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Tre delibere di iniziativa popolare: si parte!

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Per la prima volta a Genova i cittadini provano a partecipare ai processi decisionali del Comune, usando uno strumento introdotto nel lontano 2000.

Nove, tra Associazioni e Comitati, si sono attivate per permettere a strati più ampi di cittadini di far sentire la loro voce, promuvendo tre delibere di iniziativa popolare da presentare al Consiglio Comunale.
Secondo lo Statuto del Comune esse debbono essere sottoscritte da almeno 2.000 residenti nel Comune di Genova che abbiano compiuto 16 anni.

Anche la Associazione Amici di Ponte Carrega ha aderito e partecipato al lancio delle proposte di delibere!

Le tre delibere avranno come argomenti:
DIRITTI, TRASPARENZA E PARTECIPAZIONE:
più diritti, più trasparenza, più partecipazione, meno delega
SERVIZI PUBBLICI LOCALI
no alla privatizzazione dei Servizi Pubblici Locali
SERVIZIO IDRICO INTEGRATO
si all’Acqua Pubblica a Genova

Chiunque voglia saperne ancora di più è invitato alla presentazione ufficiale della campagna:
Sabato 6 Febbraio
Circolo Zenzero
via Giovanni Torti 35
a partire dalle ore 15,30

Organizzatori:
Attac – Genova
Comitato Gestione Corretta Rifiuti – Genova
Comitato Acqua Bene Comune – Genova
Comitato Protezione Bosco Pelato
Comitato Contro la Cementificazione di Terralba
Medici per l’Ambiente – Liguria
Associazione Amici di Pontecarrega
Associazione Comitato Acquasola
Gruppo per la Riqualificazione dell’ex Mercato di Corso Sardegna

Scarica il Volantino

Evento facebook: https://www.facebook.com/events/1513507372285174/

Alcuni progetti del 2003 per la valorizzazione di beni storici della Val Bisagno

Incontroluce

Riproponiamo alcuni progetti che nel 2003 furono proposti per valorizzare alcuni monumenti della Val Bisagno come l’Acquedotto Storico, l’Abbazia di San Siro di Struppa e Ponte Carrega attraverso una nuova illuminazione e la organizzazione di alcuni eventi volti alla riscoperta di questi beni. I progetti “Genova in Controluce” sono a firma di: Aldo Vinci, Liliana Iadeluca, Irene Delfino e Cristina Torriano.

Riscopriamoli insieme:

 

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Scarica la guida

 

PONTECARREGA (1)

Scarica la guida

 

“La Val Bisagno non può avere alcuna potenzialità turistica”

Ieri, guardando la folla che sta percorrendo l’Acquedotto storico (e i forti del lato orientale del Parco) nell’ambito della Giornata del Camminare, un evento ben pubblicizzato e promosso a livello nazionale tornano in mente le parole pronunciate da un Dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Genova nel Maggio del 2013 durante la presentazione del Puc presso la Sala Punto d’Incontro Coop in Piazzale Bligny: “La Val Bisagno non può avere alcuna potenzialità turistica”. Dopo quell’intervento la Sala gremita incominciò a mugugnare e a mormoreggiare.

Nella convinzione comune si ritiene sia davvero così; sarà sicuramente così. Eppure quelle dichiarazioni stonano con la nostra idea diversa di Città e di Vallata: sono tante le persone che non ritengono la Val Bisagno solo una zona di servizio della città. La Val Bisagno è anche verde e natura, storia e tradizioni. C’è tanta Bellezza in Val Bisagno! La difficoltà è semmai quella di farla conoscere e di demolire quei luoghi comuni che la descrivono solo come area industriale o di servizio; l’altra difficoltà, che si scontra con una classe dirigente e politica arretrata, è quella di preservarla da ulteriori speculazioni edilizie che continuino a compromettere la sua identità e la sua Bellezza, come nuovi Bricoman e la prossima realizzazione della torre alberghiera a Ponte Carrega.

https://www.youtube.com/watch?t=77&v=q_aQisNlKAkIMG-20151011-WA0000 IMG-20151011-WA0003 IMG-20151011-WA0004

Fotoracconto nel degrado del cimitero di Staglieno

Degrado

Insieme ad Alessandro Ravera siamo andati a vedere lo stato di conservazione di alcuni dei marmi più belli del cimitero monumentale di Staglieno. Ogni nuova visita mostra un peggioramento dello stato di conservazione dei marmi, sempre più corrosi dalla “lebbra dei marmi” (carbonatazione e solfatazione del marmo:http://www.whatischemistry.unina.it/it/martmarmo.html) che sgretola in maniera irreparabile quel gioiello di museo a cielo aperto di Staglieno.

Tra qualche anno questi capolavori non saranno più visibili, dissolvendosi piano piano sotto l’effetto dell’inquinamento atmosferico.

E’ necessario intervenire, subito.

Associazione Amici di Ponte Carrega

DEGRADO
(allegria di naufragi)
Quando porto i turisti a Staglieno, il “padrone di casa” sono io; non è l’assessore (gli assessori: lavori pubblici, turismo e cultura e servizi), non sono i custodi e non sono nemmeno i genovesi… sono io. E trovare una risposta alle condizioni in cui si trova tocca a me. Non posso fare come gli assessori che danno la colpa del degrado ai tagli di bilancio, non posso fare come i custodi che danno la colpa del degrado ai tagli dell’organico e non posso fare come i genovesi che danno la colpa del degrado alla maleducazione, ai cani e allo scontro di civiltà… Quando è venuta la responsabile della scultura del Novecento del Prado, piangeva; ma anche i normali turisti mediamente alfabetizzati che vengono dall’estero restano stupefatti Così, me la cavo dando la colpa al Bisagno: eh… il dissesto idrogeologico, la natura che si ribella, l’inquinamento del traffico, le scie chimiche…
Ma questa foto come diavolo la spiego? Gli dico che gli hanno tagliato il naso per ricordare Megollo Lercari?
Almeno quelli che sbriciolavano i marmi del Partenone ne ricavavano la calce.

PS Per carità di patria, non mi metto a descrivere le espressioni dei turisti “del mestiere”: vengono spesso gruppi legati alle esequie funerarie e quando vedono le condizioni delle bare accatastate all’ingresso rimangono a bocca aperta… bocca che gli chiude se provano ad andare nel bagno dietro alla camera ardente.

Alessandro Ravera

Tomba Pignone, Ora

Prima

Tomba Pignone, Prima

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Anche Caterina Campodonico, la venditrice di nocciolino, con l'orecchino oramai compromesso

Anche Caterina Campodonico, la venditrice di noccioline, una delle statue più conosciute e popolari, con l’orecchino oramai compromesso

Il ponte liberato

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Questa mattina gli abitanti della Val Bisagno e di Ponte Carrega si sono svegliati con un una brutta sorpresa: Ponte Carrega, bene monumentale vincolato ai sensi del DDR n. 27/13 del 19/04/2013, bene tutelato dal Fondo Ambiente Italiano, primo luogo del Cuore della Provincia di Genova nel 2012, era stato oltraggiato con delle bandierine commerciali.

Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio all’art. 49 cita testualmente che “è vietato collocare o affiggere cartelli o altri mezzi di pubblicità sugli edifici e nelle aree tutelati come beni culturali. Il collocamento o l’affissione possono essere autorizzati dal soprintendente qualora non danneggino l’aspetto, il decoro o la pubblica fruizione di detti immobili”.

Questo codice dovrebbe essere ben conosciuto dalle aziende che si dichiarano attente al rispetto dell’ambiente, tale rispetto infatti si deve intendere esteso, secondo la Commissione Europea, anche nei confronti dei “beni che formano il patrimonio culturale e gli aspetti caratteristici del paesaggio”.

Dopo la nostra segnalazione, la Soprintendenza ha fatto immediatamente rimuovere le bandiere commerciali che evidentemente erano state collocate sul ponte con infrazione al codice sopra citato.

La tutela e il decoro del bene monumentale di il Ponte Carrega non può essere svenduto a fini commerciali.

Ringraziamo la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria, il Municipio media Val Bisagno, nonché i Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale che sono intervenuti per far rimuovere rapidamente le bandiere minimizzando il danno all’immagine del nostro quartiere.

L’immagine sottostante mostra il bene monumentale oltraggiato dalle insegne pubblicitarie e la rimozione avvenuta in tarda mattinata dopo la nostra segnalazione alle autorità competenti.

In basso la festa sul ponte svolta nel 2013 dopo la proclamazione di Ponte Carrega Bene Monumentale

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Differenze

La partecipazione dei cittadini e il caso Guglielmetti: il video del convegno

Dissesto

Pubblichiamo foto e video del convegno tenutosi Venerdì 27 marzo in una gremitissima Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, a dimostrazione del fatto che il tema è di molto interesse per la cittadinanza. Per le riprese e il montaggio video si ringrazia Ghettup TV, la televisione di quartiere del Ghetto. Si ringraziano inoltre, oltre al pubblico numeroso e attento, la Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale, la Fondazione San Marcellino Onlus, la Associazione di Mediazione Comunitaria di Genova, La Associazione Giovani Urbanisti, Incontri in Città, il professor Rosso del Politecnico di Milano, la professoressa Morelli dell’Università di Genova e il prof. Morisi dell’Università di Firenze. Si ringrazia anche la prof.ssa Marianella Sclavi per il video che purtroppo per un problema al cavo audio non siamo riusciti a mandare in onda durante il convegno e che pertanto pubblichiamo i questo post. Ringraziamo inoltre i membri delle associazioni e dei comitati cittadini e nazionali che hanno partecipato all’evento e risposto con entusiasmo al bisogno di partecipazione che questa città chiede oramai con forza e determinazione!

Qui di seguito riportiamo il documento condiviso dalla Associazione Amici di Ponte Carrega durante l’introduzione del convegno:

<<Dopo il convegno dell’11 gennaio è sorta in noi l’esigenza di approfondire il tema della Partecipazione e quindi di incontrarci una seconda volta, in una data abbastanza ravvicinata, per discuterne più approfonditamente insieme a chi potrà darci spunti su cui riflettere, sia a livello generale che per il caso concreto del nostro quartiere e quindi nel nostro caso specifico, per l’area ex Guglielmetti. Le ex Officine sono un ex spazio pubblico venduto dal Pubblico ai privati di Coop Liguria per fare cassa senza aver però tenuto conto di una qualche pianificazione armonica col contesto circostante di ciò che sarà l’impatto del nuovo insediamento sul futuro della vallata: anche le aree private secondo noi non devono sottrarsi al loro contesto pubblico. Qualcuno potrebbe dire che per questi ragionamenti è ormai troppo tardi, queste rivendicazioni andavano fatte nel 2010 quando le aree furono cedute dal pubblico al privato. Ma il discorso secondo noi non è ancora chiuso, da allora il proponente ha richiesto una variante al piano urbanistico per poter costruire su quelle aree un albergo molto impattante che al momento della vendita non era previsto. La variante al piano urbanistico deve ora passere da un approvazione del Consiglio Comunale. Si ripropone quindi una riflessione di rilevanza pubblica a cui noi chiediamo il diritto di poter partecipare con le nostre idee, il nostro contributo e le nostre critiche ad un processo di trasformazione che riguarda tutti e non solo il privato proprietario di quella specifica area. Per questo caso i proponenti, il comune e il municipio affermano che il percorso di partecipazione sia già stato effettuato. Non e’ cosi: dobbiamo distinguere ciò che è una semplice presentazione di un progetto in un’ assemblea pubblica da un reale percorso di condivisione di un progetto con il territorio e con tutti i portatori di interesse in un percorso definito e normato da regole. Crediamo sia necessario far crescere il dibattito sulla partecipazione, un tema vitale per la nostra città e per la nostra democrazia. Città è la metafora di Democrazia: la Città esiste nella misura in cui i suoi cittadini si riappropriano di essa, la democrazia esiste solo se i cittadini la fanno vivere contribuendo al dibattito e al confronto. Altrimenti avremo una città-cimitero e una democrazia altrettanto morente. Ecco perchè insistiamo nel dire che il tema della partecipazione sia vitale per la nostra democrazia e per la nostra città e perchè riteniamo sia un tema da affrontare sia da un punto di vista culturale, come stiamo facendo oggi, sia da un punto di vista giuridico che si concretizzi alla fine con una legge regionale sulla Partecipazione. Le scelte per lo sviluppo di questa città e di questa regione passano attraverso il contributo che i cittadini sapranno dare al dibattito politico e analogamente allo spazio che la politica darà loro, al di là dei soliti proclami pre elettorali, lasciando da parte (e questa è la parte forse più complicata) l’ autoreferenzialità e la scarsa capacità di ascolto e di autocritica della classe dirigente e politica. I cittadini esprimono una necessità, una volontà di intervenire nella trasformazione della città : forse non sempre hanno ragione ma crediamo che ci siano comunque sempre ragioni (e argomenti) da ascoltare. Il loro contributo creativo può trovare soluzioni concrete e alternative a quelle che la politica ci impone spesso senza cognizione di causa e senza l’ascolto del territorio.
 Siamo in una fase storica “interessante”, come direbbe un caro amico presente qui in sala oggi. La questione chiave, in questa disaffezione verso la democrazia rappresentativa, è la ricostruzione del concetto di cittadinanza inteso come quel processo che sappia legittimare le esigenze collettive espresse dai cittadini stessi. Questo processo secondo noi può essere solo la concertazione e la partecipazione condivisa “dal basso ”delle decisioni e può essere, a nostro modo di vedere, solo un elemento di arricchimento e di rinascimento sia per le nostre Città che per la nostra Democrazia>>.

Grazie a http://ghettuptv.net/ per le riprese

 


 

Il video della prof.ssa Marianella Sclavi, che con il suo consenso, avrebbe dovuto essere proiettato al convegno, ma che per un guasto tecnico non abbiamo potuto mostrarvelo

foto di L.Parigi per Palazzo Ducale

foto di L.Parigi per Palazzo Ducale

 

Oggi alle 17:30!

IL TERRITORIO COME BENE COMUNE
LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI E IL CASO VAL BISAGNO
Ci vediamo oggi alle ore 17:30 a Palazzo Ducale nella Sala del Munizioniere. Parleremo di Partecipazione dei cittadini e dell’operazione nelle ex officine Guglielmetti insieme al Professor Massimo Morisi dell’Università di Firenze, al presidente di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura Luca Borzani, al professor Renzo Rosso del Politecnico di Milano, ai Giovani Urbanisti – Fondazione Labò e all’architetto Giacomo Gallarati. Condurrà l’incontro la professoressa Mara Morelli dell’Università di Genova e della Associazione di Mediazione Comunitaria di Genova.

Partecipazione

La Bellezza e il decoro urbano

Da qualche tempo assistiamo a un pericoloso aumento dell’abbandono che non è solo  imputabile all’amministrazione: manca un generale il senso di rispetto e dell’importanza della qualità urbana degli spazi pubblici.

Il tema della bellezza è fondamentale da collegare a una idea di cittadinanza e di comunità.  

Occorre conoscere il territorio, occorre farlo vivere, ci vuole consapevolezza dei valori storici e ambientali che abbiamo intorno.

Avere bellezza significa avere qualcosa intorno con il quale potersi identificare: non è solo un bisogno retorico ma è un’autentica cura sociale contro il degrado.

Preoccuparsi del nostro passato significa preoccuparsi del nostro futuro.

Occorrono atteggiamenti nuovi: occorre una concezione dello sviluppo del territorio che non sia concepito esclusivamente a funzioni: dove metto il supermercato, dove metto l’albergo? Questo ragionamento lo si può fare al massimo in un deserto, ma non in una città storica.

Per una corretta pianificazione del futuro occorre partire prendendo spunto dalle testimonianze storiche che abbiamo perché esse ci disegnano una strada anche per riscattare questa nostra città per il futuro.

Il problema non è propriamente rilegare le nostre testimonianze monumentali all’interno un museo, non è nemmeno un problema di spesa e di manutenzione: rifare un muretto a secco o lastricare una creuza. Il problema è quello di ricreare le condizioni di un rinnovato senso civico che permetta di riutilizzare queste nostre testimonianze nell’uso quotidiano, consapevoli della loro grande forza vitale ed espressiva, un senso di identificazione nella bellezza.

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Ecco un esempio di come si sono ristretti gli spazi della bellezza, qui siamo a Borgo Incrociati: la dove c’era una piazza con un percorso pedonale alberato ora c’è un benzinaio affacciato sul fiume e alcuni parcheggi.

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Le arcate del ponte di S. Agata, facente parte dall’antica via romana, sono state abbandonate al degrado,  piante infestanti minacciano la sua conservazione.

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L’asfalto non ha risparmiato nemmeno le piccole piazzette all’interno del Borgo Incrociati andando a coprire gli antichi ciottolati.

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Questo è l’inizio del ponte di S.Agata all’interno del Borgo Incrociati, anche qui asfalto e degrado non sono degni dell’importanza del luogo.

Come esempio di recupero e fruizione degli spazi pubblici monumentali proponiamo e vogliamo rilanciare il progetto dell’architetto Matteo Marino per il recupero del ponte di S. Agata.

Questo progetto sarebbe in grado di restituire all’antico ponte la sua funzione originale potendolo ripercorrere a piedi o in bicicletta.

Il tratto di ponte che rimane sotto via Canevari sarebbe rimarcato da lastroni e utilizzato come attraversamento pedonale. In questo modo sarebbe riqualificato a nuova funzione anche l’antico Borgo Incrociati, oggi molto colpito dagli ultimi eventi alluvionali.

Oltre alle necessarie opere di mitigazione del rischio idrogeologico, questo progetto dovrebbe essere perseguito per rivitalizzare una parte preziosissima della nostra città.

LatoBisagno

LatoDePaoli

 

Il testo del post è stato liberamente ispirato dagli argomenti trattati dal convegno-conferenza dell’Arch. Matteo Marino – “Noi di Val Bisagno”

Noi di Val Bisagno, alla scoperta della bellezza

Una bellissima iniziativa partita dal Centro Terralba: “Noi di Val Bisagno, alla scoperta della bellezza”, realizzata anche con il patrocinio di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e dei Municipi Bassa Val Bisagno e Media Val Bisagno .

Un progetto in cui noi crediamo fortemente e che speriamo rappresenti solo l’inizio di una rinnovata sensibilità verso il bello, al decoro urbano e al bene comune, per la nostra vallata, per la nostra città.

Un evento che abbiamo voluto seguire e riprendere con alcuni video perché crediamo che questi temi non devono rimanere segregati, a disposizione solo di quei pochi che hanno potuto essere presenti, ma devono diventare patrimonio comune di tutti: un unico un sentire, il sentire di un’intera comunità che si stringe intorno al suo futuro conservando e utilizzando il suo passato. 

c’è un bisogno di bellezza!

Qui sotto il video della presentazione e la conferenza dell’architetto Matteo Marino


 

Scarica qui il volantino Noi di Val Bisagno

Il convegno è on line! Se non hai partecipato guardalo qui!

Grazie a ai tecnici di GenoVirus, che si sono offerti gratuitamente per prestare il loro servizio tecnico al Convegno, abbiamo la possibilità di poterlo riascoltare o seguire in differita streaming.


Dissesto
GenoVirus è un blog multimediale basato totalmente sul volontariato e la passione di chi, come noi, preferisce adoperarsi per il bene comune tutto l’anno e non solo durante l’emergenza impugnando la pala per qualche giorno per spalare il fango. Il fango va rimosso durante l’emergenza, ma soprattutto dopo, tutto l’anno, rimuovendo le cause che lo hanno provocato, per farlo ci sono molti modi,  ognuno con le proprie competenze, senza retorica, senza essere angeli. Aiutare a diffondere la cultura del Bene Comune è uno di questi modi.

 


(per la visone a schermo intero impostare la modalità adoperando il tasto [ ] in basso a destra sul pannelo del video)

Fare Rete – L’agricoltura Periurbana a Genova

FARE RETE – L’AGRICOLTURA PERIURBANA A GENOVA
Incontro di preparazione al Convegno, Incontro del 9.10.2014 – Arci S. Eusebio (Genova)


video completo

playlist singoli interventi

Territorio come Bene Comune – Domenica 11 gennaio 2015 – Palazzo Ducale

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 Scarica il Volantino

Bene Comune e fragilità del territorio. Parte il cammino di avvicinamento al convegno dell’11 gennaio al Ducale

La Associazione Amici di Ponte Carrega insieme al gruppo di lavoro sul dissesto idrogeologico è lieta di presentare ai cittadini il calendario dei pre eventi che precedono il convegno “Bene Comune e fragilità del territorio“. Incomincia domattina alle 9:00  il cammino della rete di associazioni e comitati impegnate nel tema della lotta al dissesto idrogeologico e della divulgazione della cultura del rischio in vista dell’evento che l’11 gennaio prossimo sarà ospitato nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Questi sette appuntamenti hanno un duplice obiettivo: completare il quadro delle tematiche che affronteremo a gennaio e affrontare il tema della lotta al dissesto idrogeologico attraverso un ampio ventaglio di contributi che rendono più completa l’analisi di un problema complesso. Via via saranno affrontati il tema degli scolmatori e del restringimento degli argini (22 novembre, 3 dicembre e 19 dicembre), il tema del consumo di suolo (28 novembre), del cambiamento climatico e analisi meteo riguardanti le ultime alluvioni nella nostra regione (9 dicembre) e infine il tema della agricoltura periurbana (9 gennaio).

Non ci resta che augurarvi un buon cammino insieme a noi sperando di incontrarvi lungo la strada in queste sette tappe di avvicinamento al convegno di Palazzo Ducale!

 

il programma del pre convegno

il programma del pre convegno



 

Festival dell’Acquedotto

Oggi un Bene Comune ritorna ad essere della comunità e della cittadinanza, riemergendo da decenni di oblio, zetto, rovi e carcasse di motorini. Il Truogolo di Salita alla Chiesa di Staglieno era stato cancellato dai percorsi ed era quasi sparito dalla memoria collettiva. Dopo sei mesi di lavoro l’Associazione Amici di Ponte Carrega è lieta, questo pomeriggio a conclusione della stondaiata che dalle 17:30 parte dal Ponte Carrega, di presentare alla cittadinanza la prima parte dei lavori di recupero di un truogolo unico nel suo genere e tornato patrimonio della città e della Val Bisagno.
La Bellezza torna oggi ad essere visibile di fronte a tante bruttezze e oscenità che ogni giorno possiamo e potremo vedere nei nostri quartieri: tanta bellezza riqualifica il nostro territorio e risalta l’arroganza e la violenza degli ecomostri che violentano il nostro territorio, dequalificando la nostra Valle e minando le nostre radici.

Il percorso passerà in mezzo a queste contraddizioni: si parte dal Ponte Carrega, si prosegue nel borgo storico, nella Ponte Carrega nascosta: passeremo negli orti di ponte Carrega a Porte chiuse. Saliremo  la antica Salita del Campo da cui un tempo si raggiungeva Quezzi e supereremo Laiasso e Orpea: qui vedremo un altro lavatoio nascosto. Supereremo il ponte Veronelli (per l’occasione adottato con nuovi fiori e piante dalla Associazione) e proseguiremo per Gavette fino al truogolo della Pigna e da lì al truogolo di Salita alla Chiesa di Staglieno.

Vi aspettiamo alle 17:30 sul Ponte Carrega

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Il giudice della Corte Costituzionale Paolo Maddalena sul consumo di suolo in Italia

Avevamo incontrato Paolo Maddalena a Firenze al convegno di presentazione del progetto di legge toscana sulla partecipazione “Regole per il Buon Governo, la riforma della legge regionale toscana sul governo del territorio”.

Qui di seguito riportiamo proprio il riassunto dell’intervento del 20 novembre scorso durante il nostro incontro a Firenze col Giudice Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena:

Molti dei nostri problemi potrebbero essere risolti solo con la applicazione della Costituzione.
La Costituzione ha una disciplina che è stata definita di “dinamismo economico” che si basa sulla redistribuzione della ricchezza e prevede si una proprietà privata ma anche un forte ruolo del pubblico: una democrazia non è salda se uno dei suoi componenti è più ricco dello stato: ecco che il pubblico è quindi un elemento di grande importanza per mantenere la stabilità dello stato democratico: la privatizzazione va perciò combattuta perchè impoverisce il pubblico.
L’art. 42 pone in evidenza l’esistenza di una proprietà privata e di una proprietà collettiva: la distruzione del paesaggio colpisce tutti perchè colpisce il bene comune ed è quindi un danno che si fa alla collettività e pertanto un danno che va perseguito.
Il territorio appartiene a tutti: il privato non ha di per se un diritto di costruire perchè il diritto di costruire non è compreso all’interno del diritto di proprietà. La proprietà privata ha un valore sociale: se un proprietario non utilizza il suo territorio o il suo immobile deve essere tassato dallo stato perchè il privato in questo modo impedisce che un bene collettivo possa essere di beneficio per tutti. Ogni pezzo di terra anche se privato deve avere quindi una funzione sociale: un territorio abbandonato non ha utilità sociale.
L’Italia ha bisogno di una sola grande opera: la sistemazione idrogeologica del paese.
La costituzione ci da i mezzi per intervenire; ora serve la volontà politica.

A riguardo vorremmo consigliarvi la lettura dei seguenti libri:

– Settis,Paesaggio Costituzione Cemento,Torino, 2010 

– Leone, Maddalena, Montanari, Settis La Costituzione incompiuta, Torino, 2013

Pubblichiamo ora qui di seguito l’articolo che approfondisce il tema che era stato affrontato dal giudice durante l’incontro di Firenze e che è comparso sul blog nazionale di Salviamo Il Paesaggio:

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2014/02/il-consumo-di-suolo-e-la-mistificazione-dello-ius-aedificandi/

Paolo Maddalena, vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e coautore della Legge Galasso.

Audio

(ascolta la lettura automatica)

Il territorio, alle origini, è sempre appartenuto al popolo a titolo di sovranità; dunque, tra i poteri sovrani del popolo rientra anche la “proprietà collettiva” del territorio.

Per combattere il consumo di suolo è indispensabile eliminare gli equivoci sull’edificabilità e ribadire legislativamente, come suggerì la Corte costituzionale, che lo ius aedificandi non è tra i contenuti della proprietà privata dei suoli, come invece vorrebbe la proposta di legge Realacci.

1. – Il consumo di suolo e le lacune legislative

La cementificazione, l’impermeabilizzazione e l’edificazione hanno stravolto il nostro territorio, esponendolo a frane, smottamenti e distruzioni di ogni tipo. Di fronte ad un simile disastro da più parti si sono levate voci allarmate e sono piovute in Parlamento numerose proposte di legge, che promettono di “limitare” il consumo dei suoli agricoli, ammettendolo soltanto se non sia possibile trovare soluzioni all’interno di aree urbanizzate.

Si parla, ovviamente, di “suolo”, cioè di quella parte della superficie terrestre che è a diretto contatto con l’atmosfera e che, attraverso l’azione combinata di acqua, minerali e batteri, condiziona la vita dell’intero pianeta. Sennonché, dal punto di vista giuridico, non è possibile parlare di “suolo” senza parlare anche di “sottosuolo” e di “soprassuolo”. Infatti, queste tre entità sono tra loro strettamente connesse e costituiscono nel loro insieme una entità complessa, molto spesso presa in considerazione dal diritto, che si chiama “territorio”. Si vuol dire, in altri termini, che “suolo” e “territorio” sono tra loro entità inscindibili, per cui un discorso sul suolo non può prescindere da un discorso sul territorio.

E, a questo proposito, non si può fare a meno di ricordare che il “territorio” è oggi attaccato da tre temibilissimi nemici: la crisi finanziaria, che produce la sua “svendita”, e quindi, anche la svendita dei suoli; la “privatizzazione”, che trasforma la proprietà collettiva del territorio e dei suoli, in proprietà privata, sottraendo risorse a tutti, a vantaggio di pochi; ed infine, la “cementificazione e impermeabilizzazione dei suoli” con gli evidentissimi e gravissimi danni che produce.

Comunque, concentrando l’attenzione sulla tutela di quella parte del territorio definita “suolo”, è da avvertire che effettivamente il discorso deve concentrarsi sulle “cementificazioni e sulle impermeabilizzazioni”, che sono la causa prima del suo “consumo”.

Al riguardo, si deve, tuttavia, rilevare che le proposte che sono state depositate in Parlamento, ed in primis quella dell’on.le Realacci, non tengono presente un dato di fondamentale importanza: il fatto cioè che ormai il costruito prevale sul non costruito e sono stati ampiamente superati, e di molto, tutti i limiti per assicurare la “sostenibilità” ambientale di nuove costruzioni.[1]

Ne consegue che oggi non è più possibile interpretare il problema in termini di “limitazione”, ma è diventato ineluttabile parlare della cosiddetta “opzione zero nel consumo di suolo”. Lo impone, a tacer d’altro, il fatto che è stato turbato in modo gravissimo l’equilibrio idrogeologico del nostro Paese, sicché è assurdo continuare a ragionare come se fossimo agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, e non oggi, quando si è già distrutto inesorabilmente tutto il territorio.

Si è costruito sui terreni agricoli, sulle aree golenali, sugli argini dei fiumi, sulle pendici dei vulcani, sulle spiagge, ecc. E, di fronte a tale immane disastro non è più immaginabile parlare di consumi ulteriori di terreni agricoli, forestali, o addirittura di orti urbani, ricorrendo al subdolo concetto di “compensazione ambientale”, che non serve ad altro se non a spostare il consumo di suolo da un luogo ad un altro. In parole povere un “artificio” per mettere a tacere, ingannandole, le coscienze dei più attenti ai problemi ambientali. Ma v’è ancora di più. Vi sono proposte, come quella già indicata, che parlano della elargizione, da parte dell’amministrazione pubblica, del ius aedificandi, su terreni agricoli, quasi fosse moneta sonante, per coloro che si impegnano a risanare zone urbanizzate. Siamo arrivati ad uno stato confusionario generale.

Occorre, dunque, rimeditare ab imis il problema e scoprire quali siano, sia pur limitando il discorso all’aspetto puramente giuridico, le cause di questo immane disastro.

Ponendosi in questa prospettiva, salta immediatamente agli occhi che causa principale del disastro è il convincimento, diffusissimo nell’immaginario collettivo, secondo il quale il “terreno” serve soprattutto per edificarvi sopra. In altri termini, nel “contenuto” del diritto di proprietà privata sarebbe incluso il ius aedificandi, il cui esercizio ha bisogno soltanto di un “permesso” dell’autorità comunale, quello che una volta si chiamava “licenza”, ed oggi “permesso di costruire”, e che solo per breve tempo, grazie alla legge n. 10 del 1977, fu chiamata “concessione edilizia”.

In realtà questo presunto “diritto di costruire”, inteso come insito nel diritto di proprietà fondiaria, non è previsto da nessuna norma del codice civile. Un tentativo per dare un riconoscimento legislativo al ius aedificandi fu fatto dall’On.le Maurizio Lupi, il quale, a nome del partito “Forza Italia”, presentò nel 2003 una proposta di riforma del governo del territorio, che, benché approvata dal Senato, fu poi bocciata dalla Camera dei deputati[2].

Né è possibile attribuire il valore di una disposizione di legge alla sentenza della Corte costituzionale n. 5 del 1980, che ha concepito il diritto ad edificare come “insito” nel diritto di proprietà, facendo sì che il DPR 6 giugno 2001, n. 380, introducesse poi la dizione “permesso di costruire”. Infatti, la Corte costituzionale ha il potere di “annullare” le leggi e non quello di “sostituirsi” al legislatore. E’ pertanto estremamente importante che le recenti proposte di legge sul consumo dei suoli facciano chiarezza su questo punto, ponendo in rilievo che il ius aedificandi non rientra tra i contenuti del diritto di proprietà privata.

Ed è da sottolineare che i Comuni di rado hanno agito nell’interesse effettivo delle collettività amministrate, ed a ciò sono stati indotti da riprovevoli leggi statali, che hanno favorito gli interessi dei singoli, spingendo i Comuni a concedere il massimo possibile di “permessi di costruire”. Si tratta, innanzitutto, come puntualmente nota Salvatore Settis[3], del Testo unico per l’edilizia, approvato con DPR 6 giugno 2001, n. 380, il quale, all’art. 136, comma 2, lett. c), ha abrogato il sano principio della legge Bucalossi (art. 12, della legge n. 10 del 1977), secondo cui “i proventi da oneri di urbanizzazione dovevano essere obbligatoriamente utilizzati dai Comuni per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, il risanamento dei complessi edilizi compresi nei centri storici, le spese di manutenzione ordinaria del patrimonio comunale”. Di conseguenza, a seguito di tale disposizione legislativa, i Comuni si sono sentiti liberi di impiegare i cosiddetti oneri di urbanizzazione anche per le spese correnti e, essendo queste ultime sempre crescenti, hanno cominciato ad ”allentare la guardia sulle autorizzazioni a costruire, o peggio a stimolare l’invasione del territorio modificando piani regolatori, concedendo eccezioni e deroghe, chiudendo un occhio e più spesso entrambi” , ed il fatto peggiore è stato che, essendo diventati gli oneri di urbanizzazione un introito del quale si aveva bisogno anno per anno, i Comuni hanno “accresciuto il numero delle costruzioni, allentando i controlli, cannibalizzando il territorio”[4].

Né è da dimenticare l’effetto perverso provocato in proposito dall’art. 3, comma 3, del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito nella legge 14 settembre 2011, n. 148, secondo il quale “sono soppresse le disposizioni normative statali incompatibili con il principio per il quale l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Si tratta di una legge palesemente incostituzionale, poiché fonda il suo disposto solo sulle prime cinque parole dell’art. 41 della Costituzione, dimenticando che questo articolo, dopo aver affermato che « l’iniziativa economica privata è libera », prosegue dicendo che essa: «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana ». Dunque una disposizione di legge assurda, che, tuttavia, ha dato maggior forza agli speculatori edilizi nel chiedere alle amministrazioni comunali di far presto a concedere loro i richiesti permessi di costruire.

2. – Il capovolgimento di una diffusa ed erronea convinzione.

E’ da porre in evidenza, a questo punto, che costruire, come sopra si accennava, significa “modificare il territorio” e che, di conseguenza, questo può esser fattosoltanto da chi è il “proprietario” del “territorio” medesimo, considerato, peraltro, nella sua interezza, tenendo conto, cioè, anche del paesaggio, dei beni artistici e storici e degli altri beni costruiti dall’uomo.

Si deve cioè affermare con forza che il cosiddetto ius aedificandi appartiene al popolo, che è proprietario del territorio a titolo originario di sovranità e non al singolo cittadino proprietario di un appezzamento di terreno. E si deve subito avvertire che l’interesse del popolo deve esser fatto valore dal Comune, come ente esponenziale dalla comunità comunale, ma anche dai singoli cittadini, come vedremo in seguito, con l’esperimento dell’azione popolare.

Si oppone a questa indiscutibile verità, come poco sopra si osservava, la cultura borghese e quella ben più invasiva del neoliberismo economico, le quali hanno diffuso l’errato convincimento “dell’assolutezza e della illimitatezza” della proprietà privata, che perciò avrebbe come contenuto anche il diritto di costruire, nonché una prevalenza della “proprietà privata” del singolo, sulla “proprietà collettiva” di tutti sul territorio, con la conseguenza che la “tutela dell’interesse generale” viene vista come una “limitazione” della proprietà privata. E tutto questo a prescindere dalle chiarissime disposizioni della Costituzione, che vengono del tutto ignorate, come se fosse possibile leggere le disposizioni del codice civile indipendentemente dalle norme costituzionali.

E’ indispensabile “capovolgere” questa prospettiva, mettendo a confronto i due citati istituti, confronto che porrà in evidenza la “precedenza storica” della proprietà collettiva del territorio sulla proprietà privata, ed una “prevalenza giuridica” del primo diritto sul secondo.

3. – La precedenza storica della proprietà collettiva su quella privata.

Il punto di partenza di tutto il discorso è che il territorio, alle origini, è sempre appartenuto al popolo a titolo di sovranità. E’ sufficiente pensare come nasce la “Comunità politica”, per rendersene conto. Tra i vari esempi, il più pertinente sembra quello relativo alla nascita della Civitas Quiritium. Quando Romolo, o chi per lui, tracciò il solco dell’Urbs (che non ancora si chiamava Roma, poiché questo nome, dall’etrusco rumen, fu dato per l’appunto dai re etruschi), distinse il terreno su cui doveva nascere la Città dai terreni circostanti e dette luogo a tre fenomeni giuridici concomitanti: la nascita del Populus (nel senso che l’aggregato umano che si stanziava nella Città, diveniva una unità giuridica complessa, nella quale si distingueva il “civis”, il singolo cittadino, come “parte costitutiva” del tutto, ed il Populus, cioè l’intera cittadinanza); la nascita del “territorium” (da terrae torus, letto di terra), sul quale si stanziava il popolo, e infine, la “sovranità”, il potere sommo, riconosciuto al popolo stesso, di porre confini, non solo ai terreni, ma anche ai singoli cittadini, in modo che le loro libertà venissero limitate al fine di assicurare la convivenza civile.

In sostanza vennero in evidenza due concetti chiave: quello di “confine” e quello “della parte e del tutto”, nel senso che la “confinazione” dei terreni e delle libertà individuali fu essenziale per la nascita della Comunità politica, mentre lo stesso concetto di popolo, non si risolse nella concezione individualistica di una sola entità giuridica, ma implicò la rilevanza giuridica, sia del tutto, sia dei singoli cittadini, in quanto parti strutturali dell’insieme costituito dal popolo. Insomma una concezione “collettivistica” e non, come si è a lungo ritenuto, una concezione “individualistica”[5].

In sostanza, quello che è necessario porre in evidenza è che la nascita di una Comunità politica implica che, originariamente, il territorio appartiene al popolo a titolo di sovranità, nel senso che tra i poteri sovrani del popolo rientra anche la “proprietà collettiva” del territorio.

Lo dimostra, a tacer d’altro, che per “cedere” a singoli soggetti parti del territorio è stata sempre ritenuta necessaria un atto solenne la divisio, preceduta da una manifestazione di volontà del titolare della sovranità. La prima “divisio” fu operata, secondo le testimonianze letterarie, dallo stesso Romolo, ma il Niebhur ha ritenuto che si trattasse di Numa Pompilio, il quale, evidentemente dopo una deliberazione dei Patres familiarum, divise il territorio dell’Urbe tra una parte assegnata ai singoli Patres, due iugeri a testa, cioè mezzo ettaro (quanto è appena sufficiente per soddisfare le elementari necessità familiari), ed una parte riservata all’uso comune della cittadinanza, il cosiddetto “ager compascuus”. Da notare che non si trattò affatto della cessione in proprietà privata, poiché sulla parte divisa i singoli assegnatari ebbero un potere indefinito, detto “mancipium”, e non un diritto reale come il diritto di proprietà privata. Ed è ancora da notare che anche le successive assegnazioni ai veterani delle terre conquistate avvenne mediante la solenne cerimonia, di origine etrusca, detta “divisio et adsignatio agrorum”, sempre preceduta da una lex centuraiata o da un plebiscitum, cioè da una manifestazione di volontà del popolo sovrano. D’altro canto, anche in questa seconda ipotesi, trattandosi di res nec mancipi, veniva trasferita soltanto la possessio (da potis sedeo, siedo da signore), cioè una res facti e non un vero e proprio diritto. Per parlare di un vero e proprio diritto reale, corrispondente più o meno alla nostra proprietà privata, fu necessario attendere l’inizio del I secolo a. C., quando, dopo una tormentata evoluzione giurisprudenziale, si cominciò a parlare di ”dominium ex iure Quiritium”, che comunque, fu oggetto di controllo pubblico, e comportò soltanto il ius utendi et fruendi, ma non il ius abutendi, del quale si parlò solo durante il medio evo.

Nel medio evo, peraltro, lo schema rimase lo stesso. Infatti, se si pensa che la sovranità, dal popolo era passata all’Imperatore, si capisce pienamente perché si parlò di un dominium eminens dell’Imperatore e di un dominium utile di chi lavorava la terra. Il territorio, insomma, apparteneva a chi era titolare della sovranità. L’appartenenza del territorio, in altri termini, rientrava nella somma dei poteri sovrani e questa appartenenza continuava ad esistere (Carl Schmitt parla di “superproprietà”) anche se in concreto la proprietà risultava assegnata ad un singolo cittadino.

La rottura dello schema romanistico si è avuta con la restaurazione napoleonica, la quale è stata realizzata in base al principio “Il potere al Governo, la proprietà ai privati”. Si è staccato così il diritto dall’economia e si sono poste le premesse per l’affermarsi delle teorie neoliberiste, che si disinteressano della persona umana e mirano soltanto al “massimo profitto”, dando origine al dannosissimo fenomeno della “finanziarizzazione dei mercati”, alla “svendita del territorio” ed alle perniciose “privatizzazioni”, che tolgono a tutti per dare a pochi.

4. – La prevalenza giuridica della proprietà collettiva su quella privata.

La salvezza sta nell’applicazione della vigente Costituzione repubblicana, la quale ha accolto in pieno l’insegnamento dei giureconsulti romani. La Costituzione, infatti, non solo ha sostituito lo Stato persona di stampo borghese con lo Stato comunità, qual era la Respublica Romanorum, ma ha riportato in primo piano la “proprietà collettiva” del territorio, ponendo in luce che la “proprietà privata” è semplicemente “ceduta” ai singoli con un atto di volontà del popolo sovrano, e cioè mediante legge. Alla “precedenza storica” della proprietà collettiva su quella privata si accompagna oggi la “prevalenza giuridica” della prima sulla seconda.

Lo chiarisce l’art. 42 della Costituzione, secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta dalla legge….allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, sancendo cioè che tale diritto è giuridicamente tutelato soltanto se ed in quanto “assicura” “lo scopo” della “funzione sociale”, rende cioè tutti partecipi dei benefici che provengono dalle attività produttive.

Il principio della prevalenza dell’interesse pubblico sull’interesse privato è ribadito, inoltre, dall’art. 41 della Costituzione, riguardante “l’iniziativa economica privata” e cioè l’attività negoziale che il proprietario pone in essere per disporre della proprietà privata, e cioè per acquisire o vendere la proprietà dei beni economici.

Si legge in detto articolo che “L’iniziativa economica privata è libera”. “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo di recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Come si nota, alla “funzione sociale” dell’art. 42 Cost., fa riscontro “l’utilità sociale”, di cui al precedente art. 41 Cost.

Ma non è tutto. Questa “prevalenza” dell’interesse pubblico sull’interesse privato, va coniugata con la “distinzione” tra “proprietà pubblica” e “proprietà privata”, di cui al primo alinea del citato art. 42 Cost., secondo il quale “la proprietà è pubblica e privata”.

In sostanza, dal combinato disposto delle citate disposizioni emerge con estrema chiarezza che la nostra Costituzione, non prevede affatto un solo tipo di proprietà, ma due tipi: quella pubblica e quella privata, sancendo, nello stesso tempo, la “prevalenza della prima sulla seconda”. Insomma, i “limiti” alla proprietà di cui pure parla l’art. 42 della Costituzione, affermando che “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento ed i limiti”, riguardano soltanto la proprietà privata, come è espressamente detto, e non la proprietà pubblica, la quale, in questo contesto, si identifica con la “proprietà collettiva demaniale”, che spetta al popolo a titolo di sovranità, come da tempo affermato da Massimo Severo Giannini[6].

Questa distinzione, inoltre, è stata chiarita da tempo dal Regolamento di contabilità generale dello Stato, approvato con R.D. 4 maggio 1885, n. 3074, il quale affermava testualmente: “I beni dello Stato si distinguono in demanio pubblico e beni patrimoniali. Costituiscono il demanio pubblico i beni che sono in potere dello Stato a titolo di sovranità, e formano il patrimonio quelli che allo Stato appartengono a titolo di proprietà privata” [7].

Insomma, la “dinamica giuridica” che segue la Costituzione ripete puntualmente la stessa dinamica che si è svolta storicamente. All’inizio, l’intero territorio appartiene al popolo a titolo di “sovranità”. In seguito, parte del territorio viene, con “legge”, “riservato” all’uso diretto della popolazione, restando “proprietà collettiva demaniale” come res extra commercium, e cioè come beni “inalienabili, inusucapibili ed in espropriabili”, e parte viene “ceduta” a privati, diventando oggetto di “proprietà privata”.

E questa parte “ceduta” in proprietà privata, sia ben chiaro, deve comunque perseguire una “funzione sociale”, poiché ciò che conta, prima della tutela individuale, è l’”utilità sociale”, di cui parla l’art. 41 della Costituzione.

Insomma, sia la storia degli istituti giuridici, sia, direttamente, la nostra Costituzione confermano quanto sopra si diceva: si deve parlare di un “capovolgimento” delle tradizionali concezioni borghesi, rinverdite e rafforzate dalle teorie neocapitalistiche, e ritenere che non è il pubblico che “limita” il privato del suo uso del bene comune, ma è il privato che sottrae alla collettività la possibilità di utilizzarlo per il bene comune.

5. – Il ius aedificandi

Se si tiene presente, come sopra si è tentato di dimostrare, che la “proprietà privata” deriva da una “cessione” di parti del territorio a singoli individui da parte del popolo, il quale, non solo ha la “proprietà collettiva” dell’intero territorio, ma conserva, come ricorda Carl Schmitt,[8] anche una “superproprietà” o, se si preferisce un dominium eminens sulle parti “cedute”, diventa davvero inconcepibile ritenere che, oltre al diritto di appartenenza di un appezzamento di terreno, sia stato “ceduto” anche il diritto di “modificare il territorio” nella sua interezza, potere che è ovviamente rimasto nei “poteri sovrani del popolo”.

Quando ci lamentiamo degli scempi paesaggistici, della cementificazione, delle distruzioni della natura non possiamo limitarci alla “denuncia”: è un nostro “diritto di proprietà collettiva” che è stato leso, e questo diritto è ben più grande e più tutelato del diritto di proprietà privata. E, comunque, come si è detto, il ius aedificandi non ha nulla a che vedere con il diritto di proprietà privata. Non c’è nessuna disposizione del codice civile che lo preveda, mentre, come è noto, lo stesso codice ha cura di precisare che questo diritto deve fare i conti con i “limiti posti dall’ordinamento giuridico”.

Nel caso poi della costituzione a favore di un terzo da parte del proprietario privato deldiritto di costruire e mantenere su suolo proprio una costruzione (art. 952 del codice civile), è evidente che tale costituzione di un diritto reale limitato è condizionata al riconoscimento da parte dell’Autorità competente, di quel particolare terreno come rientrante in una zona urbanizzata. Si vuol dire che è “l’urbanizzazione” del territorio, è in ultima analisi la “cessione” ai singoli di questo potere rientrante nella proprietà collettiva del territorio stesso, a far nascere in capo ai singoli proprietari di terreni il diritto di costruire. Fuori di questa “cessione”, il proprietario privato non può assolutamente vantare un ius aedificandi come insito nel suo diritto di proprietà.

Ed è per questo che è corretto parlare di “concessione” del diritto di costruire,come prevedeva la legge Bucalosi, n. 10 del 1977, ed è fortemente in contrasto con tutti i principi del nostro ordinamento parlare di “licenza di costruzione”, com’era una volta, o di “permesso di costruire”, com’è oggi.

Come si è sopra chiarito, tutto ciò dipende dal fatto che la cultura borghese e neoliberista si è tenacemente opposta all’idea stessa della “proprietà collettiva del territorio”, che è invece viva e presente nel nostro ordinamento costituzionale e contiene anche questo supposto “diritto di costruire”, che, per sua natura non può appartenere a singoli soggetti, ma a tutti i consociati.

6. – La dinamica costituzionale per lo sviluppo economico. La partecipazione dei cittadini

Il problema dell’attuazione del ius aedificandi, rende necessario qualche cenno sulle linee direttrici che la nostra Costituzione pone a proposito dello sviluppo economico.

Come è noto, la nostra Costituzione parte dall’idea di comune esperienza secondo cui la ricchezza proviene da “due fattori”: “le risorse della terra” ed “il lavoro dell’uomo”. Infatti “due sono gli obiettivi” che la stessa si propone di raggiungere: a) “tutelare il territorio”; b) “proteggere il lavoro”. Ed è molto significativo, in proposito, il fatto che il Titolo III, Parte prima, della Costituzione, dedicato ai “Rapporti economici”, è in pratica dedicato, sia alla tutela del territorio, sia alla tutela del lavoro.

In particolare parlano del territorio l’art. 42, primo comma, secondo il quale “la proprietà è pubblica e privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti e a privati”, nonché l’art. 44, primo alinea, secondo il quale occorre “conseguire il razionale sfruttamento del suolo”. Parlano invece di lavoro, l’art. 35, secondo il quale “la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”, l’art. 36, secondo il quale “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente a assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, nonché l’art. 38, importante per l’affermazione di principio secondo cui tutti devono lavorare, ed è esentato da questo dovere soltanto “il cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere”, per il quale è previsto il “diritto al mantenimento ed all’assistenza sociale”.

Il quadro costituzionale, relativo ai due essenziali fattori della produzione, tuttavia, non si ferma qui. Basti pensare, quanto alla difesa del territorio, al riferimento dell’art. 9 alla tutela del paesaggio e dei beni artistici e storici[9], nonché alla disposizione dell’art. 52 Cost., secondo il quale “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. E, per quanto riguarda il fattore lavoro[10], al primo alinea dell’art. 1 della Costituzione, secondo il quale “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, nonché all’art. 4, primo comma Cost., secondo il quale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Tutela del territorio, e cioè delle risorse della terra[11], e tutela del lavoro, e cioè della piena occupazione, sono, dunque, obiettivi fondamentali della nostra Carta costituzionale.

Come perseguire questi due obiettivi è specificato nel citato Titolo III, della Parte prima, Cost.

In questo titolo si prevede, innanzitutto, all’art. 43 Cost., un intervento pubblico nell’economia principalmente in relazione alle “imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazione di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”, precisandosi che “a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese categorie di imprese”.

Insomma, il principio è che le imprese strategiche debbono essere in mano pubblica e che non è accettabile rimettere alla speculazione privata la produzione di beni e servizi primari per la vita del Paese. Questo punto essenziale è stato travolto dalle numerose e dannosissime “privatizzazioni”, che hanno privato l’Italia, in breve periodo, del 50 per cento delle imprese, sospingendola verso una irrimediabile miseria, propedeutica ad un finale ed irreparabile disastro economico e sociale.

Altro punto strategico proprio della nostra “dinamica costituzionale” consiste nell’aver “separato” la piccola e media proprietà, come la proprietà coltivatrice diretta e la proprietà della prima casa (artt. 44 e 47 Cost.), dalla proprietà la cui produzione eccede le strette esigenze di vita e sono in grado di far crescere la “produzione nazionale”.

Per questo tipo di proprietà, come si è già accennato, la stessa tutela giuridica è condizionata all’assolvimento della “funzione sociale”, cioè all’obbligo di dar spazio all’ “occupazione” ed alla “produzione” di beni che possano soddisfare i bisogni di tutti.

Quest’obbligo è sancito in modo espresso e con piena “precettività” dal citato art. 42 Cost., in base al quale, si ripete, “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge… allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. E’ una norma universalmente riconosciuta in dottrina come “norma precettiva di ordine pubblico economico”, la quale, tuttavia, anche a causa di talune discutibili sentenze della Corte costituzionale, è rimasta del tutto “inapplicata”. Lo dimostrano il continuo e dannosissimo ricorso alle“chiusure e delocalizzazioni” di “imprese” desiderose solo di maggiori profitti, nonché la massa enorme di “immobili” e soprattutto di “terreni” “abbandonati” dai loro proprietari.

Al riguardo, è la stessa Costituzione che ci offre il rimedio. Se è vero, come è vero, chela “tutela giuridica” della proprietà privata è condizionata alla “funzione sociale”, il venir meno di quest’ultima, fa venir meno anche la tutela giuridica e, di conseguenza, vien meno il “diritto di proprietà privata” ed anche, e necessariamente, qualsiasi diritto di “indennizzo”, visto che non esiste più il diritto da indennizzare.

Si verifica, insomma, un “effetto automatico”, per il quale, il bene originariamente appartenente a tutti, e da tutti “ceduto”, mediante legge, ad un singolo individuo, torna con tutta evidenza nella proprietà collettiva di tutti.

Dunque, nel caso dell’abbandono, di terreni ed immobili, che ha un suo precedente storico “nell’ager desertus” della tarda Roma imperiale, implica il dovere, meglio si direbbe il “munus”, dell’autorità pubblica di iscrivere formalmente nella proprietà pubblica e collettiva dalla stessa amministrata il bene di cui si discute, a ciò provvedendo, dopo la necessaria “diffida” ad adempiere al proprietario. Si tratta, in sostanza, di rileggere attraverso una “interpretazione costituzionalmente orientata”, quanto è già scritto nell’art. 838 del codice civile in relazione ai terreni abbandonati, tenendo conto, come poco sopra si accennava, che il “meccanismo giuridico” previsto dalle sopra ricordate “disposizioni costituzionali” di ordine pubblico economico” implica il venir meno, insieme con il diritto di proprietà, anche del conseguente diritto all’indennizzo.

C’è poi un ultimo punto molto importante da tener presente nell’analisi di questa “dinamica costituzionale”: è la “partecipazione” del cittadino alla “funzione legislativa”, alla “funzione amministrativa”, ed alla “funzione giudiziaria”. Ed è da sottolineare che, la partecipazione alla funzione legislativa e a quella giudiziaria riguarda soltanto un potere di iniziativa o di abrogazione, mentre quella concernente la funzione amministrativa implica un effettivo esercizio della funzione stessa. Infatti, come è noto, la funzione legislativa è riservata al Parlamento e quella giudiziaria è riservata all’Autorità giudiziaria, ed invece la funzione amministrativa è condivisa da questa, con enti e con soggetti privati.

E’ noto che la partecipazione alla funzione legislativa si concreta nel referendum abrogativo (art. 75 Cost.) e nella proposta di leggi di iniziativa popolare (art. 71, comma secondo Cost.).

Più complesse sono le disposizioni costituzionali che riguardano l’effettivo esercizio della funzione amministrativa da parte dei cittadini. La disposizione principe in proposito è quella dell’art. 3, comma secondo, Cost., secondo il quale è compito della Repubblica assicurare “l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E “partecipare” alla ”organizzazione”, in termini giuridici, vuol dire proprio partecipare all’azione amministrativa dei pubblici poteri. E parlare di “lavoratori” vuol dire parlare di tutti i cittadini, poiché, come si è visto, per la Costituzione non esistono i “fannulloni”: o si ha la capacità di lavorare e si “deve” lavorare, o si è “inabili al lavoro” ed allora si ha diritto al mantenimento ed all’assistenza sociale.

Accanto a questo principio a carattere generale, la Costituzione fa ricorso alla “partecipazione” anche nel citato art. 43, nel quale, come si è detto, si affida la gestione di imprese o di categorie di imprese “di preminente interesse generale” anche a “comunità di lavoratori o di utenti”, e cioè ad entità giuridiche diverse dalla pubblica amministrazione.

Di “partecipazione” infine parla diffusamente e con precisione l’ultimo comma dell’art. 118 del rinnovato Titolo V della Costituzione, nel quale si legge che ”Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e “comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Qui addirittura si afferma che l’iniziativa dei cittadini in tema di funzioni amministrative dovrebbe precedere, in casi di estrema vicinanza agli interessi del popolo, l’azione dei pubblici poteri: questo e non altro significa il ricorso al concetto di “sussidiarietà”.

Quanto alla partecipazione alla funzione giudiziaria, occorre ricordare che, in base alla costruzione che abbiamo descritto della “Comunità politica”, il “cittadino è parte costitutiva” del popolo, e come tale può e deve agire, con un’azione popolare, nell’interesse proprio e di tutti i consociati. Si tratta di un potere di iniziativa che è insito nel sistema costituzionale, con la conseguenza che una previsione di legge ordinaria in proposito avrebbe valore puramente dichiarativo.

Questo principio sembra sia stato accolto dalle Sezioni unite della Corte di cassazione[12] e dalla Corte costituzionale[13] nel noto caso dell’azione promossa da un semplice cittadino per ottenere la cancellazione della legge elettorale, cosiddetta “porcellum”. In detta sentenza si legge, infatti, che la “questione” sottoposta all’esame della Corte costituzionale, “ha ad oggetto un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, il diritto di voto, che ha come connotato essenziale il collegamento ad un interesse del corpo sociale nel suo insieme”. Pare proprio che la Corte costituzionale abbia utilizzato il concetto, poco sopra esposto, del rapporto tutto-parte, considerando il cittadino come “parte strutturale” della collettività, per cui la sua azione giudiziaria concerne il proprio interesse individuale e, nel contempo, quello di tutti gli altri consociati. E se è così, si può agevolmente affermare che oggi, ad opera della giurisprudenza di legittimità e della giurisprudenza costituzione, l’azione popolare, è diventata una sicura realtà[14].

7. – Cosa fare?

Il discorso fin qui condotto ha spianato la strada per combattere, sul piano giuridico, contro il principale responsabile della cementificazione e della impermeabilizzazione del suolo, il cosiddetto ius edificandi. Dovrebbe esser chiaro, infatti, che non è affatto configurabile un diritto di costruire “insito” nel diritto di proprietà privata, mentre si deve necessariamente affermare che questo potere di trasformazione del territorio costituisce una “potestà” insita nella proprietà collettiva che spetta al popolo sul suo territorio a titolo di sovranità.

Vengono in evidenza, a questo punto, due concetti importanti: la tutela del territorio e la fruizione dello stesso. In sostanza, emerge la necessità di “norme di tutela” e di “norme del governo” del territorio.

Le prime, che sono di competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma secondo, lett. s), Cost., pongono i “limiti invalicabili” di tutela[15], oltre i quali, superate le soglie della sostenibilità ambientale, si provocano seri danni ambientali; le seconde, che rientrano nella competenza concorrente delle Regioni, ai sensi dell’art. 117, comma terzo, Cost., pongono la “normativa d’uso” del territorio,sanciscono, cioè, in quali zone del territorio e con quali modalità, è possibile costruire. In questo secondo caso, è bene sottolinearlo, lo Stato ha l’obbligo di stabilire, con una legge quadro, i “principi fondamentali” aventi la funzione di indirizzare o porre dei limiti alle manifestazioni legislative[16] della Regione. E non può sfuggire che l’attuale legge quadro per l’edilizia approvata con DPR n. 380 del 2001 è tutta da rifare.

E’ di questa nuova legge quadro che oggi c’è urgente, indilazionabile bisogno. Infatti, è solo in una legge di tal genere, infatti, è possibile stabilire, nella visione di un quadro generale del problema, norme fondamentali applicabili in tutto il territorio nazionale, concernenti il consumo di suolo agricolo e di verde urbano.

Ed a questo proposito, considerato che il punto dolente è quello del cosiddetto ius aedificandi, causa efficiente di notevolissimi danni al territorio, si potrebbe prevedere che la concessione edilizia possa essere rilasciata solo su terreni esistenti in zona urbanizzata e preventivamente acquisiti al patrimonio comunale, o perché si tratta di terreni o immobili abbandonati, che, come si è visto, sono automaticamente rientrati nel patrimonio della Comunità comunale, o perché, per eccezionali esigenze pubbliche, tali terreni o immobili siano stati preventivamente espropriati prima dell’urbanizzazione ed al costo previsto per i terreni agricoli.

Detta concessione dovrebbe inoltre consistere, non in un’autorizzazione a costruire, ma nella costituzione di un diritto di superficie da concedere a seguito dell’esperimento di una gara ad evidenza pubblica e dietro pagamento di un equo canone annuo rivalutabile secondo le stime di mercato. Si eviterebbe così la piaga delle dannosissime “rendite fondiarie”, causate dalle cosiddette “urbanizzazioni di favore”, che arricchiscono indebitamente pochi speculatori, a danno di tutti, nonché delle frequenti collusioni tra costruttori e amministratori pubblici. D’altro lato si assicurerebbe alle casse comunali un altro introito sicuro, dovendosi, peraltro, anche prevedere che gli oneri di urbanizzazione siano effettivamente destinati alle opere di urbanizzazione, evitando che detti introiti siano utilizzati per le spese correnti, come prevede la citata legge destinati alle spese correnti, come oggi avviene, seguendo le disposizioni del citato art. 136, comma secondo, lett. c) del vigente T.U per l’edilizia, approvato con DPR 6 giugno 2001, n. 380.

E’ poi tra questi principi fondamentali che andrebbe previsto anche la necessità di istituire una cintura verde intorno alla zona cittadina urbanizzata, nonché la previsione di notevoli Parchi urbani. Indispensabile sarebbe poi prevedere dellenorme penali che considerano delitto punibile con la reclusione da uno a cinque anni, il fatto di chi leda detti principi ed arrechi, comunque, danni ambientali.

La legge quadro di cui si discute dovrebbe ancora prevedere una attenta manutenzione[17] del territorio comunale e, nell’immediato, una grande opera pubblica statale di ristabilimento dell’equilibrio idrogeologico d’Italia.

Non è chi non veda come un’opera pubblica di tal genere possa simultaneamente perseguire due finalità: la ricostituzione del territorio e contribuire efficacemente all’uscita dalla presente cosiddetta crisi economico finanziaria, poiché la distribuzione di risorse finanziarie ad un considerevole numero di lavoratori agirebbe da volano dell’economia e permetterebbe anche di diminuire notevolmente il debito pubblico. E’ da considerare d’altro canto che gli stessi costruttori, se invogliati a concorrere agli appalti per l’esecuzione di una grandiosa opera pubblica di ristabilimento dell’equilibrio idrogeologico, certamente non avrebbero nessuna difficoltà a lavorare per un fine diverso da quello sin qui seguito. Ora la parola passa al Governo, il quale ha l’obbligo inderogabile di convincere l’Europa che è inutile accantonare contabilmente 50 miliardi all’anno per 20 anni, come ci impone il fiscal compact e che sarebbe molto più ragionevole investire dette somme in un’opera che ristabilisca gli equilibri ambientali, senza produrre merci da collocare sul mercato.

 

NOTE:

[1] Sull’argomento vedi: S. Settis, Paesaggio Costituzione Cemento, Torino, 2010.

[2] Sulla ricostruzione del fatti al riguardo, vedi E. Salzano, Memorie di un urbanista, Venezia, 2012., p. 196 ss.

[3] S. Settis, Pesaggio Costituzione Cemento cit., p.17 s.

[4] S. Settis, o. c. , l. c.

[5] P. Catalano, Populus Romanus Quirites, Torino, 1974.

[6] M.S. Giannini, I beni pubblici, Roma, 1963, rist. 1981, p. 47.

[7] Sul collegamento tra “proprietà collettiva “ e “sovranità”, vedi il mio scritto “I beni comuni nel codice civile, nella tradizione romanistica e nella Costituzione della Repubblica italiana”, in Giurisprudenza costituzionale, 2011, p.2613 ss., rinvenibile su www.federalismi. It. Tema ripreso, con dovizia di particolari, S. Settis, in Azione popolare, Torino, 2012, p.79.

[8] C. Schmitt, Il nomos della terra, Milano, 1991, p. 17 ss.

[9] Quanto alla tutela del paesaggio, sono fondamentali i volumi di Salvatore Settis: Paesaggio Costituzione Cemento, Torino, 2010 e Azione popolare, Torino, 2012; nonché il completissimo articolo di G. Severini, La tutela costituzionale del paesaggio, in www.giustizia-amministrativa.it, 2005.

[10] Da ultimo, G. Zagrebelsky, Fondata sul lavoro, Torino, 2013.

[11] Quanto alla tutela delle risorse della terra, vedi: G. Di Marzo, Anatomia di una rivoluzione, Roma, 2012; C. Iannello, Il diritto all’acqua, Napoli, La scuola di Pitagora editrice, 2012..

[12] A proposito delle sentenze del 2011, relative alle Valli di pesca della laguna veneta.

[13] Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014.

[14] Fondamentale, al riguardo il citato volume di S. Settis, Azione popolare.

[15] Vedi sentenze della Corte costituzionale a partire dalle sentenze n. 367 e 378 del 2007 in poi.

[16] C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1976, Tomo II, p. 925 s.

[17] E’ da ricordare che 45 senatori e deputati, utilizzando il lavoro degli Uffici tecnici statali, hanno presentato una importante proposta di legge, contenente norme tecniche per una reale manutenzione del suolo.

Tratto da: http://eddyburg.it/

 

 

Laboratorio della Sussidiarietà: gli Amici di Pontecarrega inseriti nella mappa nazionale dei Beni Comuni. Grande soddisfazione anche per la menzione delle nostre attività al Congresso dell’Arci

Vogliamo festeggiare questo primo anno di associazione condividendo con Voi questo articolo comparso sul sito di Labsus, Laboratorio per la Sussidiarietà, dedicato alla nostra associazione e alla operazione di pulizia e restauro dello storico Ponte Carrega avvenuta la scorsa estate. La eco della nostra attività è giunta fino alla Capitale e la Associazione Amici di Pontecarrega è stata inserita, prima tra le realtà genovesi, nella mappa nazionale dei Beni Comuni che il Laboratorio per la Sussidiarietà sta realizzando. Tra le realtà genovesi menzionate da Labsus troviamo anche, in altri ambiti, gli amici della Fondazione San Marcellino e la Onlus Per Staglieno per le loro attività meritevoli nel campo dell’assistenza e del volontariato attivo.

Questo l’articolo a firma di Lucia Zanfrilli: http://www.labsus.org/2014/02/amici-di-pontecarrega-per-la-citta-di-genova/

E’ motivo di grande orgoglio e di conferma del valore delle nostre scelte e delle nostre idee essere inseriti nella mappa nazionale dei Beni Comuni da un associazione di prestigio e indipendente come il Laboratorio della Sussidiarietà (http://www.labsus.org/ ), il cui scopo è quello di favorire la cittadinanza attiva nel rispetto del principio di sussidiarietà sancito dall’art. 118 della Costituzione. Labsus si avvale della collaborazione di università ed esperti in materia giuridica, economica e sociologica attraverso il lavoro di una direzione, di una redazione e di un prestigioso comitato scientifico (http://www.labsus.org/le-persone/). Questo riconoscimento conferma come la strada intrapresa sia giusta: il livello decentrato di governo del territorio fa parte del disegno costituzionale dalla riforma del 2001. La nostra associazione si pone in questa scia culturale che vede la cittadinanza come il primo e più importante livello di decisione amministrativa: la gestione del territorio passa attraverso il cittadino e le associazioni presenti sul territorio. Chi vive il territorio è promotore e primo attore che deve avere coscienza del proprio territorio. E’ questo l’unico modo che immaginiamo per la risoluzione dei conflitti e per la mediazione, di norma conflittuale, tra territorio e mondo politico. Noi offriamo un cambio di prospettiva, laboratorio vivo in cui si sperimenta la cittadinanza attiva: non ci opponiamo al cambiamento ma vogliamo esserne partecipi e promotori. La gestione del territorio va ridiscussa dal basso, con il contributo della cittadinanza in un rapporto “orizzontale” tra i livelli decentrati di governo e la cittadinanza. Essere cittadinanza attiva significa avere un ruolo ben definito ma significa avere una prospettiva propositiva e critica nei processi decisionali e di partecipazione che vanno al di là della democrazia rappresentativa rasentando i principi della democrazia partecipativa.

Altro grande motivo di soddisfazione, inoltre, è lo spazio dedicato alla Associazione Amici di Pontecarrega al convegno dell’Arci di sabato 8 febbraio 2013 ( http://arcigenova.org/2014/01/11/a-marzo-il-xvi-congresso-nazionale-dellarci/ ) che ha visto il rinnovo delle cariche sociali e la presentazione del documento “Il valore dell’ associazionismo al tempo della crisi “. La nostra associazione non era presente ma la menzione dell’Arci è per noi motivo di grande soddisfazione e segno di una fruttuosa collaborazione anche con l’Arci Genova.

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http://www.labsus.org/2014/02/amici-di-pontecarrega-per-la-citta-di-genova/

Il Secolo XIX: il nostro impegno per far tornare l’antica edicola al suo posto originario

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Link al XIX

A Compagna per Ponte Carrega!

La rivista di A Compagna, storica e prestigiosa associazione per la salvaguardia di Genova e del genovese attiva dal 1923, dedica a Ponte Carrega e alla Nostra Associazione tre pagine sul numero trimestrale di ottobre-dicembre.
Un motivo di grande orgoglio per il nostro quartiere e il nostro territorio!
numero completo in formato pdf: >> Scarica qui <<
Con grande emozione pubblichiamo quanto comparso sul bollettino di A Compagna ritenendo che sia un grande onore per tutti noi!1234

Osservazioni in merito al nulla osta del Sindaco Marco Doria…

Pubblichiamo nota in risposta alle reazioni sul nulla osta del Sindaco Doria per Ponte Carrega inviataci dal Consigliere comunale Giampaolo Malatesta, mossosi in prima persona per l’ottenimento del permesso firmato da Doria.

<<In riferimento alle reazioni apparse, sia sui social network sia sul secolo XIX di oggi, in merito alle vicende del Ponte Carrega vorrei puntualizzare e chiarire alcuni aspetti.

L’Associazione Amici di Pontecarrega, a cui riconosco un forte impegno di approfondimento e lavoro sul quartiere e territorio, ha reagito in modo troppo irrazionale ad una nota di natura giuridico amministrativa sottoscritta dal sindaco. In pochi giorni ( la richiesta è partita il 3 ottobre ed il bando FAI scadeva il 10 ) è stato approfondito il tema, discusso in giunta e affidata la redazione formale di un nulla osta alla segreteria generale e direzioni competenti. La nostra città non può dimenticare che per le recenti alluvioni ci sono state vittime e che sono in corso inchieste della magistratura per accertare competenze e responsabilità. Mi spiace notare che invece che dare atto che il Sindaco ha comunque sottoscritto un nulla osta che era indispensabile per partecipare al bando in quanto il manufatto è di proprietà della Civica Amministrazione, si è invece enfatizzato le premesse di natura giudico amministrativa di sicurezza idraulica disposte anche da altri enti ( come per il Piano di Bacino ) o di progetti preliminari antecedenti alla valorizzazione culturale ( ancorché non monumentale) del ponte che non possono essere superati da un nulla osta ma da atti deliberativi collegiali. Nella nota predisposta dagli uffici tecnici e sottoscritta dal Sindaco è altresì evidenziato che in seguito ad opere come lo scolmatore ( la cui realizzazione è stata riavviata da questa amministrazione ) si potrebbero superare o ricalcolare le prescrizioni imposte. Mi pare che l’approfondimento ed il confronto pacato potevano essere anteposti alla frettolosa polemica mediatica anche per rispetto di chi come me, ma soprattutto del Sindaco che si è adoperato a fornire una risposta comunque positiva in tempi ristretti. Con rispetto e cordialità>>.

Malatesta Gianpaolo Consigliere Comunale

La verità autentica

Un uomo al proprio interno può essere del tutto autentico, perfettamente dedito all’ideale, privo del più piccolo interesse personale, ma tuttavia vivere una vita autentica solo a metà.

Il caso esemplare è il fanatismo, politico o religioso che sia. Qui abbiamo a che fare con veri e propri asceti, nessun dubbio al riguardo, ma dell’idiozia e talora del crimine. Hitler era così.. forse anche Lenin e Stalin, Mao Tze-Tung e Pol Pot… Forse anche i terroristi, rossi o neri che hanno sparato alle spalle di persone per bene e mettevano bombe sui treni e nelle piazze erano così. Persino i mafiosi si chiamano tra loro “uomini d’onore”… Forse anche Roberto Bellarmino, gesuita, cardinale, dichiarato santo e dottore della Chiesa, che fece bruciare vivo Giordano Bruno, perché non aveva abiurato alle sue idee, era così.

Ma l’ideale a cui un uomo è autenticamente fedele, può essere distruttivo per gli altri e una prigione per lui. Può generare aggressività, violenza, superstizione, odio, morte, come di fatto è avvenuto e avviene, e in questo senso si parla letteralmente di – vittime della verità –

La verità autentica, infatti, ha natura relazionale, coincide con il bene comune e con la giustizia, e perciò le idee che intendono rappresentarla si verificano pragmaticamente sulla capacità di produrre bene e giustizia.

L’albero della verità, è stato detto, si riconosce dai suoi frutti…”

(Tratto dal saggio di Vito Mancuso – La vita autentica 2009)   

Riconoscendo al Comune di Genova una rigorosa autenticità nell’applicazione del vigente Piano di Bacino, pubblichiamo di seguito la lettera a firma del Sindaco Marco Doria, riguardante il nulla osta alla presentazione del nostro progetto di restauro di Ponte Carrega.

La nostra domanda è stata presentata al Comune per poter partecipare al concorso promosso dal FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), per accedere a un finanziamento volto al suo recupero. Ponte Carrega, in qualità di primo luogo del cuore 2012 nella Provincia di Genova, ha diritto di partecipare al concorso e accedere eventualmente al finanziamento per il suo recupero.

Clicca sull’immagine per accedere al documento – Vedere anche il nostro articolo “Perché”

il Comune ha dato il suo nulla osta, come poteva farlo Ponzio Pilato: lavandosene le mani – “.. il Comune non assume alcun impegno in ordine al mantenimento del ponte Carrega..”“..superiori esigenze di tutela della pubblica incolumità”..  e fino a questo punto nulla da obbiettare, anche noi siamo consapevoli che prima viene l’incolumità pubblica e poi il resto.. è l’ultimo inciso che ci ha preoccupato.

“mantenendo altresì una posizione estranea alla procedura in oggetto”. 

Chi finanzierebbe un restauro a un ponte “fuori norma” che il Comune dichiara di non voler adeguare ma piuttosto demolire?  La perdita del finanziamento per il recupero del Ponte, in queste circostanze, è certa.

In fondo anche la Lanterna probabilmente ha qualche problema nei riguardi dell’attuale norma sismica, ma forse, mettendo sempre in primo piano le superiori esigenze di tutela della pubblica incolumità, ci sono soluzioni alternative prima di proporne l’abbattimento.

Grazie comunque a tutti coloro che hanno partecipato, presto la pubblicazione con la lista delle adesioni alla presentazione del progetto di recupero al FAI.

Pontecarrega