel costruito” lasciando intendere che non è più possibile procedere con un consumo indiscriminato di suolo.

Solo un bene riconosciuto tale ha valore e quindi merita di essere perseguito dalla collettività. 

Costruire sul costruito” non è un bene a priori, basta pensare ai danni che la dittatura di Nicolae Ceaușescu’ ha fatto con la demolizione della capitale Bucarest, distruggendo il centro storico e demolendo capolavori medioevali per costruirci sopra enormi e anonimi palazzoni in stile sovietico.

Costruire sul costruito” non è un bene a priori!

costruire MENO superfici e volumetrie” non è un bene a priori, basta pensare cosa sarebbe del bel paese se i nostri maestri del rinascimento avessero applicato questa singolare regola. Non ci sarebbe la cupola del Brunellechi: chi sarebbe contrario a un’opera davanti a casa dove aprendo la finestra si mostrasse un capolavoro come Santa Maria Novella?

costruire MENO superfici e volumetrie” non è un bene a priori! è la qualità del costruito che fa la differenza!

 Anche “creare nuovi posti di lavoro” è uno slogan di moda e attualissimo. Ma anche in questo caso creare nuovi posti di lavoro non è un bene a priori. Se non si guarda alla qualità del lavoro creato, la società che massimizza questo slogan è la società basata sulla schiavitù, e questo certamente non è un bene.

creare nuovi posti di lavoro” non è un bene a priori!

Per rovesciare il senso comune di questi slogan basta riflettere su cosa sia veramente un bene e quindi porsi in quella prospettiva. Ovviamente in questa prospettiva emergono le visioni contrastanti, i conflitti di interessi, perché non è detto che un bene particolare, per esempio quello che massimizza un profitto o la strategia per non avere concorrenti commerciali, coincida con il bene comune, o comunque dei molti.

Un intervento di riqualificazione urbana, per essere un bene, deve porsi come obbiettivo il bene comune e mediarlo con il bene dei proponenti che hanno spesso obbiettivi contrastanti.  Derogare al bene comune, per un’amministrazione, significa porsi in una condizione d’ingiustizia a favore di una parte più forte che ha la capacità di imporla. 

Quali sono i beni che un’amministrazione dovrebbe tutelare?

La salute dei cittadini e delle generazioni future sono beni riconosciuti come tali e come tali hanno un valore.

Un ambiente sostenibile è un bene e come tale ha valore.

Il paesaggio e l’identità storica, sono un bene e come tale hanno un valore.

I posti di lavoro stabili e qualificati, sono un bene e come tale hanno un valore.

L’istruzione e l’intelligenza è un bene e come tali hanno un valore.

La mobilità, ovvero la possibilità di muoversi in città a basso costo è un bene e come tale ha un valore, ma spesso questo bene non coincide con nuovi parcheggi, tantomeno se sono parcheggi di interscambio: auto – carrello (della spesa).

Per giudicare i progetti di trasformazione occorre valutare se questi massimizzano il bene comune o diversamente sono compatibili solo con gli slogan e gli interessi dei costruttori.

Per perseguire il Bene Comune occorre darsi un Etica, non c’è altra via.

“Noi crediamo nel potere illimitato delle forze spirituali: Amore, Verità, Giustizia, Bellezza. Gli uomini, le ideologie, gli stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà. 

..ma il disordine ancora prevale. Ne siamo consapevoli quando incontriamo  – e la tristezza ci avvince – il diseredato, il disoccupato, quando nei rioni delle nostre città e nei borghi vediamo giocare in letizia nugoli di bambini che hanno soltanto a loro difesa il sole, caldo e materno, e nulla sappiamo del loro avvenire: è ancora disordine quando vediamo le nostre città crescere senza piani, senza spazi verdi, nel rumore e nella bruttezza.”  Adriano Olivetti, il mondo che nasce: dieci scritti per la cultura, la politica, la società.

 

 

Dall’alluvione di tronchi a quella di cemento!

Sono passati circa 16 mesi da quando il 4 Novembre 2011 una così definita “bomba d’acqua” ha colpito la Valbisagno ed ha provocato l’esondazione dei rivi che portano le acque delle colline sino al torrente Bisagno. Infatti, come è noto, non è stato il grande torrente ad esondare ma sono stati i rivi laterali che lo riforniscono a non reggere la quantità d’acqua scaricata dal cielo. L’opera distruttiva delle acque è stata amplificata dall’incuria che purtroppo impera in questi periodi dove i soldi per la sicurezza sono sempre troppo pochi, se non inesistenti ed è molto più semplice e remunerativo intervenire solo dopo, in stato di emergenza.
In quei giorni abbiamo imparato che l’amministrazione è impreparata e non svolge il suo ruolo principale, ovvero quello di preoccuparsi della sicurezza del cittadino! A distanza di quasi un anno e mezzo, qui è ancora tutto in forse e apparentemente lasciato al caso. Parliamo nello specifico di quello che è successo in Piazza Adriatico e Pontecarrega, due fra i quartieri maggiormente colpiti rimasti in ombra rispetto a via Fereggiano solo perché fortunatamente non è morto nessuno. Il fatto che non vi siano state vittime è stata solo una coincidenza fortuita dato che sono stati sommersi quasi completamente tutti fondi e i primi piani degli edifici; se l’evento si fosse verificato di notte invece che di giorno avrebbe trovato nel sonno decine di anziani ed invalidi. Diversamente e per fortuna con la luce del giorno sono riusciti a mettersi in salvo.
Oggi la nostra Piazza è ancora ferita da quei giorni, una ferita aperta, perché fra di noi c’è chi ha perso la casa con tutto quello che essa rappresentava per la sua vita, e c’è chi ha visto amici e parenti disperati.
Abbiamo perso quel poco che avevamo, come per esempio l’ARCI, un punto di incontro e di iniziative, ancora oggi in attesa di iter amministrativi da parte del Comune per consentirne l’apertura, pratiche che tardano o vengono rimandate.
A fronte di questa disgrazia tuttavia abbiamo trovato la solidarietà di tutti i cittadini che sono scesi con noi per strada per darci una mano a ripulire e ripartire. Fu come riscoprirci fratelli nel nostro “ghetto” in cui ormai non siamo più disposti a farci relegare! E’ necessario che i quartieri dormitorio delle periferie escano da questo triste ruolo!
La storia del nostro quartiere è sempre stata travagliata: inizia nel dopoguerra con l’installazione di alcune baracche di legno costruite urgentemente per dare alloggio alle famiglie senza tetto vittime dei bombardamenti del conflitto mondiale e soprattutto alle popolazioni di lingua italiana in fuga di massa dalla Dalmazia e dalla Jugoslavia. I nomi della nostra piazza e delle vie adiacenti ricordano quei tristi avvenimenti: “Adriatico, Istria e Dalmazia”.
Solo successivamente vennero costruite le case in muratura, intorno agli anni 50, ma sciaguratamente i fondi e i primi piani delle nuove costruzioni vennero collocati a un livello inferiore rispetto gli argini dei torrenti Mermi, Rio Torre e dello stesso Bisagno. Queste abitazioni non hanno mai avuto una effettiva agibilità ma vennero assegnate d’urgenza per la contingente necessità di nuovi alloggi per le famiglie sfollate.

Durante gli episodi alluvionali del 1970 le case vennero gravemente danneggiate: questo episodio avrebbe dovuto far riflettere le istituzioni, mentre, solo qualche mese più tardi, nel 1971, esse derogarono nuovamente al buon senso e alla incolumità delle persone, ripristinando gli appartamenti per assegnarli forzatamente alle famiglie del quartiere di Via Madre di Dio. Una operazione riconosciuta oggi all’unanimità come “infame” che vide come protagonisti la diaspora e l’allontanamento dal centro di intere famiglie verso collocazioni disparate in degradanti periferie.
Più tardi, intorno agli anni 90, il Comune riuscì a vendere un lotto di case sia agli stessi inquilini sia a una società immobiliare, la TONO Spa, con una operazione di vendita riuscita nonostante sulle abitazioni gravassero seri dubbi di sostanziale inagibilità. Ancora oggi ci sono contestazioni e cause legali aperte in merito alla legittimità degli atti di vendita: una situazione paradossale, dove il soggetto che vende le case è lo stesso che poi ne dichiara l’inagibilità per l’evidente rischio idrogeologico. Nonostante tutto questo agli inquilini ancora oggi è richiesto di continuare a pagare il mutuo contratto per l’acquisto della casa.
Questo paradosso denota la mancanza di coerenza, o volontà, di certe amministrazioni per risolvere queste situazioni. Un modo di procedere che rivela come la Valbisagno continui ad essere pensata come un’area di periferia, un parcheggio sociale al servizio della città, un territorio pensato come una entità astratta e indifferente rispetto al fenomeno umano. Un concetto che promuove l’idea di centro come mera collocazione geografica e per questo, per sua natura, necessariamente delimitata da aree periferiche di minore importanza. Per ribaltare la situazione basterebbe capire che “centro” non è una collocazione geografica, ma ogni luogo in cui si concretizza e sono favoriti l’armonia di relazione e l’incontro umano, modalità con le quali gli individui possono aspirare a diventare persone ed esprimere in pienezza la loro vocazione, quel soffio vitale che gli antichi greci chiamavano “ànemos” (anima). Con questa visione emergerebbe subito che l’idea di centro geografico è assolutamente inadeguata ad assurgere a questa funzione.
La periferia vista come occasione “dell’anima” diventerebbe una risorsa per la città, non un parcheggio sociale o un area di servizio per qualcuno.

Non cʼè la volontà politica, probabilmente nemmeno la competenza, per cambiare questa situazione e le operazioni a cui stiamo assistendo e dovremo ancora assistere nei prossimi anni lo dimostrano.
Pochi giorni prima dell’alluvione 2011 venne variato il PUC, (piano urbanistico comunale) e autorizzato il progetto per la costruzione di un grande edificio adibito a centro commerciale e artigianale di oltre 49.000 m2 (più grosso per intenderci del palasport del quartiere fieristico alla Foce), lungo circa 300 metri e alto 40 metri, un bell’ecomostro dove troveranno casa grosse catene di vendita, tra cui spicca “Bricoman”, colosso della vendita al dettaglio e allʼingrosso di materiali edili, idraulici, elettrici, bricolage, ferramenta, giardinaggio. Un colosso che fa capo alla multinazionale francese ADEO Groupe e che metterà in crisi il settore delle piccole distribuzioni dello stesso settore merceologico. Il tutto passato dopo il solito finto dibattito pubblico tenuto segreto ai più e per quelli che sono riusciti a saperlo, ben poco spazio di trattativa sulle migliorie o sulle opzioni.

A fianco di questo grosso complesso ne sorgerà un altro, nellʼarea delle ex officine Guglielmetti: qui sorgerà una nuova Coop con annessa galleria commerciale di proporzioni molto più grandi rispetto allʼodierno centro acquisti ValBisagno.

Il tutto infarcito dai soliti “non sapevo” delle istituzioni municipali che invece hanno posto in chiaro le loro firme su molti documenti autorizzativi, spinti dalla promessa che tutto questo porterà nuovi posti di lavoro sul territorio.
Sappiamo sulla nostra pelle che i posti di lavoro promessi saranno a tempo determinato, contratti al ribasso a fronte della chiusura di centinaia di piccoli negozi che oggi vendono quello che andranno a proporre le multinazionali con costi estremamente più bassi in virtù dei giochi finanziari internazionali e salari spinti al ribasso. Insomma il solito regalo a chi già “sguazza nel denaro” a discapito di chi tira la cinghia per arrivare a fine mese.

Oggi tocca a Pontecarrega dover pagare un prezzo altissimo, ma domani toccherà allʼarea Moltini, poi allʼarea Boero e così via: tutta la Valbisagno può essere toccata da queste operazioni. Il rischio concreto è quello di veder eseguite in Valbisagno le stesse operazioni che sono state fatte nellʼarea Campi e in generale in Val Polcevera. Lʼex assessore al commercio Gianni Vassallo lo aveva detto rilasciando unʼintervista al secolo XIX ((24.01.2011) “un polo simile a quello che attira a Campi numerose persone”. A questo punto sorge spontanea un’altra domanda – il traffico? Oggi le strade sono molto trafficate e i tempi di percorrenza sono lunghissimi, una volta realizzati questi nuovi centri commerciali come si pensa di migliorare il traffico a fronte di unʼaffluenza giornaliera prevista di oltre 1200 autovetture in più per la sola area “Bricoman”? Secondo gli studi della Regione sarà sufficiente inserire una rotonda in corrispondenza di Pontecarrega per migliorare il traffico di oltre il 30%. (S67-DECR-1835-2011).

E se i fatti non corrispondessero agli studi eseguiti che giustificano queste operazioni (quasi sempre succede che gli studi siano fatti con criteri che agevolano il costruttore e che non mettono in discussione la bontà del progetto), chi pagherà le conseguenze per un flusso di traffico incontrollato? facile, noi cittadini! Se non fosse sufficiente questo, a dimostrare come la Pubblica Amministrazione consideri la nostra vallata come una zona di servizio e i suoi cittadini di serie B, si aggiunge il progetto di demolire 5 ponti (Bezzeca, passerella gas Veronelli, Carrega, Guglielmetti, Feritore) per ricostruirne solo due di tipo carrabile prospicienti ai nuovi centri commerciali. Si prevede di restringere lʼargine destro di oltre 3m e alzarlo per un totale di 5m per una lunghezza di 1,8km per farvi transitare la “busvia”, il tutto per una cifra complessiva di 24 milioni di euro. Peccato che così facendo non si migliora la sicurezza del Bisagno e avremo sempre più traffico. Vogliamo opere di mitigazione degli impatti di tali edifici e un serio ripensamento di come giungere alla tramvia senza sfasciare ulteriormente la natura del torrente e la conformazione dellʼintera Vallata.
Per questo i cittadini della Valbisagno da molti mesi si stanno mobilitando per promuovere incontri e chiedere un confronto con l’amministrazione. Vogliamo riprenderci la nostra Valbisagno e diciamo basta a chi decide del nostro futuro senza interpellarci!
CITTADINI DI PONTECARREGA E DELLA VALBISAGNO

Approfondimento al testo
Piazzale Adriatico 
Ponte Carrega – Campo profughi di prima accoglienza (attuale piazza Adriatio).
Più di 350.000 istriani di lingua italiana scelsero di lasciare quelle terre, circa il 3%, 10.000 di essi furono uccisi per via della pulizia etnica jugoslava. Dei 350.000 esuli di lingua italiana da Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, circa 5.000 furono inviati a Genova, nel 1947 vennero allestiti diversi campi profughi per gestire l’emergenza.

Via Madre di Dio, il quartiere venne demolito interamente tra il 1969 e il 1973, una decisione che, a distanza di decenni, appare ai più avventata e ingiustificata, molti degli espropriati vennero mandati nelle periferie tra cui alcuni a Piazza Adriatico

Alluvione 7-8 ottobre 1970 – La chitarra di Bellafontana di Renzo Rosso

Piazza Adriatico 5 novembre 2011, il giorno dopo.