Archive for Storia e tradizioni della Val Bisagno

La Valbisagno di Camillo Sbarbaro

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Siamo lieti di poter partecipare ai martedì della Compagna presentando la conferenza “la Valbisagno di Camillo Sbarbaro“, con la presentazione del percorso della memoria di Pontecarrega e approfondimenti sul poeta ligure nel cinquantesimo anniversario della sua morte.

 

conferenza 31 ottobre

Domenica 14 maggio – Passeggiate alla scoperta del territorio – Memorie del Bisagno

MDB

Renzo Rosso, professore di costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano e autore del libro “Bisagno, il fiume nascosto” ci porta alla scoperta della storia idraulica, civile e politica del Bisagno.
Partendo da Ponte Carrega e scendendo in alveo all’altezza di Via Lodi è previsto di risalire il Bisagno fino alla zona della Sciorba, il tratto di corso d’acqua nel quale è prevista la realizzazione dello scolmatore del Bisagno.
A causa della presenza di ancora molta acqua all’interno del greto si consiglia di munirsi di stivali e abbigliamento sportivo.
Appuntamento alle ore 10:00 sul Ponte Carrega
Ingresso gratuito!

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Neviere in Val Bisagno: una storia dimenticata

Neviera

Spesso ci si chiede come venivano conservati i cibi ai tempi in cui il moderno frigorifero ancora non esisteva, ebbene, i nostri antenati si erano ingegnati anche in questo: le neviere. La neviera non era altro che un sistema per produrre ghiaccio che serviva per la conservazione dei cibi, ma anche per alleviare alcune patologie come la febbre e contusioni. L’architettura di questa opera è molto semplice, veniva scavato un pozzo a forma conica capovolta con diametro interno di 10 metri circa per un’altezza di 5 metri circa, la struttura portante era un muro a secco; per garantire la permeabilità e non creare ristagni veniva inserito sul fondo un canale di scolo e uno spesso strato di tronchi, rami e foglie secche; in conclusione, quando era stata inserita neve con una forte pressione, si creava un altro strato di foglie secche e una copertura cilindrica di paglia con un’apertura che serviva da caricamento/svuotamento di neve. In Liguria e nello specifico a Genova, questo sistema venne adottato nelle alture fin dai tempi del rinascimento, quando ancora le nevicate erano abbondanti. Ebbe molto seguito soprattutto nelle grandi famiglie più agiate che ricorrevano al refrigerante naturale per raffreddare le bevande sulla tavola o per confezionare sorbetti ai nobili, suscitando nei medici del tempo serie preoccupazioni allo stato di salute dei propri pazienti. Presto si sviluppò un vero e proprio commercio del ghiaccio, con un aumento del prezzo tale che nel 1625 si decise di intervenire con un’imposta sulla sua importazione in città. La Repubblica Genovese nel 1640 decise di istituire una gabella sulla neve, concedendo l’appalto per l’approvvigionamento del ghiaccio all’intera città ad un unico impresario, con un contratto valido cinque anni. Un compito difficile nel quale bisognava tener conto di innumerevoli fattori, tra cui le condizioni climatiche e la grandissima quantità di ghiaccio che doveva essere raccolto. La produzione iniziava per l’appunto con la raccolta della neve da parte di una decina di braccianti che erano per lo più contadini della zona assunti dall’imprenditore. Quando il ghiaccio era pronto, durante la notte veniva tagliato in blocchi da 80 chili e avvolti in sacchi di tela e trasportato a dorso di mulo nel deposito in Vico della Neve. Il commercio del ghiaccio era un lavoro che non permetteva dii arricchirsi ma, tra periodi di produzione più florida e periodi di crisi, durò fino al 1870, per oltre due secoli. I resti di queste neviere nell’entroterra genovese, a pochi chilometri dal mare,  sono  numerosi e nella Valbisagno ne possiamo ammirare uno nei pressi del “Sentiero delle farfalle” segnalato da un’apposita targhetta esplicativa.

Quando le nevicate nel territorio genovese non erano copiose, si procedeva alla produzione del ghiaccio più in alto.  (1) Il laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale (L.A.S.A.) dell’Università di Genova, ha infatti portato all’identificazione di due neviere, o fosse da neve, utilizzate nel corso dell’800 per rifornire di neve e ghiaccio la città di Genova. Le neviere erano scavate nel terreno, con le pareti rivestite da muretti a secco (in alcuni punti ancora visibili) e, una volta riempite di neve pressata, erano coperte con un tetto di paglia e legno. In un documento del 1818 scritto dall’appaltatore Luigi Campodonico e indirizzato al sindaco di Genova si legge: “Non essendo cadute nevi nei dintorni della città…fui obbligato di farne deposito nella Montagna di Antola mediante dei fossi in fatta di ghiacciaie”

1) citazione dal sito http://www.altavaltrebbia.net.

Articolo a cura di Paolo Congiu, autore dell’articolo è appassionata di storia della vallata e fotografo

Il cartello presente sul percorso del Diamante

Il cartello presente sul percorso del Diamante

 

La neviera oggi

La neviera oggi

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Torna Memorie del Bisagno: domenica 5 marzo visita guidata al Cimitero di Staglieno!

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Da contadini a operai: le trasformazioni del lavoro in Val Bisagno

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Il percorso della memoria, sulle tracce di Camillo Sbarbaro

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Con questo nuovo articolo vogliamo segnalare un sentiero ancora oggi poco conosciuto che si stacca dal percorso dell’acquedotto storico e raggiunge la collina di Montesignano. Il sentiero è percorribile facilmente come deviazione dal percorso principale in circa 30 minuti di cammino.

Il percorso è ricco di testimonianze storiche e culturali d’importanza monumentale con una peculiarità che lo rende unico: i luoghi attraversati sono stati esplicitamente menzionati dal Poeta Camillo Sbarbaro in una sua prosa “Tramonto a Pontecarrega“. Ancora oggi i luoghi attraversati dal poeta, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, si possono facilmente riconoscere anche se avulsi e a volte nascosti dietro l’intensa urbanizzazione del secolo scorso e del passato recente.

Il fascino evocativo di questo percorso è ancora oggi straordinario perché molto del paesaggio descritto dal poeta è ancora leggibile e in grado di emozionare.

Scopriamo questo percorso che idealmente abbiamo chiamato “percorso della memoria, sulle tracce di Camillo Sbarbaro” perché molti hanno dimenticato che questo tracciato un tempo era frequentato da Camillo Sbarbaro. Forse questo paesaggio così evocativo, tanto da essere menzionato dal poeta, ha contribuito a stimolarlo verso quella “tematica della natura” così ricorrente nei suoi testi. I tesori nascosti di valore paesagistico sono ancora oggi straordinariamente intensi e di grande rilevanza per la memoria storica di tutta la Val Bisagno.

Molti, la natura li disturba; i più non la vedono. In lei io mi verso. È la sola costanza, la sola fedeltà che conosco nell’incertezza di tutto” – Camillo Sbarbaro

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< audio guida >

Il percorso inizia idealmente come deviazione al percorso principale dell’acquedotto storico in corrispondenza di Salita della Chiappa. Il punto è facilmente riconoscibile per la presenza di uno strano manufatto a pianta quadrata. Si tratta dell’antica garitta del dazio, oggi purtroppo in rovina. Dalla garitta s’imbocca Salita della Chiappa in direzione valle e si raggiunge via Lodi e si prosegue verso Via Piacenza.

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Si percorre un breve tratto lungo la sponda destra del Bisagno lungo Via Piacenza. Da questo punto guardando le sponda sinistra possiamo ammirare il paesaggio descritto da Sbarbaro (Rif. 1) dove in alto svetta la nostra meta: la Chiesa di San Michele Arcangelo di Montesignano. La chiesa ha origini che risalgono al quattrocento, come testimoniano gli affreschi recentemente rinvenuti con gli ultimi restauri. Il campanile che domina l’accesso alla valle del Rio Mermi, come un segnavia, indica la presenza dell’antico valico di crinale che porta verso Sant’Eusebio e Bavari.

Scendendo lungo Via Piacenza s’incontra Ponte Carrega, primo riferimento esplicito nella prosa di Sbarbaro.

S’ingannarono i miei occhi quella sera o Pontecarrega è in mattone (Rif 2)

Al tempo di Camillo Sbarbaro la strada di scorrimento della sponda sinistra non esisteva ancora e il ponte conservava ancora tutte le sue originali arcate.

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Veduta della Chiesa di San Michele dalla sponda sinistra del torrente Bisagno

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Pontecarrega al tempo del Poeta Sbarbaro

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Pontecarrega come appare oggi

Attraversata la strada di scorrimento, dopo la prima rotonda, guadagnano nuovamente il percorso storico, più o meno dove finiva l’antico ponte prima del suo restringimento, ovvero in corrispondenza a Salita alla Chiesa di Montesignano. Qui incontriamo il secondo riferimento esplicito nella prosa di Sbarbaro.

La stagione arruginiva il cono cui la borgata s’inerpica, pezzato di vigne (Rif 3)

L’antica borgata di Ponte Carrega a cui il poeta si riferisce è quella parte dell’abitato di Pontecarrega che sale verso la Chiesa di Montesignano le cui colline erano un tempo tappezzate di vigne. Il borgo è tuttora esistente ma le colline, in parte edificate, sono ancora oggi ben tenute con alberi da frutto e siepi.

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“il cono cui la borgata s’inerpica, pezzato di vigne”, il borgo esiste ancora ma è rimasto dietro i depositi delle ex. Officine Guglielmetti

 

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Borgata di Pontecarrega come appare oggi, verso Salita alla Chiesa di Montesignano

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il percorso sale verso Salita alla Chiesa di Montesignano

Superate le prime case la strada risale con i caratteristici tratti di una mulattiera acciottolata ma le pietre sono visibili solo al primo tornante mentre l’inizio del percorso è purtroppo ricoperto d’asfaltato. Il gruppo di edifici che si attraversa costituiscono il nucleo storico di Pontecarrega, probabilmente coevo con il ponte da cui prende il nome.

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Particolare della cartografia militare del Genio sardo rappresentante Pontecarrega con gli edifici della borgata omonima. Ignazio Porro, 1835

Consigliamo di soffermarsi sui particolari perché nel retro del borgo è ancora visibile il profilo dell’argine originale del Bisagno prima del suo restringimento. Il profilo coincide con il confine degli orti urbani ancora esistenti e ben mantenuti dietro gli edifici della borgata.

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Borgata storica di Pontecarrega ancora esistente dietro le ex. Officine Guglielmetti

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Particolare di un cortile nella borgata

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Inizio di Salita alla Chiesa di Montesignano (loc. detta “porte chiuse”)


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Pompa idraulica per pozzo in uno dei cortili della borgata

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Risalita dopo il primo tornante di Salita alla Chiesa di Montesignano

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Salita dopo il secondo tornante di Salita alla Chiesa di Montesignano

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Ultimo tratto della salita prima di arrivare alla Chiesa di San Michele Arcangelo di Montesignano

Al termine della salita la mattonata s’interrompe bruscamente per l’allargamento di Via Mogadiscio che sale verso S. Eusebio.

Finalmente siamo arrivati al sagrato della Chiesa di Montesignano, San Michele Arcangelo, e scopriamo il terzo riferimento esplicito nella prosa di Sbarbaro

Dal rogo scampavano solo le querce del sagrato.(Rif 4)

Il sagrato della chiesa è caratterizzato ancora oggi dall’antico mosaico acciottolato, uno dei più belli della Val Bisagno. Uno dei due lecci (Quercus ilex) a cui il Poeta si riferiva è ancora presente con i sui 300 e passa anni di esistenza.

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Sagrato della Chiesa San Michele Arcangelo di Montesignano

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Facciata della Chiesa di San Michele Arcangelo di Montesignano

 

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Una delle due querce rimasta come era al tempo di Camillo  ..”dal rogo scamparono solo le querce del sagrato”

Dal sagrato della Chiesa s’affacciano davanti a noi i crinali del parco dei forti, notiamo sulla sinistra Forte Sperone, poi spostandoci sulla destra in ordine Forte Puin e Forte Diamante con la sua inconfondibile forma a piramide. Questo paesaggio non è sfuggito al Poeta che così lo rappresenta:

I torvi picchi dei Forti in corona erano giganti che assistevano alla nascita d’una rosa” 

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Vista del parco dei forti dal sagrato della Chiesa, il paesaggio descritto dal poeta e forse come queste le nuvolaglie a cui si riferiva?

 

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Pontecarrega dal sagrato della Chiesa, “..un attimo dopo la borgata si splendette di un più raccolto lume.”

Per visitare la Chiesa consigliamo di contattare la Parrocchia o la Confraternita del Santissimo Sacramento e Santa Maria di Terpi, una delle confraternite più antiche della vallata e della città, la cui fondazione risale a 541 anni fa. Il nucleo originario della attuale chiesa è già presente infatti nel 1475, anno a cui si fa risalire la nascita della Confraternita e dell’oratorio, trasformato poi in chiesa parrocchiale nel 1818. Al suo interno si conservano opere della scuola genovese del seicento, da Orazio De Ferrari al Biscaino. Svetta per importanza la grande pala d’altare del fiammingo Cornelius De Wael, uno dei primi fiamminghi a lavorare in pianta stabile a Genova nella prima metà del seicento. Anche i marmi degli altari sono importanti: negli anni della trasformazione da oratorio a chiesa parrocchiale vennero acquisiti gli antichi marmi di San Domenico, demolito proprio in quegli anni per far spazio al Teatro Carlo Felice. Meritano ancora citazioni il ciclo di affreschi realizzati sulla volta dal Passano nel 1846 e l’ampio e prezioso corredo di stoffe e di cristi processionali della Confraternita. La statua lignea della Madonna del Maragliano è invece oggi conservata nella nuova sede parrocchiale in Via Terpi.

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cappa processionale della Confreternita, da poco restaurata

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La Madonna del Maragliano, conservata in Via Terpi

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Tracce degli affreschi quattrocenteschi ritrovati dietro il coro

 

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Particolare della pala d’altare di C. De Wael

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Ancora tracce degli antichi affreschi del ‘400 recentemente ritrovati

Non sappiamo se il Poeta ha proseguito oltre il sagrato, noi consigliamo di proseguire verso la borgata in località Terpi risalendo l’omonima mattonata fino alla Villa Durazzo-Grimaldi-Chiarella, la cui fabbrica risale agli inizi del seicento, e che fu anche sede del Comune di Bavari.(Rif. 5) dove notiamo come il paesaggio si apre nuovamente con i verdi crinali di S. Eusebio, di Monte Ratti e di Quezzi con la caratteristica torretta di costruzione sabauda. 

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Villa monumentale Durazzo-Grimaldi del secolo XVI. Il palazzo fu anche proprietà Raggi, Grillo-Cattaneo, Burlando e Chiarella

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Affresco interno alla villa

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Androne interno della villa

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Vista del campanile da Terpi


Il nostro percorso giunge a termine ma per ripercorrere le orme di Sbarbaro occorre ridiscendere nuovamente da dove siamo venuti.

Al ritorno, esprimeva l’ultima luce la vetrata limone dei “Paolotti(Rif. 6) 

I Paolotti è il nome di una delle tante osterie di Pontecarrega. Di questo luogo rimangono ancora molti ricordi nella memoria collettiva degli abitanti perché sono disponibili alcune fotografie su come si svolgeva la vita sociale di un tempo.

Anche in questo caso l’antica osteria è ancora riconoscibile nel contesto avulso e disordinato dell’urbanizzazione. I discutibili interventi urbanistici di recente realizzazione non hanno saputo cogliere e interpretare al meglio i valori della memoria, forse si poteva armonizzare con maggiore efficacia l’esigenze del nostro tempo con il prezioso tessuto storicamente consolidato che rappresenta un collegamento ideale, storicamente certo, tra i due parchi monumentali dei forti di Genova, quelli del versante occidentale e quelli del versante orientale, collegamento tanto auspicato per una effettiva valorizzazione di questo immenso patrimonio culturale.

Si ricorda per chi volesse ristorarsi, che la vecchia osteria dei Paolotti è ancora esistente, ma oggi si chiama trattoria “al Ciclamino”.

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Momento di socialità all’inizio del secolo scorso presso l’osteria dei Paolotti

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Insegna riconoscibile dell’osteria Paolotti

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L’antica osteria dei Paolotti, oggi trattoria “Il Ciclamino” e l’antica borgata di Pontecarrega ancora oggi riconoscibile nonostante l’aggressiva l’urbanizzazione del nostro tempo

 Vogliamo concludere la nostra breve descrizione con queste ultime parole

Sul ponte di tozza pietra bambinelle si davano la mano a girotondo” 

Di là del fiume il Caffè dei Velocipedisti sbadigliava dai buchi delle porte la noia della giornata.
Pontecarrega, rosso fiore colto dagli occhi una sera; come un ricordo d’amore tra le pagine chiuso.

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   Il testo integrale della prosa e la galleria storica è disponibile a questo <link>

 


Il percorso della memoria di Camillo Sbarbaro è stato inserito negli eventi della giornata europea del patrimonio nella edizione 2017

Camillo Sbarbaro 

Video su Camillo Sbarbato Città Metropolitana di Genova

Per approfondimenti su Camillo Sbarbaro e la tematica della natura

Camillo Sbarbaro, proposta di lettura del prof. Silvio Guarnieri

Alcune poesie

il mio cuore si gonfia per te terra,Camillo Sbarbaro

A volte, mentre vado per le strade – Camillo Sbarbaro

Svegliandomi il mattino – Camillo Sbarbaro

Talor mentre cammino, Camillo Sbarbaro

Forse un giorno, sorella – Camillo Sbarbaro

Padre che muori tutti i giorni un poco – Camillo Sbarbaro

Padre se tu non fossi – Camillo Sbarbaro

La trama delle lucciole – Camillo Sbarbaro

Gli Acciottolati della Val Bisagno

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Ospitiamo con molto piacere sul nostro sito l’intervento di Luca Riggio sui risseu della Val Bisagno

(a cura del Laboratorio SAN LUCA)

Mi presento: mi chiamo Luca Riggio, e da dieci anni mi occupo di acciottolati liguri (di rissêu, per dirla alla ligure) realizzandoli, restaurandoli e documentandoli. Essendo valbisagnino sono felice di condividere brevemente qui le mie ricerche, per cultura ma anche per dare lo spunto di una bella gita.
Usciamo dal centro città e risaliamo il torrente: 1) sotto la fermata Brignole della metro è stato scoperto il cinquecentesco sagrato di Santa Maria degli Incrociati, tra i più antichi della città, e proprio lì ne trovate una porzione e qualche foto; 2) a sinistra, in via s.Bartolomeo degli Armeni, c’è Villa Pallavicino delle Peschiere, con molti splendidi acciottolati ben conservati nel giardino, ma occorre chiedere il permesso all’amministrazione; 3) a destra in alto c’è la Madonna del Monte, datato 1904, con bel tappeto quadrato con stemmi, restaurato da Armando Porta; 4) risalendo il fiume, sopra il cimitero spicca la Chiesa di S.Bartolomeo di Staglieno, sagrato ricco con interessanti e insolite tessiture bianche e nere, ben restaurato di recente; 5) dall’altro lato, dominante su Ponte Carrega, abbiamo il magico sagrato della Chiesa di S.Michele Arcangelo, con i grigi e i bianchi incerti tipici degli acciottolati più antichi e rustici –i ciottoli sono piuttosto grossi e a km.0: i disegni, archetipici, asimmetrici e imprevedibili, tendono a confondersi con lo sfondo grigio; 6) poco più avanti, sul lato sinistro, c’è la Chiesa vecchia di S.Gottardo, un sagrato grande e accurato ma quasi completamente distrutto; 7) in ottime condizioni invece il sagrato della Chiesa dell’Assunta di Molassana, in via S.Felice, con la caratteristica M mariana coronata in un fine riquadro bianco e nero in mezzo al piazzale di bianchi e grigi ; 8) più avanti, sempre sulla sinistra per noi che risaliamo, imbocchiamo la strada per Creto – dopo qualche tornante troviamo la meravigliosa Chiesa di S.Siro di Struppa, con un grande sagrato nuovo indegno di lei, da menzionare in negativo per la poca cura del progetto e della posa e per i ciottoli impropri – istruttivo il confronto con i pochi metri quadri antichi davanti all’adiacente Oratorio; 9) seguiamo ancora questa strada e troviamo S.Giovanni Battista di Aggio, sagrato lungo e stretto a “frecce” bianche e nere, datato 1894, con un bel panorama; 10) tornati a valle proseguiamo di poche centinaia di metri e imbocchiamo via Trossarelli: la prima Chiesa, quella di S.Cosimo, è una delle tante che hanno perso il proprio rissêu (come anche Fontanegli e S.Eusebio), ma per fortuna dopo troviamo S.Martino di Struppa, 1887, e nella penombra degli alberi possiamo ammirare un grande e insolito sagrato bianco e nero – davanti all’ingresso un fiore “optical” a dodici petali e quattro spirali, di casa nel Levante ligure ma qui strane; 11) proseguiamo nella risalita del Bisagno, usciamo dalla città, prendiamo la SS 45 e svoltiamo a sinistra sul ponte direzione Davagna. Dopo qualche km troviamo la chiesa di S.Andrea di Càlvari, con acciottolato non molto grande, grigio, a ciottoli piuttosto grandi ma con posa estremamente accurata, tessitura originale e ottimo stato di conservazione; 12) il penultimo di questo giro si trova a Terrusso, sull’altra sponda del Bisagno, bivio sulla SS 45 a destra salendo, ed è un grande regalo per chi ama la cultura popolare: più rustico di quello di Calvari, con ciottoli più grandi e con tanti disegni evidentemente improvvisati e un po’ misteriosi, effetto accentuato dal fatto che la differenza tra bianchi e grigi, già in partenza non netta, si è ridotta col tempo; 13) purtroppo chiudiamo il giro con una nota dolente: il grande sagrato di S.Alberto di Bargagli è stato per metà asfaltato, e per metà è in stato di abbandono: incredibile il degrado a cui ho assistito nel giro di pochi anni, tra poco sarà del tutto illeggibile.

Luca Riggio
classe 1963, ha trovato nell’acciottolato il punto di equilibrio tra uomo e natura, di incontro tra spirito e materia, esempio di progresso umanistico e sostenibile (approfondimenti sul sito www.laboratoriosanluca.it), riproduzione riservata.

San Bartolomeo di Staglieno

San Bartolomeo di Staglieno – (Nota 1)

San Michele Arcangelo di Montesignano

San Michele Arcangelo di Montesignano

San Martino di Struppa

San Martino di Struppa

San Giovanni Battista di Terrusso

San Giovanni Battista di Terrusso

Sant'Alberto di Bargagli

Sant’Alberto di Bargagli

 

Nota (1) : Il sagrato della Chiesa di San Michele di Montesignano è stato menzionato nella Poesia di Camillo Sbarbaro, “Tramonto a Ponte Carrega”, nella raccolta Truccioli.

Storie e tradizioni della Val Bisagno: Val Bisagno, valle di ville

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Genova è una “civiltà di palazzi”. Non può quindi stupire che le stesse ricche famiglie di mercanti e finanzieri genovesi che risiedevano in città cercassero di esportare quella bellezza e magnificenza anche nei luoghi di villeggiatura fuori porta, sia a Levante che a Ponente, così come in Val Polcevera o in Val Bisagno.

Si tratta generalmente di ville coltive situate laddove le grandi famiglie patrizie possedevano grandi appezzamenti di terreno che davano rendite sia attraverso la locazione dei terreni a terzi sia attraverso la produzione di beni agricoli destinati alle residenze di città (Una cucina a Genova nell’ottocento, Sagep 2016).

Si può parlare di un sistema di ville in Val Bisagno: raggiungibili per la maggior parte attraverso la Strada di Bisagno, la più antica strada di fondovalle che sfruttava l’ampio greto del fiume e i periodi di secca per trasformare il Bisagno in una strada carrabile, le ville erano poi raggiungibili attraverso strade appositamente sviluppate per favorire l’accesso dei carri alle ville. Era così, ad esempio, per Villa Durazzo Grimaldi a Montesignano (chi voleva transitarvi doveva pagare una imposta per il transito) la cui strada partiva da Ponte Carrega o per la Villa Ferretto a Fontanegli che ripercorre quasi completamente l’attuale via Giovanni da Verrazzano.

Ogni grande appezzamento di terreno aveva il proprio palazzo di villa: la maggior parte di questi risale al periodo d’oro della finanza genovese, tra XVI e XVII secolo: è il periodo che Rubens celebra nel suo libro sui Palazzi di Genova nel quale comprende anche alcune ville suburbane.

Quasi tutte queste costruzioni sono state però via via riedificate o alterate nel corso degli ultimi due secoli, relegate ai margini nella disordinata crescita urbanistica del secondo dopoguerra (si pensi alla Villa Musso Piantelli stretta tra stadio e palazzi o alla vicina Villa Saredo Parodi oggi Comando dei Vigili di Marassi o ancora alla Villa Montebruno); Hanno quasi tutte perso i caratteri originari diventando spesso condomini plurifamiliari. Alcune sono state demolite, altre abbandonate per lungo tempo o vittime di speculazione (si citi, una per tutte, la villa Gio. Battista Invrea a Prato vedi ns. articolo ).

In generale non abbiamo molte notizie sui palazzi di villa della vallata: sappiamo poco sugli iniziatori delle “Fabriche” e quasi sempre non conosciamo il nome degli architetti, ad eccezione della villa di Galeazzo Alessi che sorge nella odierna via San Vincenzo (Sauli Grimaldi “in Bisagno”), anche se pesantemente modificata rispetto al disegno originario. Proprio l’Alessi rappresenta il nome che traccia lo spartiacque tra passato e futuro dell’architettura di villa nel corso del cinquecento. I palazzi da lui progettati (se ne contano tre certi tra quelli suburbani) e soprattutto quelli che a lui si ispirano (molto più numerosi), prediligono come nuovo canone architettonico la pianta quadrata e il monumentale tetto a quattro spioventi a fortissima pendenza (ad esempio la Villa oggi proprietà dell’Istituto delle Suore Maria Ausiliatrice a Marassi oppure villa Brignole Sale oggi Marassi a Montesignano o villa Thellung a Fontanegli).

Ripercorrendo la valle dalla attuale zona di Brignole fino all’estremo nord del Comune contiamo numerose testimonianze di ville antiche a partire dalla splendida villa Imperiale a Terralba (oggi sede della biblioteca Lercari), riccamente affrescata da Luca Cambiaso e talmente importante da essere scelta per ospitare nel 1502 il re di Francia Luigi XII durante un suo viaggio a Genova (come una anticipazione di quello che sarà poi il sistema dei Rolli cittadini inventato nel 1576).

Anche San Pantaleo fin dal secolo XV è zona ricca di testimonianze di villa: tra le tante ricordiamo la villa Cattanei in cima a San Pantaleo. A Staglieno troviamo la Villa Parodi in via del Veilino sulla cui facciata sono murate le palle di cannone della ritirata austriaca della guerra del 1746. Alcune ville (Rusca e Vaccarezza) furono sacrificate nel corso dell’ ottocento dall’espansione del cimitero di Staglieno. A Montesignano troviamo le già citate Durazzo Grimaldi che fu anche Grillo Cattaneo, Burlando e Chiarella, la villa Brignole Sale oggi  Marassi e la Durazzo Pallavicino Cattaneo Zanoletti alla Sciorba (Sorboa), testimonianze degli antichi possedimenti di queste famiglie nella media valle. A Sant’Eusebio incontriamo alcune ville più recenti, costruite tra ottocento e novecento (Odetti e Dolcino) mentre a Molassana ritroviamo la Villa Sauli (della Marchesa). A Fontanegli sono situate la villa Thellung, dove si conserva lo studio di G.B. Mameli, fratello di Goffredo, Ferretto (oggi casa di riposo) e Raggi (da qualche anno restaurata ad abitazione privata).

Anche se geograficamente non più nel Municipio Media Val Bisagno ma un tempo strettamente collegata alle direttrici viarie della Val Bisagno verso il Levante è importante citare la Villa di caccia dei Fieschi (e poi degli Spinola) a Bavari con il suo curioso tetto. Splendida è la Villa Durazzo a Pino, oggi Opera Don Orione, che conserva ancora alcuni ambienti al pian terreno decorati con finte grotte e nicchie e con alcuni affreschi del Guidobono: la proprietà conserva ancora alcune carrozze d’epoca che furono dei nobili Durazzo.

Concludiamo il nostro giro della vallata con l’antica villa Pallavicino a Struppa (oggi Asilo Le Coccinelle) un tempo primo bronzino dell’ acquedotto storico. Infine un breve cenno a quella che fu una delle più belle testimonianze della vallata, quella villa di Gio.Battista Invrea a Prato, vittima di una scellerata urbanistica incurante della bellezza e della storia, oggi deturpata e definitivamente compromessa. vedi ns. articolo

Il giro delle ville della Val Bisagno è pertanto un tour interessante e ricco di fascino e ispirazioni per la riscoperta e la rivalutazione della nostra vallata da un punto di vista storico paesaggistico e architettonico che sottolinea la bellezza spesso sottovalutata dei nostri quartieri.

L’ottava edizione del Festival dell’Antico Acquedotto, tenutosi durante il mese di Luglio e organizzato dal Teatro dell’Ortica ha ben valorizzato questo aspetto del nostro patrimonio facendo letteralmente scoprire angoli inaspettati di vallata, altrimenti difficilmente accessibili.

Per saperne di più: Catalogo delle Ville genovesi,  Italia Nostra, 1967
Le ville del genovesato, Valenti editore, 1987

Fabrizio Spiniello, associazione Amici di Ponte Carrega

Si ringrazia Jolanda Valenti per la collaborazione

Prospetto principale di Palazzo Thellung a Fontanegli

Prospetto principale di Palazzo Thellung a Fontanegli

Venere e Adone, Guidobono: particolare di Venere. Villa Durazzo a Pino

Venere e Adone, Guidobono: particolare di Venere. Villa Durazzo a Pino

affresco della Villa Durazzo Grimaldi a Montesignano

Affresco della Villa Durazzo Grimaldi a Montesignano

L’articolo è tratto dall’ultimo numero di “Noi in 20 Pagine”, bimestrale della Polisportiva Alta Val Bisagno a cui la Associazione Amici di Ponte Carrega ha collaborato nel corso di questi due anni curando la rubrica “C’era una volta”. Purtroppo, con il numero di Novembre 2016 si interrompono le pubblicazioni del periodico: è stato un piacere e una rara e importante opportunità poter collaborare con la Polisportiva e la redazione del giornale, vetrina più unica che rara per questi due anni della Val Bisagno e delle sue bellezze.

Nella speranza che le pubblicazioni in futuro possano riprendere cogliamo l’occasione per ringraziare in particolar modo il Direttore responsabile della testata, Maria Grazia Marletto e il Coordinatore editoriale Aldo De Crignis.

La rubrica “Storie e tradizioni della Va Bisagno” continuerà comunque sul nostro sito www.amicidipontecarrega.it: il prossimo articolo tratterà della tradizioni dei “risseu”,  con le foto dei più belli acciottolati della Val Bisagno!

In foto vi mostriamo l’ultimo (speriamo per ora) editoriale e la pagina con l’articolo delle ville della Val Bisagno (in versione tagliata rispetto all’articolo pubblicato qui sopra):

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Storie e tradizioni della Val Bisagno: il fantasma di Forte Sperone

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La Leggenda di Forte Sperone

Se alziamo lo sguardo sulla sommità del monte Peralto, noteremo un’imponente fortificazione che minacciosa vigila sulla Valbisagno. Tra le nubi grigie lo osserviamo: oscuro, tetro, grandi torri circolari in pietra, finestre vuote e misterioso con la sua storia e antiche leggende. Forte Sperone, l’apice delle seicentesche Nuove Mura e protagonista di una cruenta battaglia contro gli austriaci nell’assedio del 1800, con i suoi soldati riempì il proprio fossato di cadaveri nemici, senza accusare perdite. Era temuto, rispettato e ambito. Ma questa è storia, in pochi invece conoscono la sua antica leggenda. Si narra che oggi la fortificazione non sia totalmente abbandonata, ma che all’interno si aggiri un fantasma dall’aspetto brutale. Facendo un passo indietro nel 1600, nelle vicinanze del Forte una famiglia di contadini trovò il corpo orribilmente mutilato di una pastorella, presentando un grosso morso alla gola. Da quel giorno il monte Peralto non è più stato lo stesso, strane presenze spaventarono numerosi viandanti e contadini, finchè in una data imprecisata del ‘800, nei pressi del Forte si decise di eseguire una seduta spiritica all’interno di una vecchia scuderia abbandonata da tempo per evocare lo spirito. Apparì il fantasma di un bruto accompagnato da un grosso cane nero, il quale affermò di essere costretto a vagare per l’eternità in questo limbo a causa delle sue malefatte. Raccontò di aver attirato a sè una giovane che abitualmente portava il suo gregge a pascolare in questi prati; con la menzogna le fece credere di essere un suo collega, portandola in un luogo isolato. Lei si fidò, ma finì per essere picchiata, violentata e uccisa con un terribile morso alla gola. Dileguandosi poi nel nulla con il suo cane. Da quel terribile giorno, è costretto a vagare intorno al Forte con il suo infinito tormento insieme al suo cane. Spesso, durante i mesi più freddi, quando i primi raggi del sole si infiltrano tra gli alberi del bosco, vengono avvistate tre sagome: quella di un bruto trasandato, quella di un grosso cane e una fanciulla dal colorito pallido e dagli abiti insanguinati. Ormai costretti a vagare per l’eternità insieme. Questa è la leggenda di Forte Sperone. Fantasiosa o no che sia, da oggi osservarlo sulla cima del monte Peralto tra le nubi dei mesi invernali farà sicuramente viaggiare la nostra fantasia.

Breve storia

La data di inizio della costruzione di Forte Sperone non è certa, ma possiamo basarci su una notizia riguardante una Bastia costruita dai Ghibellini nel 1319 proprio sul monte Peralto, ad una altitudine diversa da quella odierna: “Fecero una fortezza prima di legname e poi di pietre e di calcina, la qual fu domandata Bastia”. Nel 1625 l’offensiva fallita dai francesi, convinse le autorità ad un potenziamento della Bastia e una nuova sistemazione per i soldati, come indicano i rilievi segnati da Giovanni Gerolamo Doria, che provvise anche ad indicare altre migliorie per consentire un’autonomia maggiore alla fortificazione.

Nel 1626 tra discussioni e progetti delle ambiziose Mura Nuove, si prese tempo per decidere se “inglobare” la Bastia del Peralto e renderla l’apice della nuova cinta muraria oppure fermarsi alla Bastia del Promontorio; si decise nel luglio dello stesso anno di estendere il più possibile le mura, per controllare meglio le alture e un eventuale movimento del nemico. In seguito ai fatti bellici del 1746, per contrastare l’avanzata austriaca, il Sicre ordinò la costruzione di un cavaliere in gabbioni sull’estremo bastione dello Sperone, con lo scopo di aumentare la potenza di fuoco e concentrare meglio la forza sulle valli, lavori che ebbero inizio nel 1747, data importante per il forte che permise di intuirne la sua reale importanza strategica.
Nel 1800 con l’assedio austriaco, per la prima volta la capacità della fortificazione venne messa alla prova: durante questo periodo Poterna Sperone venne murata perchè il generale Massena ne ordinò la chiusura ritenendola “mal difesa e facile a sforzarsi”. Al termine dell’assedio e dopo aspre battaglie, Forte Sperone si confermò inespugnabile e riempiendo di nemici morti i fossati sottostanti. Da una testimonianza di un anonimo “Sulla cresta del monte il forte è inattaccabile per diverse ragioni, e primieramente, oltre a che malegevole sia l’ascendere sulla schiena dè monti su cui è situata, questa medesima non offre che la larghezza di pochi palmi su cui possa formarsi la colonna per andarne all’attacco; da tutte le parti il soldato vi arriva sbandato e così più facilmente resta colpito. Impossibile è poi d’attaccarlo secondo le regole dell’arte, a ciò ostando l’impossibilità del trasporto delle artiglierie (…) per non offrire il terreno area o spazio alcuno di ciò capace (…)”. Dopo questo evento e sotto l’influenza napoleonica si apre una nuova fase per il forte, il quale sarà oggetto di numerose modifiche da parte del generale Chasseloup.
Nel periodo del suo massimo sviluppo, forte Sperone contò su 300 soldati e 900 “paglia a terra” in caso di bisogno, nove obici, tre mortai, undici cannoni da 32, sei cannoni da 8 e dieci cannoncini. Durante i moti del 1849 i rivoltosi presero in ostaggio l’intendente Generale per chiedere in riscatto il forte e l’abbandono delle truppe regie da esso. Ceduto il forte si voltarono i cannoni, che prima puntavano verso la città, verso le valli. Col peggiorare degli eventi militari e la ripresa delle truppe piemontesi, iniziarono le diserzioni da parte della Guardia Urbana che presidiava il forte, in molti fuggirono calandosi dalle mura; una testimonianza della vicenda si ha con l’Avezzana “Al cittadino G.D. comandante lo Sperone. Sento tutta la gravità della posizione: il paese vi terrà conto della costanza spiegata da voi in questi supremi momenti. Alle nove si raduneranno gli arruolati disponibili, e farò quanto sarà possibile per rinforzare questa importante posizione… Frattempo continuate nella vostra fermezza. Nel momento che tutti disertano i pochi che restano al loro posto devono fare non solo il possibile, ma fore per così dire miracoli”. Il 10 aprile, con la definitiva resa, si aprirono le porte del forte trovando all’interno due soli uomini. Da segnalare un ultimo tentativo fallito di assedio del forte il 29 giugno 1857 da parte di una quarantina di uomini sostenitori delle idee mazziniane. Negli anni successivi, progressivamente con l’avanzata delle nuove tecnologie militari, le fortificazioni genovesi persero il loro scopo, durante la Grande Guerra infatti il forte fu convertito in prigione. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il forte venne definitivamente abbandonato e fu depredato nella “corsa” al legno, ferro e ardesie per le ricostruzioni del dopo-guerra. Nel 1958 parte di esso fu dato in concessione alla Guardia di Finanza. Definitivamente abbandonato nel 1981 anno nel quale venne smantellata la casermetta, venne utilizzato in seguito per la realizzazione di spettacoli teatrali e visite guidate: attualmente è dichiarato chiuso ed inagibile da parte del Demanio.

Architettura

Forte Sperone, è una delle fortificazioni genovesi che ha subito più modifiche nel corso dei secoli. La sua origine è precedente al 1319, anno in cui sappiamo per certo che nel sito è presente una costruzione chiamata “Bastia”, costruita in legno e poi in pietra. Nel 1626 vengono edificate le Nuove Mura, terminate nel 1639, che inglobarono l’antica Bastia del Peralto.
Il Sicre, per potenziare l’apice delle mura durante l’assedio del 1747, fece costruire un “cavaliere” a gabbioni e una caserma per i soldati. Il cavalliere altro non è che un’opera rialzata che serviva per aumentare la potenza di fuoco, ma con il punto debole di essere più esposta. Nel 1796, la caserma non era ancora completata, ma si decise di ampliarla, edificando due ali perpendicolari ad essa con tetto a doppia falda. Con il regno sabaudo, vengono intrapresi una serie di lavori, che lo portano ad avere l’aspetto odierno composto da tre livelli su altitudini diverse. La prima fase del 1815, prevedeva l’innalzamento della cortina nel primo livello (il punto più basso) con un portale d’accesso provvisto di ponte levatoio e un serie di feritoie per i fucilieri.
Nel 1820 viene edificata una caserma bastionata nei suoi estremi con un lungo intercapedine che la divide dal monte, parallela al primo livello. Nel 1823, iniziarono i lavori sul terzo livello, con la demolizione del cavaliere e dei due corpi, aggiunti all’antica caserma, anch’essa modificata con una campata, per inserirne una nuova. Questo nuovo progetto è caratterizzato con l’inserimento di tre torri: agli estremi e una centrale, con al suo interno una scala elicoidale. La caserma è su due piani, con solidi muri che arrivano fino a 4 metri di spessore, la copertura è a volta di botte, con un grosso terrapieno per renderlo a prova di bomba. Al suo interno si può notare il grande uso di mattoni, tipicamente piemontesi. Infine, come ultimo lavoro, viene inserita una polveriera con il suo muro di contenimento in caso di esplosioni, che si caratterizza con una copertura in ardesia e un pavimento lastricato che nasconde al di sotto delle volte.
Nel 1830, completata, la caserma su due piani del secondo livello, vengono inserite tutte le coperture a doppia falda in legno, sorrette da monconi in pietra visibili ancora adesso e rivestite di ardesia. questo venne fatto sia per impermeabilizzare le caserme sia per aumentarne gli spazi disponibili. All’interno del forte possiamo trovare: cappelletta, forni, cisterne, lavatoi, magazzini e stalle.
L’articolo è opera di Paolo Congiu, appassionato di storia della Val Bisagno e fotografo, coautore insieme a Luciano Rosselli del libro “La Val Polcevera dal primo novecento ad oggi, immagini e ricordi” edito a cura della Nuova Editrice Genovese. L’articolo sulla leggenda del Forte Sperone è tratto dal sito web http://luoghiabbandonati.altervista.org/index.html , a cura di Paolo Congiu e Francesca Cervellini.

I primi mesi del ritorno della nostra amatissima ferrovia!

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Un calorosissimo bentornato a tutti con il primo appuntamento della nuova stagione con la nostra amata ferrovia.

Sono passati poco meno di quattro mesi da quel fatidico 21 Maggio 2016, allorché il nostro gioiello è stato finalmente riaperto. Molte cose sono cambiate da quella data e ancora molte cambieranno da dopo l’Estate in avanti, soprattutto a livello di integrazione con gli altri mezzi di trasporto. Il bilancio dunque è assolutamente positivo e fa quindi ben sperare. I treni sono sempre stati pieni, molto spesso infatti si sono dovute aggiungere carrozze per far fronte alla domanda sempre crescente, e da tutta Europa, specialmente dalla Germania, fervono richieste per treni speciali, comitive scolastiche e molte altre iniziative.

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Foto 1 Vettura A5 con la colorazione originale nei pressi di Sant’ Olcese Tullo

Dai dati statistici, e come hanno riportato alcuni giornali poco più di un mese fa, sono oltre 30000 i viaggiatori, tra turisti, pendolari, curiosi o più semplicemente tra chi voleva passare una gita fuori porta, diversa dalle altre, che si sono avvicendati in questo periodo. Al dato registrato al 23 Luglio erano esattamente 28845 per un totale di 883 corse effettuate, di cui ben 4 straordinarie nel ponte del 2 Giugno, con una media giornaliera di 800 persone. Ecco un video realizzato il giorno della riapertura.

Si tratta di un risultato straordinario se si consideravano le medie giornaliere di sempre e degli ultimi anni fino alla momentanea chiusura dall’USTIF (Ufficio Speciale Trasporti a Impianto Fisso), mentre non c’è certamente da meravigliarsi se si analizza l’attaccamento che da sempre la città e l’entroterra hanno dimostrato, la passione grazie ai quali è stata possibile la riapertura. Anzi c’ è stata una ancora più forte dimostrazione, se mai ce ne fosse stato ancora il bisogno, la necessità, di attaccamento.

Sono state inoltre previste agevolazioni per le famiglie e una maggiore integrazione che riguarda i titoli di viaggio, quindi sia a livello urbano che extraurbano, al fine di favorire l’interscambio tra il mezzo e gli altri vettori, rivolte a coloro i quali si devono recare quotidianamente in città, con particolare riferimento alle categorie degli studenti, pendolari e con la creazione di pacchetti turistici

Notizie sui dati tecnici e rinnovamento

A livello di notizie, dati tecnici sul ripristino al 100% della linea, si sono completati gli ultimi ritocchi per evitare alcuni rallentamenti che avevano creato qualche piccolo disagio. In particolare si sono conclusi nei primi giorni del mese di Luglio le ultime fasi dei lavori all’armamento ferroviario, svolti tipicamente di notte per non intralciare la regolare circolazione dei convogli, con il rinnovamento delle tratte nei pressi della galleria di Crocetta e del curvone di Sant’ Olcese e successivamente presso la galleria Trensasco, tra i pali 454/459 e nella zona del palo 412.

Oltre a questo sono state completamente realizzate delle cunette e dei cunettoni, sul versante della Val Bisagno, in modo da prevenire fenomeni di erosione della massicciata in caso di piogge intense e persistenti. Questi interventi sono stati effettuati di giorno, fra un treno e l’altro, grazie all’ausilio di un dumper-betoniera caricato sul carro ferroviario a pianale ribassato 476 .

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Foto 2  Lavori all’armamento sulla linea

Iniziative

Dopo aver riportato le ultime notizie passiamo ora alle numerose iniziative che si sono organizzate durante il periodo estivo. Molto lustro, risalto è stato dato in merito alla iniziativa, da parte del noto portale “Food in Italy” di proporre un interessante itinerario enogastronomico attraverso il suggestivo fascino, unico ed assolutamente inconfondibile, della nostra amata ferrovia, dal nome Viaggio tra i Sapori delle valli liguri sul trenino di Casella. Si tratta, come detto, di una occasione irripetibile di riscoperta delle nostre tradizioni culinarie, vinicole a strettissimo contatto con la natura ed un paesaggio mozzafiato che non ha nulla da invidiare alle più blasonate ferrovie svizzere. Senza essere presuntuosi possiamo quindi definirla il Bernina italiano, se non altro per la fiammante nuova colorazione delle vetture.

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 Foto 3 Vettura A9 con la nuova colorazione a Casella paese

Si sono potuti possibile degustare i prodotti tipici della nostre zone, tra cui focacce, il famoso salame di Sant’ Olcese, formaggi tipici, persino i pesci d’acqua dolce del torrente Scrivia, torta pasqualina fiino ad arrivare alla frutta, ai dolci e al vino DOP( Denominazione di Origine protetta ) della val Polcevera. Tra i dolci, non potevano e non possono mancare ovviamente il pandolce, anche se in anticipo di qualche mese rispetto al periodo, i canestrelli di Avosso, per chi non lo conoscesse un piccolo paese alle spalle di Casella e gli amaretti locali.

Tra le manifestazioni da poco concluse, dal 31 Agosto all’11 Settembre, c’è da sottolineare il grandissimo successo dello spettacolo a cura del Teatro Cargo dal titolo “Donne in guerra”, a bordo del Treno storico, quello con la locomotiva elettrica più vecchia d’Italia, la mitica 29, inizialmente in forza sulla Ferrovia Adriatico Sangritana.

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Foto 4 Locomotore 29 della FGC

Si tratta infatti del più grande esempio di longevità per quanto riguarda un locomotore elettrico, una delle prime macchine a corrente continua ad alto potenziale, che comunque era nata in Liguria, essendo stata costruita nel 1924 dalla T.I.B.B.( Tecnomasio Italiana Brown Boveri) di Milano per la parte elettrica, e di Vado Ligure, l’attuale stabilimento della Bombardier, per la parte meccanica ed entrò in servizio il 10 Luglio di quell’anno.

Tra tutte le lodi ci teniamo, ci tengo a precisare, anche una piccola nota non dico critica ma comunque che sta a testimoniare quanto il concetto della sicurezza sia uno dei punti cardine della nostro gioiello, come deve essere per ogni mezzo di trasporto, pubblico o privato che sia. Mi riferisco in particolare all’ inutile polemica immediatamente seguente al tragico incidente ferroviario del 14 Luglio in Puglia, lungo la linea in dote alla Ferrotranviaria S.P.A., nel tratto tra Carenzo e Barletta, da parte del Comitato Pendolari della Genova – Milano in merito ad eventuali rischi di sicurezza.

Come sappiamo tutti, e come ampiamente chiarito dal presidente dell’Associazione Amici della Ferrovia Andrea Martinelli in un giustissimo comunicato di precisazione, si tratta di due ferrovie assolutamente non paragonabile sotto tutti i punti di vista, utenza, numero di viaggi, basti pensare che ogni giorno la ferrovia pugliese compie oltre 600 corse contro le 18 nostre, lunghezza della tratta, distanza e numero di fermate, lunghezza dei convogli, segnalamento.

Da ribadire con estrema chiarezza che non centra affatto il binario unico,il quale può essere una discriminante solo se non si raddoppia il tracciato in presenza di traffico tale da giustificare  l’investimento, ma che non costituisce affatto un pericolo, tenuto conto che quasi la metà delle ferrovie in Europa, private e pubbliche, sono a semplice binario, e tra queste purtroppo annoveriamo anche quella che tutto dovrebbe essere fuorché a binario singolo, la linea internazionale costiera per la Francia.

Veniamo quindi al segnalamento, l’ago della discordia. Come dice infatti il decreto DM. 28T/2005 prima e il D.Lgs 15/VII/2015 n. 112 poi, è stata esclusa dall’obbligo di attrezzare linea e mezzi con un sottosistema di bordo evoluto atto al controllo della marcia treno, ossia simile all’S.C.M.T.(Sistema di Controllo Marcia Treno) ed affini, proprio in virtù delle caratteristiche particolari della linea, velocità massima 35 km/h, media 25 km /h, tracciato tortuoso che di fatto la rendono paragonabile ad una tranvia extraurbana piuttosto che ad una vera e propria ferrovia, sull’esempio della ferrovia a cremagliera Principe – Granarolo, di fatto una tranvia esercita infatti con veicoli tranviari tipo Castegini risalenti al 1929 e soprattutto i tram milanesi interurbani, con la superstite Comasina –  Limbiate, esercita con veicoli, i cosiddetti “Treni bloccati”, convogli formati da tre vetture piuttosto datati.

Concludendo, vi diamo l’appuntamento al prossimo articolo, sperando che lo si possa finalmente iniziare con alcune novità, su tutte il rinnovo per il materiale rotabile con il tanto sospirato Tram – Treno dell’AnsaldoBreda.

Storia e tradizioni della Val Bisagno: Fontanegli e la lavorazione del corallo

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La Media Valle della Valbisagno è formata da antiche frazioni in cui gli abitanti si occupavano prevalentemente di agricoltura. Ma c’è un paese che in questo si è differenziato da ogni altro: Fontanegli, il paese a forma di cuore. Prima di addentrarci in questo discorso, conosciamolo meglio.

Situato su una collina nel versante sinistro del torrente Bisagno, facente parte del comune di Bavari. È nato da piccole famiglie contadine nei pressi della “via del sale”, creando così un luogo di ristoro per i mercanti. Il suo nome, come si può intuire, è stato ispirato dalla presenza di numerose sorgenti naturali, infatti il termine “Fontanegli” deriva dalla forma dialettale “Fontaneggi”.

Per la sua posizione soleggiata e tipicamente fresca, questa vallata è stata scelta come luogo di villeggiatura da importanti famiglie nobili, di cui possiamo ancora trovare tre ville: Villa Ferretto, Villa Centurione Thellung e Villa Raggi. Villa Ferretto, di origine seicentesca, è stata proprietà dei marchesi omonimi e successivamente di altre famiglie molto conosciute nella Valbisagno.

La seicentesca Villa Centurione Thellung é situata più in basso rispetto le altre ville ed è meno visibile, dicerie popolari affermano che qui Goffredo Mameli, abbia scritto l’Inno d’Italia. Villa Raggi è anch’essa di epoca seicentesca e, dopo un periodo di totale abbandono é stata in parte ricostruita e restaurata. Proprio la famiglia Raggi si prestò a donare soldi per restaurare ed ingrandire l’antica chiesa di San Pietro, apostolo di Fontanegli, di cui le prime notizie si hanno nel 1198.

Ma ora ritorniamo al discorso iniziale. Nella grande vallata della Valbisagno era tradizione coltivare la terra, occuparsi del bestiame, preoccuparsi del proprio mulino e accogliere i mercanti provenienti dalla “via del sale”, tutto questo avveniva anche a Fontanegli, ma c’era una cosa che la caratterizzava da tutti gli altri paesi vicini: la lavorazione del corallo. Genova, che era molto gelosa del suo primato nella lavorazione di gioielli di corallo, tra il ‘600 e ’800 si proteggeva con delle leggi studiate appositamente e acconsentiva a pochissimi paesi al di fuori delle Mura questo tipo di commercio.

Un aneddoto lo possiamo trovare nell’avventura poco fortunata di Giacinto Lastrego di Fontanegli, un grande artista in questo settore. Dopo essersi  distinto a Genova, decise di provare il salto di qualità trasferendosi in Toscana, ma una volta trasferitosi, gli vennero sequestrati tutti i suoi beni e imprigionarono il padre, costringendolo a tornare a lavorare nel paese natale. La lavorazione del corallo avveniva in laboratori specifici in  mano a delle grandi botteghe artigiane, di cui si ricordano soprattutto la “Francesco e Raffaele Costa”, i “Morando” e i “Dellepiane”. La materia prima arriva direttamente dalla Sardegna, ma anche da India e Giappone. Si aveva una vastissima richiesta di compratori dalle grandi città di tutta Europa, soprattutto dalla Russia. Tutte le polveri e gli avanzi di corallo venivano riciclati per la realizzazione dei pavimenti alla veneziana, insomma, non si buttava assolutamente nulla. Naturalmente questo lavoro avveniva soprattutto nelle tradizionali case-botteghe a conduzione famigliare, ricordi di cui ormai non si ha più traccia. Durante l’ottocento queste attività persero di interesse ma restò ugualmente viva grazie alle donne di paese che durante l’inverno cercavano di “arrotondare” le entrate della propria famiglia. Questa è una delle tante storie di un passato che purtroppo si sta perdendo, ma che tutti insieme possiamo mantenere viva. Questa era Fontanegli, il paese che per alcuni dei suoi attuali abitanti ha la forma di un cuore…di corallo!

Paolo Congiu, fotografo e appassionato di storia e tradizioni della Val Bisagno.

L’articolo è tratto dal numero di Giugno 2016 “Noi in 20 Pagine, il notiziario della Polisportiva Alta Val Bisagno”, dalla rubrica C’era una volta.


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 Aggiorniamo questo post con il seguente video di RAI TRE del 1982 riguardante lo straordinario tesoro della “Casa del Corallo” a Ligorna, un tempo appartenuta alla ditta Raffaele Costa.

 

Memorie del Bisagno: il video racconto del 23 Giugno a Ponte Carrega!

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I ragazzi di Ghett Up Tv, la televisione di quartiere, hanno realizzato il video racconto della giornata di festa e presentazione del progetto Memorie del Bisagno che si è svolta lo scorso 23 Giugno sul Ponte Carrega.

Qui di seguito trovate il link del video, buona visione!

http://forum.ghettuptv.net/node/81

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Val Bisagno: la memoria della valle scorre nell’acqua. Il video servizio de La Repubblica sul lancio del progetto “Memorie del Bisagno”!

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Ripercorrere la storia e progettare il futuro della Valbisagno partendo dal suo fiume e coinvolgendo i cittadini. Risalendo la strada tracciata dal corso d’acqua. Perché Bisagno “non significa soltanto alluvioni”. Il progetto di una rete di 20 associazioni… Articolo su La Repubblica edizione genovese del 27 giugno 2016​, articolo e il video di Rosangela Urso. Memorie del Bisagno: Bellezza, Comunità, Partecipazione, riutilizzo degli spazi abbandonati, questi i temi che vogliamo riportare al centro della Val Bisagno! Noi siamo Bisagno! Qui di seguito articolo e video de La Repubblica e qualche foto della serata del 23 Giugno:

http://genova.repubblica.it/cronaca/2016/06/27/news/valbisagno_la_memoria_della_valle_scorre_nell_acqua-142909039/

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San Giovanni sul Bisagno!

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VOLANTINO 23 GIUGNO

 

Programma della serata, a partire dalle ore 18:00:

 

Aperitivo e bicchierata gratis per tutti, offerti dalle associazioni e dalla Pizzeria d’asporto ” Il Boss della Pizza Via Lungo Bisagno Dalmazia 23;

Presentazione del progetto “Memoria/e del Bisagno” e del calendario di eventi e manifestazioni;

Spazio per la condivisione e la presentazione di idee, proposte e racconti sulla valle;

Cittadini e associazioni si raccontano;

Concerto del cantautore Aldo Ascolese “La musica che viene dal ponte come il vento”;

Esposizione della mostra fotografica “Terre” di Iskra Coronelli, a cura del Centro documentazione Val Bisagno;

Proiezione video “Via Madre di Dio”, di Samantha Woods (Accademia di Carrara)

Musica dal vivo e Giocolieri di strada

Spazio libero per la condivisione

INGRESSO LIBERO

157° Brigata SAP Guglielmetti-Distaccamento Ponte Carrega: quando a Ponte Carrega nasceva la Resistenza della Val Bisagno

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Luca Borzani ci ha segnalato queste pagine del libro “Guerriglia in Val Bisagno” dove si racconta l’inizio della lotta partigiana in Val Bisagno e a Genova. Le condividiamo con voi in questo 25 Aprile affinchè il ricordo di quella lotta sia esempio e non solo ricordo.

Guerriglia in Val Bisagno, pag.101

Guerriglia in Val Bisagno, pag.101

Condividiamo con Voi anche alcune lettere di Piero Pinetti (175ª Brigata Garibaldi SAP poi Brigata Guglielmetti) inviate alla madre e alla zia in Via Ponte Carraga 7/1 prima della esecuzione della condanna a morte da parte dei nazifascisti:

http://lacadellolmo.altervista.org/pagina-149791.html

il bellissimo striscione dei ragazzi e le ragazze del Pinelli

il bellissimo striscione dei ragazzi e le ragazze del Pinelli

 



Alle ore 10:00 è prevista la deposizione delle corone dell’Anpi fornite dal Municipio IV Media Val Bisagno in Piazza Adriatico.

Il Cinema Teatro Nazionale di Molassana

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Ogni quartiere che si rispetti ha il suo fiore all’occhiello, un luogo che vive nel cuore della gente, un posto dove abbiamo lasciato una parte di noi. Il luogo del cuore di Molassana è il Cinema Teatro Nazionale. Costruito nel 1937 nella località Olmo per volontà della famiglia Finello e progettato dall’Ing. Ravera, in origine fu denominato “Savoia” ed è stato  il primo cinema a nascere nella vallata, seguirono poi il piccolo ”Esperia” in Lungo Bisagno Dalmazia e la ”Perla” in via Piacenza che possedeva addirittura una sala all’aperto. Con la sua facciata monumentale arricchita da pregiate balaustre e modanature, si presentava come un grande salotto della Genova “bene”, per poi diventare col tempo il centro di ritrovo dei più giovani che qui passavano interi pomeriggi con amici. Il suo interno presenta un seminterrato adibito a deposito, un piano terra con foyer per ospitare gli spettatori durante i tempi morti, la suggestiva sala con platea, comodi seggiolini in legno seppur scricchiolanti e ovviamente lui: il palcoscenico. Successivamente al piano superiore fu realizzata una palestra e la sede “Opera Nazionale Balilla”. Ma come tutte le belle storie,  ha anche una fine. E quella del Cinema Teatro Nazione porta la data degli anni ’70, quando si era deciso di chiuderlo provvisoriamente. Il cinema però non è mai stato riaperto e versa in condizioni precarie, vedendolo protagonista pochi anni fa di un grave  incendio sviluppatosi al suo interno a causa di abusivi, che contribuiscono ad aggravare la situazione. Una ferita aperta per la comunità di Molassana: all’epoca non c’erano molti divertimenti in zona, i bambini giocavano nel greto del Bisagno e i ragazzini più grandi andavano a vedere giocare il Molassana, finché non è nata questa grande scatola magica che ancora ricorda i bei tempi dei varietà, l’appuntamento delle ore 21.00 in cui veniva  trasmesso “Lascia e raddoppia” con Mike Bongiorno e le locandine dei prossimi film western in uscita appese fuori. Chissà quanta gente ricorda i signori Finello arrivare con la propria automobile per aprire la saracinesca, la puzza di fumo che si attaccava ai vestiti  quando ancora si poteva fumare, le indimenticabili caramelle di Pippo che non si scioglievano mai e la simpatia dell’operatore Dario. Chissà quanti ragazzi qui hanno portato la fanciulla di cui erano innamorati per poterla abbracciare furtivamente. Chissà quanti amori sono nati con un semplice biglietto da 50 lire. Chissà quanti figli di queste coppie oggi sono costretti a passare d’avanti a questo edificio ormai vuoto e dalla facciata triste. Una ferita aperta che urla: la gente di Molassana non ci sta a vedere chiuso il proprio Cinema e ne chiede prepotentemente la riqualificazione. Ma la situazione non è delle più rosee, infatti, un lascito testamentario ne blocca la cessione e i proprietari non sono intenzionati a vendere al Comune per continui mancati accordi.  Probabilmente non riavremo più il cinema, ma sarebbe bello che questi locali un giorno ritornassero a vivere e che la luce possa nuovamente filtrare dalle finestre sigillate da fin troppo tempo.

Articolo scritto da Paolo Congiu, fotografo e appassionato di Genova. Co-autore del libro “La Valpolcevera – Nuova Editrice Genovese.”

L’articolo è tratto dal numero di Pasqua 2016 del bimestrale della Polisportiva Alta Val Bisagno “Noi in 20 Pagine”, rubrica “C’era una Volta” a cura degli Amici di Ponte Carrega.

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540 anni di Confraternita a Montesignano: presentazione del libro di Paolo Giacomini

Montesignano

Storia e tradizioni delle Confraternite della Val Bisagno: le Confraternite

Nello scorso mese di Settembre, a Montesignano, si è celebrato il 540° di fondazione della locale Confraternita intitolata al SS.mo Sacramento e S.Maria di Terpi, sorta  nel 1475; per la precisione questa data è riferita al primo documento ufficiale in cui la stessa è citata, ma riferimenti storico – artistici trovati nell’oratorio fanno credibilmente presumere che la fondazione sia avvenuta alcuni decenni prima. Storicamente le confraternite nascono come sodalizi laici, ma di chiara matrice religiosa, con obiettivi primari di preghiera, suffragio dei defunti e soprattutto di mutuo soccorso, concetto questo che oggi appare scontato ma che nel medioevo era a dir poco rivoluzionario; non a caso in alcune regioni come la Toscana le confraternite sono chiamate, al pari delle pubbliche assistenze, “misericordie”. La confraternita di Montesignano aveva, già nel ‘400, un suo Oratorio e perciò forniva agli abitanti del piccolo borgo rurale non solo assistenza spirituale e solidarietà, ma anche un luogo di aggregazione e riunione dove tutti, non solo i confratelli iscritti, potevano riunirsi e deliberare su questioni di comune interesse. Questo dimostra come la storia di questo sodalizio sia profondamente radicata sul territorio e quanto solido sia il legame con la vita della comunità da più di cinque secoli. Legame talmente profondo e sentito che queste persone seppero negli anni, anche a prezzo di grandi sacrifici, far abbellire l’oratorio con dipinti e sculture, crocifissi processionali e tessuti commissionati ai più famosi artisti genovesi, creando un patrimonio artistico di rilievo che l’attuale consiglio direttivo della confraternita conserva con dedizione e, quando necessario, provvede a far restaurare. All’inizio dell’800 la confraternita mise a disposizione del paese il proprio oratorio che divenne la Chiesa Parrocchiale di S.Michele di Montesignano, in sostituzione della vecchia chiesa medievale franata e distrutta che era situata sul terreno dell’attuale campo da gioco del Baiardo e che restò in uso per quasi due secoli fino alla costruzione della nuova chiesa di S.Giustino in via Terpi. Ai giorni nostri la confraternita provvede, oltre alle già citate attività spirituali (preghiera e suffragio dei defunti) e materiali (conservazione beni artistico-culturali e quote di beneficenza ad enti assistenziali sul territorio), anche all’organizzazione della processione che si tiene in occasione della festa patronale, movimentando i maestosi crocifissi e la cassa della Madonna del Maragliano. In occasione di questo “compleanno” la confraternita ha pubblicato un libro in cui questi argomenti sono trattati in maniera completa ed organica; troviamo capitoli dedicati alla storia del paese dalle origini ad oggi, alla storia del sodalizio, alle devozioni di Montesignano, ai priori che hanno segnato la storia della Confraternita, alla squadra di “cristezzanti” del Bisagno, al Priorato Ligure, all’oratorio e al suo patrimonio artistico il tutto completato da materiale fotografico d’epoca e recente che lo rende godibile non solo agli abitanti del quartiere ma a tutti i curiosi e appassionati di storia della Val Bisagno. Il libro è impreziosito dalla Prefazione della prof.ssa Fausta Franchini Guelfi, storica e studiosa di tradizioni liguri e dalla collaborazione di Mauro Pirovano. Copie del libro saranno collocate nelle biblioteche civiche genovesi mentre per chi fosse interessato ad averne una copia si può chiedere direttamente in Parrocchia in Via Terpi o presso la Onlus Casa Luce di Via Mogadiscio.

Articolo a cura di Paolo Giacomini

Vice Priore Confraternita SS.mo Sacramento e S.Maria di Terpi e autore del libro

Tour multimediale della Chiesa di San Michele in un video realizzato dal sig. Alberto Debidda vedibile su su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=LRNGvadUQWI

La Confraternita ha sede presso la chiesa di San Michele di Montesignano, in via Mogadiscio 10, proprio sopra il borgo di Ponte Carrega. In essa è conservato l’Archivio Storico Casareto, fonte inesauribile di storia delle Casacce genovesi e liguri.

La Chiesa di San Michele ha ospitato nella data del 3 marzo 2016 la conferenza sui “Ponti della Val Bisagno” a cura di Jolanda Valenti, Mauro Pirovano e dello stesso Paolo Giacomini nell’ambito del ciclo di incontri “Noi di Val Bisagno”, organizzato dal Centro Terralba e Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale insieme ai Municipi della Val Bisagno, alla Associazione Amici di Ponte Carrega e ad altre realtà associative della città e della vallata. Di questa conferenza trovate i video sul nostro sito internet e il nostro canale

L’articolo di Paolo Giacomini è tratto dal numero di Gennaio del bimestrale della Polisportiva Alta Val Bisagno “Noi in 20 Pagine”, rubrica “C’era una Volta” a cura degli Amici di Ponte Carrega. Prossimo appuntamento a Pasqua 2016 con un articolo sul Cimema Teatro Nazionale di Molassana a firma di Paolo Congiu, scrittore e fotografo di Val Bisagno.ù

marca della Confraternita

marca della Confraternita

cassa processionale

cassa processionale

il cosidetto "Cristo Moro" e la Chiesa Vecchia di Montesignano

il cosidetto “Cristo Moro” e la Chiesa Vecchia di Montesignano

La copertina del libro

La copertina del libro

pag.17 di Noi in 20 Pagine

pag.17 di Noi in 20 Pagine

La Chiesa di San Michele di Montesignano raccontata da Paolo Giacomini

Giacomini

…il “c’era una volta incomincia in maniera molto semplice, forse non tutti sanno che Montesignano, insieme al paesino di Aggio, sono gli insediamenti più antichi della Val Bisagno…

Video della Conferenza di Paolo Giacomini sulla Chiesa di San Michele di Montesignano.


… il valore del paesaggio della Val Bisagno sempre più a rischio.

Val Bisagno, storia di ponti, di piene e di paura

Schermata 2016-03-05 a 12.14.39

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Qui trovate il link alla news+video di Tabloid sui ponti Carrega e della Rosata in val Bisagno, pubblicata su ‘Notizie metropolitane’, il sito di notizie della Città Metropolitana di Genova:


Tabloid è il videomagazine di informazione della Città metropolitana di Genova a periodicità settimanale, diffuso online e sui social – paginaYouTube della CM, sito http://notizie.cittametropolitana.genova.it/, pagina Fb e account Twitter – e inoltre attraverso la messa in onda da parte di alcune emittenti televisive locali, fra cui Telegenova e Telepace.
Il video è stato realizzato dalla Città Metropolitana per promuovere la conferenza tenutasi Giovedì 3 marzo 2016 a cura di Jolanda Valenti, occasione in cui la ricercatrice storica ha presentato alla cittadinanza il frutto delle sue ultime ricerche storiche su Ponte Carrega presso l’Archivio storico del Comune di Genova presso Palazzo Ducale.

Noi di Val Bisagno: il 3 marzo si parla dei ponti della val Bisagno

Schermata 2016-02-29 a 22.37.08

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