Archive for Storia e tradizioni della Val Bisagno

Trekking fotografico in Val Bisagno: l’introduzione al libro a cura degli Amici di Ponte Carrega

Pubblichiamo qui di seguito il testo che Fabrizio Spiniello ha preparato come introduzione alla pubblicazione curata da Ada (Associazione per i diritti degli Anziani), Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Regione Liguria all’interno del Patto di Solidarietà 2018-2019, “Trekking fotografico in città ‘Val Bisagno’ “. Le fotografie oggetto della pubblicazione sono state esposte anche in una mostra organizzata alla GAU nel 2019.

Il libro fotografico doveva essere presentato nella primavera del 2020 ma a causa della pandemia la presentazione è stata rinviata a data da destinarsi. Vi comunicheremo la nuova data non appena sarà disponibile.

Nel frattempo, buona lettura:

Nell’immaginario collettivo la Val Bisagno è considerata ancora oggi come l’area di servizio della città di Genova, con le aree del fondovalle occupate da capannoni e magazzini, i grandi spazi utilizzati dalle ex municipalizzate e le vecchie aree industriali, in parte dismesse, in parte riconvertite in aree commerciali della grande distribuzione. Nel senso comune è considerata un’area periferica, degradata, di difficoltosa valorizzazione.

Durante quasi tutto il Novecento la Val Bisagno è stata un brulicare di attività economiche e industriali che andavano di pari passo con la crescita della città. Sorsero velocemente e spesso disordinatamente nuovi quartieri, cambiando così in pochi decenni il volto della vallata, che andava perdendo via via gli antichi caratteri coltivi e viabilistici che da una parte la contraddistinguevano come zona agricola del genovesato e dall’altra come importante crocevia verso il piacentino e oltre. Si andavano a rafforzare, con lo sviluppo dell’industria, altri tipi di attività manifatturiera che già nell’antichità avevano trovato terreno fertile in Val Bisagno in virtù della presenza sul territorio di abbondanti riserve di acqua e di tutto ciò che si poteva ricavare dal fiume e dai monti. In primo luogo si può quindi ricordare l’industria conciaria, che necessitava di abbondanza di acqua per il suo funzionamento, rafforzata a partire dagli anni trenta anche dall’attività dei civici macelli di Ca’ de Pitta, e di cui la storica Bocciardo di via Canevari, ancora oggi nella memoria di molti, fu l’esempio più emblematico. In secondo luogo, vanno ricordate anche le attività di cava che fornivano materiali per l’industria edile e che alimentarono il clamoroso boom edilizio che interessò la città per tutto l’arco di un secolo,  tra il 1870 e il 1970 circa: per questo ultimo caso possiamo ricordare le diverse cave presenti sul territorio come la cava Zanacchi e la Cavalletti, quest’ultima ancora oggi in funzione a Molassana, la cava dei Camaldoli a cui era collegata l’attività del cementificio di Ponte Carrega attivo tra il 1924 e gli anni ottanta del secolo scorso, ma anche la ex Fabbrica Plinthos della Canova a Struppa che sfornava migliaia di mattoni ogni giorno per la costruzione dei palazzi della città.

Oltre a questi esempi di industria di iniziativa privata, la Val Bisagno si è da sempre contraddistinta per aver ospitato, e continua tuttora ad ospitare, tutte quelle aree a servizio della città, a partire proprio dal celebre cimitero di Staglieno, uno dei gioielli della città, costruito al di fuori delle mura cittadine per non disturbare e non ostacolare lo sviluppo di Genova (all’epoca il comune di Staglieno era ancora autonomo e lo sarà fino al 1874). Sorte simile per l’area dei Macelli Civici a Ca’ de Pitta, le Officine del Littorio (poi Gugliemetti) a Ponte Carrega, la prima discarica nella zona di Fossato Cicala e poi il polo di Volpara, le officine elettriche di via Canevari e quelle del Gas alle Gavette.

Molti di questi poli produttivi, a partire dagli anni ottanta dello scorso secolo, si sono ridimensionati o hanno chiuso, via via lasciando vuoti urbani o spazi riempiti dai mall che a loro volta hanno contribuito a modificare drasticamente la geografia e l’economia del nostro territorio, ad esempio attraverso l’impoverimento del tessuto commerciale di prossimità.

Lo sviluppo veloce che la valle ha vissuto nei primi decenni del Novecento è una eredità che ancora oggi è difficile da gestire, tra spazi e destinazioni d’uso di stampo novecentesco, la crisi economica e quella demografica che svuota i quartieri e andrà a penalizzare i servizi soprattutto nelle zone più marginali e periferiche, e la necessità di immaginare un futuro in linea con le aspettative e le esigenze del mondo globalizzato del XXI secolo.

Le ultime alluvioni hanno poi rivelato tutta la fragilità di questo territorio così densamente urbanizzato, portando sempre più persone e associazioni a chiedersi quale futuro e quale vocazione si possa immaginare per la Val Bisagno: continuare ad essere un’area a servizio della città o cercare anche un’altra via che possa restituire dignità ad un territorio fragile e in difficoltà?

Mostrare l’altro volto della Val Bisagno, quello illustrato nelle fotografie che compongono il libro che tenete in mano, significa riconoscere a questo territorio una certa dimensione di bellezza che va conosciuta (e fatta conoscere), preservata e curata in funzione di una città a misura di persona, agli stessi cittadini genovesi che al prezzo di un biglietto dell’autobus possono trovarsi in poco tempo ai laghetti di Fossato Cicala o in visita ad una abbazia medievale, vicini eppure lontani dal centro della città.

Accanto alla città frenetica ne esiste una che va più lenta, a volte non raggiungibile in automobile, inerpicata su creuze di collina: è la stessa città, è pur sempre Genova, ma in una diversa accezione.

Valorizzare questo territorio, nel pieno delle sue contraddizioni, del disordine urbanistico e tra capannoni in disarmo non è facile: è una ricerca senza fine della bellezza, scrutando tra tutto ciò che di mediocre si incontra lungo il cammino fino a che non si coglie un particolare, una sensazione, un odore, un angolo prezioso.

Credo sia questo, in fondo, ciò che trovo di particolare nella Val Bisagno e quello che questo territorio può insegnare: la bellezza non è facile, si trova e si ottiene con fatica, con gli occhi di chi ha la pazienza e l’ostinazione di perdersi e camminare tra creuze di collina e capannoni abbandonati.

 

Fabrizio Spiniello

Presidente dell’Associazione Amici di Ponte Carrega

Territorio e Università: gli Amici di Ponte Carrega al workshop della laurea magistrale in Architettura sulla Val Bisagno

Lunedì scorso, 15 giugno, su invito dell’Università degli Studi di Genova abbiamo partecipato al workshop della Laurea magistrale in Architettura sulla Val Bisagno: è bello che il mondo dell’università coinvolga gli attori del territorio ed è bello che tra questi attori abbia scelto anche noi!

 

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L’intervento, a cura di Fabrizio Spiniello, si è focalizzato su tre macro tematiche:

1. Perché parlare della Val Bisagno può essere interessante.

La realtà della Val Bisagno è rappresentativa di altre realtà e di problematiche a livello nazionale, sia di natura ambientale (il dissesto idrogeologico, l’abbandono del territorio coltivo periurbano, la cementificazione), sia di natura sociale e politica (la chiusura dei negozi di quartieri e la proliferazione della GDO, una popolazione in calo – la nostra città continua a perdere abitanti in maniera impressionante, circa 300.000 a partire da fine anni’70, con previsioni identiche anche per i prossimi venti anni – , sempre più fragile e anziana, la mancanza di servizi e di spazi urbani aggregativi, le poche idee sul futuro della valle e della città, la diaspora dei giovani verso Milano o altre realtà europee.

2. Accenni sulla storia del lavoro e dell’immigrazione in Val Bisagno.

Partendo dai caratteri della Val Bisagno di fine Ottocento, ancorata a una agricoltura di sussistenza, all’artigianato e a un’economia legata ai trasporti, si è tentato di delineare un profilo di sviluppo che, attraverso la realizzazione delle nuove strade e dell’annessione alla grande Genova, ha portato in pochi anni la vallata ad essere una zona fortemente legata all’industria e ai servizi per la città.

Attraverso la storia dell’immigrazione in valle si è raccontato di uno sviluppo urbanistico legato soprattutto alla realizzazione di quartieri popolari e di impianti industriali, questi ultimi via via ridimensionati e dismessi a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Molti di questi stabilimenti industriali sono stati riconvertiti in spazi commerciali della grande distribuzione.

3. Alcune riflessioni e proposte sul futuro della Val Bisagno.

Il racconto si è protratto su alcune tematiche di grande attualità, come il dissesto idrogeologico (scolmatore, fondi PON  Metro, progetto sul versante di Piazzale Bligny, Rio Torre), quello della mobilità (la Val Bisagno è in attesa dell’approvazione o del diniego del finanziamento richiesto dal Comune al MIT sulla realizzazione di una rete di filobus, anche se il dibattito fino ad oggi era concentrato sulla realizzazione di una tranvia, mezzo scelto a seguito del Debat Public del 2010).

Anche la realizzazione di una pista ciclabile è tema molto dibattutto negli ultimi mesi:  http://www.amicidipontecarrega.it/2020/05/17/un-percorso-ciclabile-tra-borgo-incrociati-e-via-adamoli-e-possibile/

Un altro esempio: la proliferazione dei centri commerciali. Oltre all’area ex Boero e all’area ex Cementifera, rimane in sospeso il progetto sull’area ex Guglielmetti dove era prevista la realizzazione di un centro commerciale e di un albergo (http://www.amicidipontecarrega.it/tematiche/territorio/ex-officine-guglielmetti/page/3/).

L’intervento è proseguito con il tema della valorizzazione e la salvaguardia della Val Bisagno, con le sue bellezze e i tanti beni storici e architettonici del suo territorio, sono, in primis, uno strumento a favore degli stessi cittadini che vivono o lavorano n Val Bisagno per ridare dignità a questo territorio e proteggerlo da ulteriori speculazioni e rapallizzazioni.

L’obiettivo dei prossimi anni per la Val Bisagno deve essere quello di non perdere più occasioni di rilancio: migliorare la vivibilità e la fruibilità dei nostri spazi pubblici non può essere fatto con la realizzazione di ulteriori centri commerciali ma può essere realizzato solo riconoscendo valore a questo territorio.

Esiste un patrimonio urbano anche nelle periferie: ignorarlo non significa che non esista.

Per concludere si è voluto porre l’accento su alcuni esempi concreti e alcune aree destinate ad essere al centro, nei prossimi anni, di trasformazioni urbanistiche sulle quali si giocherà gran parte del futuro di questa parte di città e sulle quali gli studenti di Architettura potranno confrontarsi:

  • Ex Guglielmetti: è ancora attuale, con l’avanzare dell’e-commerce, sostenere la realizzazione di un grande centro commerciale? E’ possibile ripensare l’area utilizzando anche la parziale destinazione industriale prevista dal PUC, e immaginare una diversa destinazione rispetto invece di una nuova Fiumara?
  • Volpara: area attualmente occupata da AMIU e dal fangodotto per il trattamento dei rifiuti reflui che sarà spostato nelle aree ex Ilva di Cornigliano a partire dal prossimo anno. L’area in parte è occupata da altre officine comunali: l’attuale amministrazione comunale ha dichiarato una possibile dismissione dell’area dalle attuali servitù ma non ha tracciato linee guida in merito a una sua riconversione ad eccezione di una proposta di collocare qui il centro direzionale Amiu, oggi in via D’Annunzio;
  • Area di Ca’ de Pitta: pur essendo in parte attualmente occupata dal cantiere dello Scolmatore e dal Mercato all’ingrosso del Pesce è ancora una area enorme e molto appetibile da un punto di vista urbanistico;
  • Area ex Moltini: la piombifera dismessa nei primi anni duemila è un’altra area che potrebbe essere trasformata;
  • Ipotesi di scuola: l’area di Gavette occupata da Iren. Le antiche Officine del Gas sono oggi utilizzate da Iren: qualche anno fa insieme al Politecnico si era lanciata l’idea di riconvertire l’area in un campus universitario, riutilizzando le pregevoli costruzioni poste all’interno dell’area e utilizzando gli enormi spazi oggi usati come parcheggio mezzi e depositi materiali.

 

Vota l’oratorio di San Rocco sull’Acquedotto storico come Luogo del Cuore FAI!

La nostra associazione è parte della Federazione per la tutela e la valorizzazione dell’acquedotto storico della Val Bisagno e sostiene la raccolta firme a favore dell’Oratorio di San Rocco!

 

Aiutaci a proteggere questo bene in pericolo, insieme possiamo provare a salvarlo!!

Qui di seguito il link per la firma online (previo accesso a Facebook o iscrizione al sito del FAI):

https://fondoambiente.it/luoghi/oratorio-di-san-rocco?ldc

 

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Locandina San Rocco

“Mauro Pirovano: attore periferico privilegiato”, un video del Teatro dell’Ortica sulla Val Bisagno e non solo

Pubblichiamo qui di seguito un video realizzato dal Teatro dell’Ortica della serie FuoridalCentro. In questo video l’attore Mauro Pirovano si racconta, attraverso la narrazione del suo quartiere e della sua Val Bisagno.

Buona visione!

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=233110201248602&id=361045883929771

La locandina del Teatro dell'Ortica

La locandina del Teatro dell’Ortica

Passeggiata partigiana virtuale del 25 aprile 2020

Partigiani

Lista Rossa dei monumenti italiani in pericolo: la nostra segnalazione per l’oratorio di San Rocco

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 leggibile la decorazione a fascioni orizzontali bianco-grigi

Italia Nostra ha promosso una lista nazionale dei monumenti in pericolo che andranno a confluire in una LISTA ROSSA il cui obiettivo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui Beni Culturali italiani in pericolo. La LISTA ROSSA è uno dei progetti più identitari e riusciti di Italia Nostra ed è il primo passo per costruire un progetto di recupero e valorizzazione da attuare nel prossimo futuro.

Gli Amici di Ponte Carrega hanno proposto di inserire nella lista l’antico oratorio di San Rocco dell’Antico Acquedotto. Si tratta di un antico oratorio sconsacrato a pianta quadrata risalente al XV/XVI secolo che si trova sul percorso dell’antico acquedotto nella zona di Prato, in prossimità della via dei Filtri.

Il complesso conta anche un piccolo giardino (o meglio, quello che ne rimane) con una dozzina di cipressi monumentali e fa parte del lotto che include anche l’antico Palazzo di Gio. Battista Invrea. Si tratta del rudere (purtroppo), un tempo antica villa nobiliare, che potete vedere appena sopra il capolinea del 13 a Prato, sventrato da una speculazione edilizia di alcuni fa (qui un nostro articolo a tal riguardo: http://www.amicidipontecarrega.it/2014/05/21/metamorfosi-della-val-bisagno/) è ora di proprietà di un fondo immobiliare lombardo.

L’oratorio, come potete vedere dalle foto qui sotto, versa in condizioni conservative pessime e si mostra oramai quasi totalmente compromesso: senza un adeguato intervento nel giro di qualche anno la nostra città perderà un manufatto che invece sarebbe bello preservare e valorizzare sia per la nostra Memoria, sia nell’ottica della salvaguardia e valorizzazione del nostro territorio.

Per questo motivo abbiamo presentato questa segnalazione alla associazione ambientalista più antica d’Italia: speriamo di poter iniziare con questo gesto a smuovere le acque e trovare nuove energie per poter trovare una soluzione positiva a quello che, a tutti gli effetti, la nostra associazione ritiene un sogno bellissimo: il recupero dell’antico oratorio di San Rocco! E’ necessario, passata l’emergenza e comunque nel giro di pochi anni, prima che il manufatto tramonti definitivamente, porvi un attenzione più attenta di quella odierna e trovare una soluzione per questa bellezza della nostra vallata.

il lato sinistro dell'oratorio crollato a seguito di una frana

il lato sinistro dell’oratorio crollato a seguito di una frana

prospetto principale in cui risulta ancora   leggibile la decorazione a fascioni orizzontali bianco-grigi

prospetto principale in cui risulta ancora
leggibile la decorazione a fascioni orizzontali bianco-grigi

l'altare vandalizzato

l’altare vandalizzato

particolare delle condizioni di degrado in cui versa l'altrare

particolare delle condizioni di degrado in cui versa l’altrare

l'entrata dell'edificio vista dall'altare

l’entrata dell’edificio vista dall’altare

particolare della copertura

particolare della copertura

particolare della rottura sul lato sinistro del tetto dell'oratorio

particolare della rottura sul lato sinistro del tetto dell’oratorio

una delle aperture sul tetto

una delle aperture sul tetto

una delle aperture sul tetto

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una delle aperture sul tetto

una delle aperture sul tetto

Restauro di un documento antico sulla Val Bisagno!

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Come facciamo da alcuni anni anche nel 2019 abbiamo aderito all’iniziativa dell’Archivio di Stato di Genova “Adotta un Documento”.

 

 

 

 

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Si tratta di una lodevole iniziativa che ha l’obiettivo di coinvolgere la cittadinanza nella conservazione dell’immenso patrimonio documentale conservato presso il complesso di Sant’Ignazio e in particolare della parte della documentazione medievale relativa all’antica Repubblica di Genova.

Due anni fa la curatrice dott.ssa Olgiati aveva individuato per noi un documento del XII Secolo che trattava della zona della Volpara e di un mulino antico (Maucene).

Nel 2019 invece la dott.ssa Olgiati ha scelto per noi un documento analogo, sempre riguardante la Val Bisagno e ancora una volta tratto dalla raccolta delle Pergamene di Santo Stefano, facente parte dell’Archivio Segreto della Repubblica di Genova:

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Qui sotto potete vedere la foto del documento restaurato e la sua descrizione storica:

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Come ogni anno vogliamo inoltre ringraziare la nostra socia, sig.ra Iolanda Valenti, per le ricerche che sta svolgendo su questa parte di Val Bisagno e che un prima o poi vi presenteremo, per averci fatto conoscere questa splendida iniziativa che rinnoveremo anche nel 2020.

Un ringraziamento va poi naturalmente all’Archivio di Stato e alla dott.ssa Olgiati per l’amore e la passione che mettono nella conservazione del nostro patrimonio archivistico e per la spledida iniziativa che portano avanti da alcuni anni, sperando che sempre più persona possano aderire a questa iniziativa, anche con piccole offerte!

Piazza prima di Piazza!

Piazza

Qualche tempo fa, sul gruppo facebook C’era una volta Genova (per opera del sig. Cesare Maria Vecchi e della sig.ra Raffaella Amina Bisio, che ringraziamo) sono state pubblicate queste foto tratte dal Bollettino Municipale del Comune di Genova pubblicato nel novembre del 1928.

Si tratta delle cosiddette “baracche” di Ponte Carrega, costruite nel 1928 per, come si legge nell’articolo, gli sfrattati:

 

 

 

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Il Forte Puin: uno dei gioielli del sistema dei forti genovesi

Il piccolo Puin sorge nel monte Moisè a 500 metri sul livello del mare ed è il primo forte campale oltre le mura, l’origine del suo nome è molto particolare in quanto, in assenza di notizie ufficiali, possiamo fare solamente delle ipotesi.

 

Foto di Paolo Congiu

La rampa di accesso al Forte Puin. Foto di Paolo Congiu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Costruito dal Genio Sabaudo nel 1815 oltre che “battere” le valli sottostanti doveva coprire eventuali movimenti del nemico e difendere le sortite delle truppe alleate tra i Due Fratelli e lo Sperone.

Le prime notizie di una fortificazione su questo colle si hanno nel 1747 con una ridotta chiamata Ridotta dei Pani, dovuta alla sua vicinanza con la Baracca Puin e diventando punto di ritrovo per i soldati.

La ridotta era circondata da un fossato e protetta inoltre da trincee più antiche che arrivavano dallo Sperone e che successivamente nello stesso anno si decise di estendere fino al monte dei Due Fratelli con l’inserimento di quattro ridotte e una batteria lungo la dorsale.

Nel breve periodo napoleonico venne progettata la torre che oggi possiamo ammirare ma solo nel 1815, insieme ai Due Fratelli, sotto il dominio del governo Sabaudo, si decise di iniziarne la costruzione.

Terminati i lavori nel 1828 si inserì una cinta muraria bastionata a protezione della torre e l’aggiunta di un ulteriore ponte levatoio a bolzoni e relativa rampa di accesso.

La semplice torre era caratterizzata da una caditoia per lato e numerose feritoie a protezione della sua base.

All’interno l’opera è formata da due piani più un sotterraneo, il piano terra è suddiviso in due locali adibiti a cucina e vano comune per i soldati; i tre locali sotterranei accessibili tramite scala hanno la funzione di magazzino e riservetta; il primo piano è suddiviso in due locali.

L’accesso alla terrazza con pavimentazione in mattoni avveniva tramite una ripida scala protetta da un’uscita in casamatta.

 

Foto di Paolo Congiu

Uno spettacolare Forte Puin con una corona di monti innevati. Foto di Paolo Congiu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fortificazione poteva contare su una guarnigione di 28 soldati, più altri 45 da sistemare “paglia a terra” in caso di emergenza. L’armamento consisteva in 2 cannoni da 8, 4 cannoncini, 2 obici e 2 petrieri.

L’opera non è mai stata protagonista di battaglie o altri eventi bellici ed è stata abbandonata nel 1908. Col finire delle Due Guerre Mondiali ha subito devastazioni per l’asportazione di legno e ferro, provocando la caduta di una caditoia.

Nel 1963 su richiesta del dott. Parodi, gli è stato dato in concessione e a sue spese è stato ristrutturato con piccole modifiche: all’nterno nei servizi igienici, nel cucinino, aggiunte di  inferriate; all’esterno è stata ripristinata la terrazza e nel caso della caditoia distrutta non si è fatto altro che aggiungere una fantasiosa struttura in merloni.

 

Foto di Paolo Congiu

Interno del Forte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto di Paolo Congiu

Altro particolare dell’interno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il forte Puin è raggiungibile passando sotto la grande mole dello Sperone e una volta arrivati alla “Ostaja le Baracche” ci bastano dieci minuti di percorso tra antiche trincee settecentesche, il tutto incorniciato dal grande verde e il silenzio infranto dal fischio del vento.

Una meta ideale per una breve passeggiata rilassante, il panorama unico fa il resto: le verdi valli, i forti campali che dominano il loro monte, Genova vista dall’alto a 360 gradi e il grande azzurro del mare. Una volta raggiunto ci troveremo sulla lunga rampa di accesso che terminava con un ponte levatoio, oggi rimosso; non è possibile accedervi ma possiamo ammirarlo comunque molto bene e realizzare bellissime foto e, perchè no, portarci fogli e matite per ritrarlo, ricordando il pittore che con grande passione lo ha ristrutturato e abitato per vent’anni.

 

Disegno di Paolo Congiu

Disegno di Paolo Congiu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo scritto per la nostra rubrica di Storia e Tradizioni della Val Bisagno da Paolo Congiu, fotografo, appassionato conoscitore della storia della città e della vallata, coautore, tra le altre cose, del libro La Valpolcevera dal primo Novecento ad oggi, Nuova Editrice Genovese, 2015.

 

Mistagogia nel sagrato dell’oratorio di s. Michele arcangelo a Montesignano

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Nelle Historiae Ecclesiasticae (X, 4, 37 e segg.), Eusebio di Cesarea (IV secolo d. C.) ci dice che nella basilica cristiana del tempo – tra il vestibolo e il tempio – vi è uno spazio aperto, il sagrato, chiamato paradiso, ove si trovavano fontane atte a purificare l’ingresso dei fedeli, quello che avviene ancora oggi nelle moschee islamiche.  Per secoli, in questo paradiso vennero sepolti i defunti (nel diritto romano non era consentito seppellire intra muros).  Dal Basso Medio Evo, le indicazioni delle autorità ecclesiastiche, riguardo alla sepoltura, scarseggiano; ma il sagrato inizia a partecipare alla nuova rinascente comunità urbana. Alla fine del XVI secolo, il cardinale Borromeo, in seguito al Concilio di Trento,  nelle Instructiones Fabricae et suppellectilis ecclesiasticae (libro II, cap. IV), prescrive un atrio chiuso da un portico o un vestibolo. L’atrio perde la sua funzione di luogo di sepoltura o purificazione, per ottenere quello di luogo in cui si svolgono riunioni politiche e civili, tanto che, dal ‘600, sarà necessario l’intervento del Magistero ad impedire gli abusi.

Da lì, al nostro sagrato realizzato circa due secoli fa, il passo è breve, ma dalla simbologia presente nel risseu, potremmo affermare che questo sagrato – in età contemporanea – ancora rappresenta la funzione del mistero del passaggio, dell’oltrepassare la soglia.

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Un rito, che, in epoca anteconciliare, prevedeva la presenza di un battistero esterno al tempio o al suo ingresso e che – in epoche più recenti – conserva quello dell’acqua lustrale nell’acquasantiera. E’ possibile dalle indicazioni che mi vengono suggerite che il sagrato di s. Michele, fosse, originariamente, uno spazio circostante e non antistante l’edificio, ma ciò non contraddice questa funzione. Che è quella appunto di preparare, approntare – mi verrebbe da dire – il credente, in questo caso un pellegrino, che si reca in un luogo di culto dedicato all’arcangelo Michele, protettore di valichi, gioghi, passi, cime da valicare, erede del culto di Odino presso i Longobardi, ma difensore anche dell’anima dalle tentazioni di Lucifero, in origine compagno di Michele, quindi, dopo la sua scissione da Dio, acerrimo nemico. Del resto la sua etimologia è chiara: sagrato appunto, perché consacrato e atto a sepoltura. Il sagrato, nel nostro caso, non conduce ai tradizionali sette gradini, rievocanti il pronao dei templi greci e simboleggianti i sette sacramenti, ma è pieno di suggestioni difficili da decifrare.

Paolo Paolini 

Adotta un documento!

Documento

La bellezza di restaurare e restituire alla comunità un antico documento della Val Bisagno, un foglio antico che parla della nostra storia e del nostro territorio: è stata una cosa che ci ha coinvolto e ci ha profondamente entusiasmato! Il documento in questione è un documento del 15 dicembre 1196 e riguarda la nostra valle: si tratta di un contratto di vendita tra il monastero di Santo Stefano (che possiamo vedere sopra Via XX settembre) e un certo Marchisio de Vulpaira per la vendita di due terreni situati in Maguceno, in località Podium, al prezzo di lire 17, riservandosi il relativo diritto d’uso dell’acqua per i suoi mulini posti sul Bisagno. Da oggi potete andare a vederlo insieme a tanti altri importanti documenti restaurati nel corso del 2017 grazie ai contributi di tanti cittadini e associazioni genovesi alla mostra allestita nei locali dell’ Archivio di Stato di Genova! Grazie all’ Archivio di Stato di Genova per questa splendida iniziativa e per questa grande occasione di preservare e trasmettere la nostra memoria!

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La Valbisagno di Camillo Sbarbaro

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Siamo lieti di poter partecipare ai martedì della Compagna presentando la conferenza “la Valbisagno di Camillo Sbarbaro“, con la presentazione del percorso della memoria di Pontecarrega e approfondimenti sul poeta ligure nel cinquantesimo anniversario della sua morte.

 

conferenza 31 ottobre

Domenica 14 maggio – Passeggiate alla scoperta del territorio – Memorie del Bisagno

MDB

Renzo Rosso, professore di costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano e autore del libro “Bisagno, il fiume nascosto” ci porta alla scoperta della storia idraulica, civile e politica del Bisagno.
Partendo da Ponte Carrega e scendendo in alveo all’altezza di Via Lodi è previsto di risalire il Bisagno fino alla zona della Sciorba, il tratto di corso d’acqua nel quale è prevista la realizzazione dello scolmatore del Bisagno.
A causa della presenza di ancora molta acqua all’interno del greto si consiglia di munirsi di stivali e abbigliamento sportivo.
Appuntamento alle ore 10:00 sul Ponte Carrega
Ingresso gratuito!

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Neviere in Val Bisagno: una storia dimenticata

Neviera

Spesso ci si chiede come venivano conservati i cibi ai tempi in cui il moderno frigorifero ancora non esisteva, ebbene, i nostri antenati si erano ingegnati anche in questo: le neviere. La neviera non era altro che un sistema per produrre ghiaccio che serviva per la conservazione dei cibi, ma anche per alleviare alcune patologie come la febbre e contusioni. L’architettura di questa opera è molto semplice, veniva scavato un pozzo a forma conica capovolta con diametro interno di 10 metri circa per un’altezza di 5 metri circa, la struttura portante era un muro a secco; per garantire la permeabilità e non creare ristagni veniva inserito sul fondo un canale di scolo e uno spesso strato di tronchi, rami e foglie secche; in conclusione, quando era stata inserita neve con una forte pressione, si creava un altro strato di foglie secche e una copertura cilindrica di paglia con un’apertura che serviva da caricamento/svuotamento di neve. In Liguria e nello specifico a Genova, questo sistema venne adottato nelle alture fin dai tempi del rinascimento, quando ancora le nevicate erano abbondanti. Ebbe molto seguito soprattutto nelle grandi famiglie più agiate che ricorrevano al refrigerante naturale per raffreddare le bevande sulla tavola o per confezionare sorbetti ai nobili, suscitando nei medici del tempo serie preoccupazioni allo stato di salute dei propri pazienti. Presto si sviluppò un vero e proprio commercio del ghiaccio, con un aumento del prezzo tale che nel 1625 si decise di intervenire con un’imposta sulla sua importazione in città. La Repubblica Genovese nel 1640 decise di istituire una gabella sulla neve, concedendo l’appalto per l’approvvigionamento del ghiaccio all’intera città ad un unico impresario, con un contratto valido cinque anni. Un compito difficile nel quale bisognava tener conto di innumerevoli fattori, tra cui le condizioni climatiche e la grandissima quantità di ghiaccio che doveva essere raccolto. La produzione iniziava per l’appunto con la raccolta della neve da parte di una decina di braccianti che erano per lo più contadini della zona assunti dall’imprenditore. Quando il ghiaccio era pronto, durante la notte veniva tagliato in blocchi da 80 chili e avvolti in sacchi di tela e trasportato a dorso di mulo nel deposito in Vico della Neve. Il commercio del ghiaccio era un lavoro che non permetteva dii arricchirsi ma, tra periodi di produzione più florida e periodi di crisi, durò fino al 1870, per oltre due secoli. I resti di queste neviere nell’entroterra genovese, a pochi chilometri dal mare,  sono  numerosi e nella Valbisagno ne possiamo ammirare uno nei pressi del “Sentiero delle farfalle” segnalato da un’apposita targhetta esplicativa.

Quando le nevicate nel territorio genovese non erano copiose, si procedeva alla produzione del ghiaccio più in alto.  (1) Il laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale (L.A.S.A.) dell’Università di Genova, ha infatti portato all’identificazione di due neviere, o fosse da neve, utilizzate nel corso dell’800 per rifornire di neve e ghiaccio la città di Genova. Le neviere erano scavate nel terreno, con le pareti rivestite da muretti a secco (in alcuni punti ancora visibili) e, una volta riempite di neve pressata, erano coperte con un tetto di paglia e legno. In un documento del 1818 scritto dall’appaltatore Luigi Campodonico e indirizzato al sindaco di Genova si legge: “Non essendo cadute nevi nei dintorni della città…fui obbligato di farne deposito nella Montagna di Antola mediante dei fossi in fatta di ghiacciaie”

1) citazione dal sito http://www.altavaltrebbia.net.

Articolo a cura di Paolo Congiu, autore dell’articolo è appassionata di storia della vallata e fotografo

Il cartello presente sul percorso del Diamante

Il cartello presente sul percorso del Diamante

 

La neviera oggi

La neviera oggi

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Torna Memorie del Bisagno: domenica 5 marzo visita guidata al Cimitero di Staglieno!

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Da contadini a operai: le trasformazioni del lavoro in Val Bisagno

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Il percorso della memoria, sulle tracce di Camillo Sbarbaro

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Con questo nuovo articolo vogliamo segnalare un sentiero ancora oggi poco conosciuto che si stacca dal percorso dell’acquedotto storico e raggiunge la collina di Montesignano. Il sentiero è percorribile facilmente come deviazione dal percorso principale in circa 30 minuti di cammino.

Il percorso è ricco di testimonianze storiche e culturali d’importanza monumentale con una peculiarità che lo rende unico: i luoghi attraversati sono stati esplicitamente menzionati dal Poeta Camillo Sbarbaro in una sua prosa “Tramonto a Pontecarrega“. Ancora oggi i luoghi attraversati dal poeta, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, si possono facilmente riconoscere anche se avulsi e a volte nascosti dietro l’intensa urbanizzazione del secolo scorso e del passato recente.

Il fascino evocativo di questo percorso è ancora oggi straordinario perché molto del paesaggio descritto dal poeta è ancora leggibile e in grado di emozionare.

Scopriamo questo percorso che idealmente abbiamo chiamato “percorso della memoria, sulle tracce di Camillo Sbarbaro” perché molti hanno dimenticato che questo tracciato un tempo era frequentato da Camillo Sbarbaro. Forse questo paesaggio così evocativo, tanto da essere menzionato dal poeta, ha contribuito a stimolarlo verso quella “tematica della natura” così ricorrente nei suoi testi. I tesori nascosti di valore paesagistico sono ancora oggi straordinariamente intensi e di grande rilevanza per la memoria storica di tutta la Val Bisagno.

Molti, la natura li disturba; i più non la vedono. In lei io mi verso. È la sola costanza, la sola fedeltà che conosco nell’incertezza di tutto” – Camillo Sbarbaro

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< audio guida >

Il percorso inizia idealmente come deviazione al percorso principale dell’acquedotto storico in corrispondenza di Salita della Chiappa. Il punto è facilmente riconoscibile per la presenza di uno strano manufatto a pianta quadrata. Si tratta dell’antica garitta del dazio, oggi purtroppo in rovina. Dalla garitta s’imbocca Salita della Chiappa in direzione valle e si raggiunge via Lodi e si prosegue verso Via Piacenza.

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Si percorre un breve tratto lungo la sponda destra del Bisagno lungo Via Piacenza. Da questo punto guardando le sponda sinistra possiamo ammirare il paesaggio descritto da Sbarbaro (Rif. 1) dove in alto svetta la nostra meta: la Chiesa di San Michele Arcangelo di Montesignano. La chiesa ha origini che risalgono al quattrocento, come testimoniano gli affreschi recentemente rinvenuti con gli ultimi restauri. Il campanile che domina l’accesso alla valle del Rio Mermi, come un segnavia, indica la presenza dell’antico valico di crinale che porta verso Sant’Eusebio e Bavari.

Scendendo lungo Via Piacenza s’incontra Ponte Carrega, primo riferimento esplicito nella prosa di Sbarbaro.

S’ingannarono i miei occhi quella sera o Pontecarrega è in mattone (Rif 2)

Al tempo di Camillo Sbarbaro la strada di scorrimento della sponda sinistra non esisteva ancora e il ponte conservava ancora tutte le sue originali arcate.

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Veduta della Chiesa di San Michele dalla sponda sinistra del torrente Bisagno

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Pontecarrega al tempo del Poeta Sbarbaro

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Pontecarrega come appare oggi

Attraversata la strada di scorrimento, dopo la prima rotonda, guadagnano nuovamente il percorso storico, più o meno dove finiva l’antico ponte prima del suo restringimento, ovvero in corrispondenza a Salita alla Chiesa di Montesignano. Qui incontriamo il secondo riferimento esplicito nella prosa di Sbarbaro.

La stagione arruginiva il cono cui la borgata s’inerpica, pezzato di vigne (Rif 3)

L’antica borgata di Ponte Carrega a cui il poeta si riferisce è quella parte dell’abitato di Pontecarrega che sale verso la Chiesa di Montesignano le cui colline erano un tempo tappezzate di vigne. Il borgo è tuttora esistente ma le colline, in parte edificate, sono ancora oggi ben tenute con alberi da frutto e siepi.

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“il cono cui la borgata s’inerpica, pezzato di vigne”, il borgo esiste ancora ma è rimasto dietro i depositi delle ex. Officine Guglielmetti

 

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Borgata di Pontecarrega come appare oggi, verso Salita alla Chiesa di Montesignano

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il percorso sale verso Salita alla Chiesa di Montesignano

Superate le prime case la strada risale con i caratteristici tratti di una mulattiera acciottolata ma le pietre sono visibili solo al primo tornante mentre l’inizio del percorso è purtroppo ricoperto d’asfaltato. Il gruppo di edifici che si attraversa costituiscono il nucleo storico di Pontecarrega, probabilmente coevo con il ponte da cui prende il nome.

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Particolare della cartografia militare del Genio sardo rappresentante Pontecarrega con gli edifici della borgata omonima. Ignazio Porro, 1835

Consigliamo di soffermarsi sui particolari perché nel retro del borgo è ancora visibile il profilo dell’argine originale del Bisagno prima del suo restringimento. Il profilo coincide con il confine degli orti urbani ancora esistenti e ben mantenuti dietro gli edifici della borgata.

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Borgata storica di Pontecarrega ancora esistente dietro le ex. Officine Guglielmetti

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Particolare di un cortile nella borgata

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Inizio di Salita alla Chiesa di Montesignano (loc. detta “porte chiuse”)


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Pompa idraulica per pozzo in uno dei cortili della borgata

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Risalita dopo il primo tornante di Salita alla Chiesa di Montesignano

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Salita dopo il secondo tornante di Salita alla Chiesa di Montesignano

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Ultimo tratto della salita prima di arrivare alla Chiesa di San Michele Arcangelo di Montesignano

Al termine della salita la mattonata s’interrompe bruscamente per l’allargamento di Via Mogadiscio che sale verso S. Eusebio.

Finalmente siamo arrivati al sagrato della Chiesa di Montesignano, San Michele Arcangelo, e scopriamo il terzo riferimento esplicito nella prosa di Sbarbaro

Dal rogo scampavano solo le querce del sagrato.(Rif 4)

Il sagrato della chiesa è caratterizzato ancora oggi dall’antico mosaico acciottolato, uno dei più belli della Val Bisagno. Uno dei due lecci (Quercus ilex) a cui il Poeta si riferiva è ancora presente con i sui 300 e passa anni di esistenza oggi inserito nell’elenco italiano degli alberi monumentali.

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Sagrato della Chiesa San Michele Arcangelo di Montesignano

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Facciata della Chiesa di San Michele Arcangelo di Montesignano

 

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Una delle due querce rimasta come era al tempo di Camillo  ..”dal rogo scamparono solo le querce del sagrato” – Oggi inserite nell’elenco italiano degli alberi monumentali

Dal sagrato della Chiesa s’affacciano davanti a noi i crinali del parco dei forti, notiamo sulla sinistra Forte Sperone, poi spostandoci sulla destra in ordine Forte Puin e Forte Diamante con la sua inconfondibile forma a piramide. Questo paesaggio non è sfuggito al Poeta che così lo rappresenta:

I torvi picchi dei Forti in corona erano giganti che assistevano alla nascita d’una rosa” 

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Vista del parco dei forti dal sagrato della Chiesa, il paesaggio descritto dal poeta e forse come queste le nuvolaglie a cui si riferiva?

 

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Pontecarrega dal sagrato della Chiesa, “..un attimo dopo la borgata si splendette di un più raccolto lume.”

Per visitare la Chiesa consigliamo di contattare la Parrocchia o la Confraternita del Santissimo Sacramento e Santa Maria di Terpi, una delle confraternite più antiche della vallata e della città, la cui fondazione risale a 541 anni fa. Il nucleo originario della attuale chiesa è già presente infatti nel 1475, anno a cui si fa risalire la nascita della Confraternita e dell’oratorio, trasformato poi in chiesa parrocchiale nel 1818. Al suo interno si conservano opere della scuola genovese del seicento, da Orazio De Ferrari al Biscaino. Svetta per importanza la grande pala d’altare del fiammingo Cornelius De Wael, uno dei primi fiamminghi a lavorare in pianta stabile a Genova nella prima metà del seicento. Anche i marmi degli altari sono importanti: negli anni della trasformazione da oratorio a chiesa parrocchiale vennero acquisiti gli antichi marmi di San Domenico, demolito proprio in quegli anni per far spazio al Teatro Carlo Felice. Meritano ancora citazioni il ciclo di affreschi realizzati sulla volta dal Passano nel 1846 e l’ampio e prezioso corredo di stoffe e di cristi processionali della Confraternita. La statua lignea della Madonna del Maragliano è invece oggi conservata nella nuova sede parrocchiale in Via Terpi.

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cappa processionale della Confreternita, da poco restaurata

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La Madonna del Maragliano, conservata in Via Terpi

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Tracce degli affreschi quattrocenteschi ritrovati dietro il coro

 

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Particolare della pala d’altare di C. De Wael

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Ancora tracce degli antichi affreschi del ‘400 recentemente ritrovati

Non sappiamo se il Poeta ha proseguito oltre il sagrato, noi consigliamo di proseguire verso la borgata in località Terpi risalendo l’omonima mattonata fino alla Villa Durazzo-Grimaldi-Chiarella, la cui fabbrica risale agli inizi del seicento, e che fu anche sede del Comune di Bavari.(Rif. 5) dove notiamo come il paesaggio si apre nuovamente con i verdi crinali di S. Eusebio, di Monte Ratti e di Quezzi con la caratteristica torretta di costruzione sabauda. 

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Villa monumentale Durazzo-Grimaldi del secolo XVI. Il palazzo fu anche proprietà Raggi, Grillo-Cattaneo, Burlando e Chiarella

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Affresco interno alla villa

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Androne interno della villa

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Vista del campanile da Terpi


Il nostro percorso giunge a termine ma per ripercorrere le orme di Sbarbaro occorre ridiscendere nuovamente da dove siamo venuti.

Al ritorno, esprimeva l’ultima luce la vetrata limone dei “Paolotti(Rif. 6) 

I Paolotti è il nome di una delle tante osterie di Pontecarrega. Di questo luogo rimangono ancora molti ricordi nella memoria collettiva degli abitanti perché sono disponibili alcune fotografie su come si svolgeva la vita sociale di un tempo.

Anche in questo caso l’antica osteria è ancora riconoscibile nel contesto avulso e disordinato dell’urbanizzazione. I discutibili interventi urbanistici di recente realizzazione non hanno saputo cogliere e interpretare al meglio i valori della memoria, forse si poteva armonizzare con maggiore efficacia l’esigenze del nostro tempo con il prezioso tessuto storicamente consolidato che rappresenta un collegamento ideale, storicamente certo, tra i due parchi monumentali dei forti di Genova, quelli del versante occidentale e quelli del versante orientale, collegamento tanto auspicato per una effettiva valorizzazione di questo immenso patrimonio culturale.

Si ricorda per chi volesse ristorarsi, che la vecchia osteria dei Paolotti è ancora esistente, ma oggi si chiama trattoria “al Ciclamino”.

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Momento di socialità all’inizio del secolo scorso presso l’osteria dei Paolotti

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Insegna riconoscibile dell’osteria Paolotti

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L’antica osteria dei Paolotti, oggi trattoria “Il Ciclamino” e l’antica borgata di Pontecarrega ancora oggi riconoscibile nonostante l’aggressiva l’urbanizzazione del nostro tempo

 Vogliamo concludere la nostra breve descrizione con queste ultime parole

Sul ponte di tozza pietra bambinelle si davano la mano a girotondo” 

Di là del fiume il Caffè dei Velocipedisti sbadigliava dai buchi delle porte la noia della giornata.
Pontecarrega, rosso fiore colto dagli occhi una sera; come un ricordo d’amore tra le pagine chiuso.

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   Il testo integrale della prosa e la galleria storica è disponibile a questo <link>

 


Il percorso della memoria di Camillo Sbarbaro è stato inserito negli eventi della giornata europea del patrimonio nella edizione 2017

Camillo Sbarbaro 

Video su Camillo Sbarbato Città Metropolitana di Genova

Per approfondimenti su Camillo Sbarbaro e la tematica della natura

Camillo Sbarbaro, proposta di lettura del prof. Silvio Guarnieri

Alcune poesie

il mio cuore si gonfia per te terra,Camillo Sbarbaro

A volte, mentre vado per le strade – Camillo Sbarbaro

Svegliandomi il mattino – Camillo Sbarbaro

Talor mentre cammino, Camillo Sbarbaro

Forse un giorno, sorella – Camillo Sbarbaro

Padre che muori tutti i giorni un poco – Camillo Sbarbaro

Padre se tu non fossi – Camillo Sbarbaro

La trama delle lucciole – Camillo Sbarbaro

Gli Acciottolati della Val Bisagno

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Ospitiamo con molto piacere sul nostro sito l’intervento di Luca Riggio sui risseu della Val Bisagno

(a cura del Laboratorio SAN LUCA)

Mi presento: mi chiamo Luca Riggio, e da dieci anni mi occupo di acciottolati liguri (di rissêu, per dirla alla ligure) realizzandoli, restaurandoli e documentandoli. Essendo valbisagnino sono felice di condividere brevemente qui le mie ricerche, per cultura ma anche per dare lo spunto di una bella gita.
Usciamo dal centro città e risaliamo il torrente: 1) sotto la fermata Brignole della metro è stato scoperto il cinquecentesco sagrato di Santa Maria degli Incrociati, tra i più antichi della città, e proprio lì ne trovate una porzione e qualche foto; 2) a sinistra, in via s.Bartolomeo degli Armeni, c’è Villa Pallavicino delle Peschiere, con molti splendidi acciottolati ben conservati nel giardino, ma occorre chiedere il permesso all’amministrazione; 3) a destra in alto c’è la Madonna del Monte, datato 1904, con bel tappeto quadrato con stemmi, restaurato da Armando Porta; 4) risalendo il fiume, sopra il cimitero spicca la Chiesa di S.Bartolomeo di Staglieno, sagrato ricco con interessanti e insolite tessiture bianche e nere, ben restaurato di recente; 5) dall’altro lato, dominante su Ponte Carrega, abbiamo il magico sagrato della Chiesa di S.Michele Arcangelo, con i grigi e i bianchi incerti tipici degli acciottolati più antichi e rustici –i ciottoli sono piuttosto grossi e a km.0: i disegni, archetipici, asimmetrici e imprevedibili, tendono a confondersi con lo sfondo grigio; 6) poco più avanti, sul lato sinistro, c’è la Chiesa vecchia di S.Gottardo, un sagrato grande e accurato ma quasi completamente distrutto; 7) in ottime condizioni invece il sagrato della Chiesa dell’Assunta di Molassana, in via S.Felice, con la caratteristica M mariana coronata in un fine riquadro bianco e nero in mezzo al piazzale di bianchi e grigi ; 8) più avanti, sempre sulla sinistra per noi che risaliamo, imbocchiamo la strada per Creto – dopo qualche tornante troviamo la meravigliosa Chiesa di S.Siro di Struppa, con un grande sagrato nuovo indegno di lei, da menzionare in negativo per la poca cura del progetto e della posa e per i ciottoli impropri – istruttivo il confronto con i pochi metri quadri antichi davanti all’adiacente Oratorio; 9) seguiamo ancora questa strada e troviamo S.Giovanni Battista di Aggio, sagrato lungo e stretto a “frecce” bianche e nere, datato 1894, con un bel panorama; 10) tornati a valle proseguiamo di poche centinaia di metri e imbocchiamo via Trossarelli: la prima Chiesa, quella di S.Cosimo, è una delle tante che hanno perso il proprio rissêu (come anche Fontanegli e S.Eusebio), ma per fortuna dopo troviamo S.Martino di Struppa, 1887, e nella penombra degli alberi possiamo ammirare un grande e insolito sagrato bianco e nero – davanti all’ingresso un fiore “optical” a dodici petali e quattro spirali, di casa nel Levante ligure ma qui strane; 11) proseguiamo nella risalita del Bisagno, usciamo dalla città, prendiamo la SS 45 e svoltiamo a sinistra sul ponte direzione Davagna. Dopo qualche km troviamo la chiesa di S.Andrea di Càlvari, con acciottolato non molto grande, grigio, a ciottoli piuttosto grandi ma con posa estremamente accurata, tessitura originale e ottimo stato di conservazione; 12) il penultimo di questo giro si trova a Terrusso, sull’altra sponda del Bisagno, bivio sulla SS 45 a destra salendo, ed è un grande regalo per chi ama la cultura popolare: più rustico di quello di Calvari, con ciottoli più grandi e con tanti disegni evidentemente improvvisati e un po’ misteriosi, effetto accentuato dal fatto che la differenza tra bianchi e grigi, già in partenza non netta, si è ridotta col tempo; 13) purtroppo chiudiamo il giro con una nota dolente: il grande sagrato di S.Alberto di Bargagli è stato per metà asfaltato, e per metà è in stato di abbandono: incredibile il degrado a cui ho assistito nel giro di pochi anni, tra poco sarà del tutto illeggibile.

Luca Riggio
classe 1963, ha trovato nell’acciottolato il punto di equilibrio tra uomo e natura, di incontro tra spirito e materia, esempio di progresso umanistico e sostenibile (approfondimenti sul sito www.laboratoriosanluca.it), riproduzione riservata.

San Bartolomeo di Staglieno

San Bartolomeo di Staglieno – (Nota 1)

San Michele Arcangelo di Montesignano

San Michele Arcangelo di Montesignano

San Martino di Struppa

San Martino di Struppa

San Giovanni Battista di Terrusso

San Giovanni Battista di Terrusso

Sant'Alberto di Bargagli

Sant’Alberto di Bargagli

 

Nota (1) : Il sagrato della Chiesa di San Michele di Montesignano è stato menzionato nella Poesia di Camillo Sbarbaro, “Tramonto a Ponte Carrega”, nella raccolta Truccioli.

Storie e tradizioni della Val Bisagno: Val Bisagno, valle di ville

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Genova è una “civiltà di palazzi”. Non può quindi stupire che le stesse ricche famiglie di mercanti e finanzieri genovesi che risiedevano in città cercassero di esportare quella bellezza e magnificenza anche nei luoghi di villeggiatura fuori porta, sia a Levante che a Ponente, così come in Val Polcevera o in Val Bisagno.

Si tratta generalmente di ville coltive situate laddove le grandi famiglie patrizie possedevano grandi appezzamenti di terreno che davano rendite sia attraverso la locazione dei terreni a terzi sia attraverso la produzione di beni agricoli destinati alle residenze di città (Una cucina a Genova nell’ottocento, Sagep 2016).

Si può parlare di un sistema di ville in Val Bisagno: raggiungibili per la maggior parte attraverso la Strada di Bisagno, la più antica strada di fondovalle che sfruttava l’ampio greto del fiume e i periodi di secca per trasformare il Bisagno in una strada carrabile, le ville erano poi raggiungibili attraverso strade appositamente sviluppate per favorire l’accesso dei carri alle ville. Era così, ad esempio, per Villa Durazzo Grimaldi a Montesignano (chi voleva transitarvi doveva pagare una imposta per il transito) la cui strada partiva da Ponte Carrega o per la Villa Ferretto a Fontanegli che ripercorre quasi completamente l’attuale via Giovanni da Verrazzano.

Ogni grande appezzamento di terreno aveva il proprio palazzo di villa: la maggior parte di questi risale al periodo d’oro della finanza genovese, tra XVI e XVII secolo: è il periodo che Rubens celebra nel suo libro sui Palazzi di Genova nel quale comprende anche alcune ville suburbane.

Quasi tutte queste costruzioni sono state però via via riedificate o alterate nel corso degli ultimi due secoli, relegate ai margini nella disordinata crescita urbanistica del secondo dopoguerra (si pensi alla Villa Musso Piantelli stretta tra stadio e palazzi o alla vicina Villa Saredo Parodi oggi Comando dei Vigili di Marassi o ancora alla Villa Montebruno); Hanno quasi tutte perso i caratteri originari diventando spesso condomini plurifamiliari. Alcune sono state demolite, altre abbandonate per lungo tempo o vittime di speculazione (si citi, una per tutte, la villa Gio. Battista Invrea a Prato vedi ns. articolo ).

In generale non abbiamo molte notizie sui palazzi di villa della vallata: sappiamo poco sugli iniziatori delle “Fabriche” e quasi sempre non conosciamo il nome degli architetti, ad eccezione della villa di Galeazzo Alessi che sorge nella odierna via San Vincenzo (Sauli Grimaldi “in Bisagno”), anche se pesantemente modificata rispetto al disegno originario. Proprio l’Alessi rappresenta il nome che traccia lo spartiacque tra passato e futuro dell’architettura di villa nel corso del cinquecento. I palazzi da lui progettati (se ne contano tre certi tra quelli suburbani) e soprattutto quelli che a lui si ispirano (molto più numerosi), prediligono come nuovo canone architettonico la pianta quadrata e il monumentale tetto a quattro spioventi a fortissima pendenza (ad esempio la Villa oggi proprietà dell’Istituto delle Suore Maria Ausiliatrice a Marassi oppure villa Brignole Sale oggi Marassi a Montesignano o villa Thellung a Fontanegli).

Ripercorrendo la valle dalla attuale zona di Brignole fino all’estremo nord del Comune contiamo numerose testimonianze di ville antiche a partire dalla splendida villa Imperiale a Terralba (oggi sede della biblioteca Lercari), riccamente affrescata da Luca Cambiaso e talmente importante da essere scelta per ospitare nel 1502 il re di Francia Luigi XII durante un suo viaggio a Genova (come una anticipazione di quello che sarà poi il sistema dei Rolli cittadini inventato nel 1576).

Anche San Pantaleo fin dal secolo XV è zona ricca di testimonianze di villa: tra le tante ricordiamo la villa Cattanei in cima a San Pantaleo. A Staglieno troviamo la Villa Parodi in via del Veilino sulla cui facciata sono murate le palle di cannone della ritirata austriaca della guerra del 1746. Alcune ville (Rusca e Vaccarezza) furono sacrificate nel corso dell’ ottocento dall’espansione del cimitero di Staglieno. A Montesignano troviamo le già citate Durazzo Grimaldi che fu anche Grillo Cattaneo, Burlando e Chiarella, la villa Brignole Sale oggi  Marassi e la Durazzo Pallavicino Cattaneo Zanoletti alla Sciorba (Sorboa), testimonianze degli antichi possedimenti di queste famiglie nella media valle. A Sant’Eusebio incontriamo alcune ville più recenti, costruite tra ottocento e novecento (Odetti e Dolcino) mentre a Molassana ritroviamo la Villa Sauli (della Marchesa). A Fontanegli sono situate la villa Thellung, dove si conserva lo studio di G.B. Mameli, fratello di Goffredo, Ferretto (oggi casa di riposo) e Raggi (da qualche anno restaurata ad abitazione privata).

Anche se geograficamente non più nel Municipio Media Val Bisagno ma un tempo strettamente collegata alle direttrici viarie della Val Bisagno verso il Levante è importante citare la Villa di caccia dei Fieschi (e poi degli Spinola) a Bavari con il suo curioso tetto. Splendida è la Villa Durazzo a Pino, oggi Opera Don Orione, che conserva ancora alcuni ambienti al pian terreno decorati con finte grotte e nicchie e con alcuni affreschi del Guidobono: la proprietà conserva ancora alcune carrozze d’epoca che furono dei nobili Durazzo.

Concludiamo il nostro giro della vallata con l’antica villa Pallavicino a Struppa (oggi Asilo Le Coccinelle) un tempo primo bronzino dell’ acquedotto storico. Infine un breve cenno a quella che fu una delle più belle testimonianze della vallata, quella villa di Gio.Battista Invrea a Prato, vittima di una scellerata urbanistica incurante della bellezza e della storia, oggi deturpata e definitivamente compromessa. vedi ns. articolo

Il giro delle ville della Val Bisagno è pertanto un tour interessante e ricco di fascino e ispirazioni per la riscoperta e la rivalutazione della nostra vallata da un punto di vista storico paesaggistico e architettonico che sottolinea la bellezza spesso sottovalutata dei nostri quartieri.

L’ottava edizione del Festival dell’Antico Acquedotto, tenutosi durante il mese di Luglio e organizzato dal Teatro dell’Ortica ha ben valorizzato questo aspetto del nostro patrimonio facendo letteralmente scoprire angoli inaspettati di vallata, altrimenti difficilmente accessibili.

Per saperne di più: Catalogo delle Ville genovesi,  Italia Nostra, 1967
Le ville del genovesato, Valenti editore, 1987

Fabrizio Spiniello, associazione Amici di Ponte Carrega

Si ringrazia Jolanda Valenti per la collaborazione

Prospetto principale di Palazzo Thellung a Fontanegli

Prospetto principale di Palazzo Thellung a Fontanegli

Venere e Adone, Guidobono: particolare di Venere. Villa Durazzo a Pino

Venere e Adone, Guidobono: particolare di Venere. Villa Durazzo a Pino

affresco della Villa Durazzo Grimaldi a Montesignano

Affresco della Villa Durazzo Grimaldi a Montesignano

L’articolo è tratto dall’ultimo numero di “Noi in 20 Pagine”, bimestrale della Polisportiva Alta Val Bisagno a cui la Associazione Amici di Ponte Carrega ha collaborato nel corso di questi due anni curando la rubrica “C’era una volta”. Purtroppo, con il numero di Novembre 2016 si interrompono le pubblicazioni del periodico: è stato un piacere e una rara e importante opportunità poter collaborare con la Polisportiva e la redazione del giornale, vetrina più unica che rara per questi due anni della Val Bisagno e delle sue bellezze.

Nella speranza che le pubblicazioni in futuro possano riprendere cogliamo l’occasione per ringraziare in particolar modo il Direttore responsabile della testata, Maria Grazia Marletto e il Coordinatore editoriale Aldo De Crignis.

La rubrica “Storie e tradizioni della Va Bisagno” continuerà comunque sul nostro sito www.amicidipontecarrega.it: il prossimo articolo tratterà della tradizioni dei “risseu”,  con le foto dei più belli acciottolati della Val Bisagno!

In foto vi mostriamo l’ultimo (speriamo per ora) editoriale e la pagina con l’articolo delle ville della Val Bisagno (in versione tagliata rispetto all’articolo pubblicato qui sopra):

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Storie e tradizioni della Val Bisagno: il fantasma di Forte Sperone

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La Leggenda di Forte Sperone

Se alziamo lo sguardo sulla sommità del monte Peralto, noteremo un’imponente fortificazione che minacciosa vigila sulla Valbisagno. Tra le nubi grigie lo osserviamo: oscuro, tetro, grandi torri circolari in pietra, finestre vuote e misterioso con la sua storia e antiche leggende. Forte Sperone, l’apice delle seicentesche Nuove Mura e protagonista di una cruenta battaglia contro gli austriaci nell’assedio del 1800, con i suoi soldati riempì il proprio fossato di cadaveri nemici, senza accusare perdite. Era temuto, rispettato e ambito. Ma questa è storia, in pochi invece conoscono la sua antica leggenda. Si narra che oggi la fortificazione non sia totalmente abbandonata, ma che all’interno si aggiri un fantasma dall’aspetto brutale. Facendo un passo indietro nel 1600, nelle vicinanze del Forte una famiglia di contadini trovò il corpo orribilmente mutilato di una pastorella, presentando un grosso morso alla gola. Da quel giorno il monte Peralto non è più stato lo stesso, strane presenze spaventarono numerosi viandanti e contadini, finchè in una data imprecisata del ‘800, nei pressi del Forte si decise di eseguire una seduta spiritica all’interno di una vecchia scuderia abbandonata da tempo per evocare lo spirito. Apparì il fantasma di un bruto accompagnato da un grosso cane nero, il quale affermò di essere costretto a vagare per l’eternità in questo limbo a causa delle sue malefatte. Raccontò di aver attirato a sè una giovane che abitualmente portava il suo gregge a pascolare in questi prati; con la menzogna le fece credere di essere un suo collega, portandola in un luogo isolato. Lei si fidò, ma finì per essere picchiata, violentata e uccisa con un terribile morso alla gola. Dileguandosi poi nel nulla con il suo cane. Da quel terribile giorno, è costretto a vagare intorno al Forte con il suo infinito tormento insieme al suo cane. Spesso, durante i mesi più freddi, quando i primi raggi del sole si infiltrano tra gli alberi del bosco, vengono avvistate tre sagome: quella di un bruto trasandato, quella di un grosso cane e una fanciulla dal colorito pallido e dagli abiti insanguinati. Ormai costretti a vagare per l’eternità insieme. Questa è la leggenda di Forte Sperone. Fantasiosa o no che sia, da oggi osservarlo sulla cima del monte Peralto tra le nubi dei mesi invernali farà sicuramente viaggiare la nostra fantasia.

Breve storia

La data di inizio della costruzione di Forte Sperone non è certa, ma possiamo basarci su una notizia riguardante una Bastia costruita dai Ghibellini nel 1319 proprio sul monte Peralto, ad una altitudine diversa da quella odierna: “Fecero una fortezza prima di legname e poi di pietre e di calcina, la qual fu domandata Bastia”. Nel 1625 l’offensiva fallita dai francesi, convinse le autorità ad un potenziamento della Bastia e una nuova sistemazione per i soldati, come indicano i rilievi segnati da Giovanni Gerolamo Doria, che provvise anche ad indicare altre migliorie per consentire un’autonomia maggiore alla fortificazione.

Nel 1626 tra discussioni e progetti delle ambiziose Mura Nuove, si prese tempo per decidere se “inglobare” la Bastia del Peralto e renderla l’apice della nuova cinta muraria oppure fermarsi alla Bastia del Promontorio; si decise nel luglio dello stesso anno di estendere il più possibile le mura, per controllare meglio le alture e un eventuale movimento del nemico. In seguito ai fatti bellici del 1746, per contrastare l’avanzata austriaca, il Sicre ordinò la costruzione di un cavaliere in gabbioni sull’estremo bastione dello Sperone, con lo scopo di aumentare la potenza di fuoco e concentrare meglio la forza sulle valli, lavori che ebbero inizio nel 1747, data importante per il forte che permise di intuirne la sua reale importanza strategica.
Nel 1800 con l’assedio austriaco, per la prima volta la capacità della fortificazione venne messa alla prova: durante questo periodo Poterna Sperone venne murata perchè il generale Massena ne ordinò la chiusura ritenendola “mal difesa e facile a sforzarsi”. Al termine dell’assedio e dopo aspre battaglie, Forte Sperone si confermò inespugnabile e riempiendo di nemici morti i fossati sottostanti. Da una testimonianza di un anonimo “Sulla cresta del monte il forte è inattaccabile per diverse ragioni, e primieramente, oltre a che malegevole sia l’ascendere sulla schiena dè monti su cui è situata, questa medesima non offre che la larghezza di pochi palmi su cui possa formarsi la colonna per andarne all’attacco; da tutte le parti il soldato vi arriva sbandato e così più facilmente resta colpito. Impossibile è poi d’attaccarlo secondo le regole dell’arte, a ciò ostando l’impossibilità del trasporto delle artiglierie (…) per non offrire il terreno area o spazio alcuno di ciò capace (…)”. Dopo questo evento e sotto l’influenza napoleonica si apre una nuova fase per il forte, il quale sarà oggetto di numerose modifiche da parte del generale Chasseloup.
Nel periodo del suo massimo sviluppo, forte Sperone contò su 300 soldati e 900 “paglia a terra” in caso di bisogno, nove obici, tre mortai, undici cannoni da 32, sei cannoni da 8 e dieci cannoncini. Durante i moti del 1849 i rivoltosi presero in ostaggio l’intendente Generale per chiedere in riscatto il forte e l’abbandono delle truppe regie da esso. Ceduto il forte si voltarono i cannoni, che prima puntavano verso la città, verso le valli. Col peggiorare degli eventi militari e la ripresa delle truppe piemontesi, iniziarono le diserzioni da parte della Guardia Urbana che presidiava il forte, in molti fuggirono calandosi dalle mura; una testimonianza della vicenda si ha con l’Avezzana “Al cittadino G.D. comandante lo Sperone. Sento tutta la gravità della posizione: il paese vi terrà conto della costanza spiegata da voi in questi supremi momenti. Alle nove si raduneranno gli arruolati disponibili, e farò quanto sarà possibile per rinforzare questa importante posizione… Frattempo continuate nella vostra fermezza. Nel momento che tutti disertano i pochi che restano al loro posto devono fare non solo il possibile, ma fore per così dire miracoli”. Il 10 aprile, con la definitiva resa, si aprirono le porte del forte trovando all’interno due soli uomini. Da segnalare un ultimo tentativo fallito di assedio del forte il 29 giugno 1857 da parte di una quarantina di uomini sostenitori delle idee mazziniane. Negli anni successivi, progressivamente con l’avanzata delle nuove tecnologie militari, le fortificazioni genovesi persero il loro scopo, durante la Grande Guerra infatti il forte fu convertito in prigione. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il forte venne definitivamente abbandonato e fu depredato nella “corsa” al legno, ferro e ardesie per le ricostruzioni del dopo-guerra. Nel 1958 parte di esso fu dato in concessione alla Guardia di Finanza. Definitivamente abbandonato nel 1981 anno nel quale venne smantellata la casermetta, venne utilizzato in seguito per la realizzazione di spettacoli teatrali e visite guidate: attualmente è dichiarato chiuso ed inagibile da parte del Demanio.

Architettura

Forte Sperone, è una delle fortificazioni genovesi che ha subito più modifiche nel corso dei secoli. La sua origine è precedente al 1319, anno in cui sappiamo per certo che nel sito è presente una costruzione chiamata “Bastia”, costruita in legno e poi in pietra. Nel 1626 vengono edificate le Nuove Mura, terminate nel 1639, che inglobarono l’antica Bastia del Peralto.
Il Sicre, per potenziare l’apice delle mura durante l’assedio del 1747, fece costruire un “cavaliere” a gabbioni e una caserma per i soldati. Il cavalliere altro non è che un’opera rialzata che serviva per aumentare la potenza di fuoco, ma con il punto debole di essere più esposta. Nel 1796, la caserma non era ancora completata, ma si decise di ampliarla, edificando due ali perpendicolari ad essa con tetto a doppia falda. Con il regno sabaudo, vengono intrapresi una serie di lavori, che lo portano ad avere l’aspetto odierno composto da tre livelli su altitudini diverse. La prima fase del 1815, prevedeva l’innalzamento della cortina nel primo livello (il punto più basso) con un portale d’accesso provvisto di ponte levatoio e un serie di feritoie per i fucilieri.
Nel 1820 viene edificata una caserma bastionata nei suoi estremi con un lungo intercapedine che la divide dal monte, parallela al primo livello. Nel 1823, iniziarono i lavori sul terzo livello, con la demolizione del cavaliere e dei due corpi, aggiunti all’antica caserma, anch’essa modificata con una campata, per inserirne una nuova. Questo nuovo progetto è caratterizzato con l’inserimento di tre torri: agli estremi e una centrale, con al suo interno una scala elicoidale. La caserma è su due piani, con solidi muri che arrivano fino a 4 metri di spessore, la copertura è a volta di botte, con un grosso terrapieno per renderlo a prova di bomba. Al suo interno si può notare il grande uso di mattoni, tipicamente piemontesi. Infine, come ultimo lavoro, viene inserita una polveriera con il suo muro di contenimento in caso di esplosioni, che si caratterizza con una copertura in ardesia e un pavimento lastricato che nasconde al di sotto delle volte.
Nel 1830, completata, la caserma su due piani del secondo livello, vengono inserite tutte le coperture a doppia falda in legno, sorrette da monconi in pietra visibili ancora adesso e rivestite di ardesia. questo venne fatto sia per impermeabilizzare le caserme sia per aumentarne gli spazi disponibili. All’interno del forte possiamo trovare: cappelletta, forni, cisterne, lavatoi, magazzini e stalle.
L’articolo è opera di Paolo Congiu, appassionato di storia della Val Bisagno e fotografo, coautore insieme a Luciano Rosselli del libro “La Val Polcevera dal primo novecento ad oggi, immagini e ricordi” edito a cura della Nuova Editrice Genovese. L’articolo sulla leggenda del Forte Sperone è tratto dal sito web http://luoghiabbandonati.altervista.org/index.html , a cura di Paolo Congiu e Francesca Cervellini.