Basta centri commerciali in Val Bisagno: dateci l’Università!

Pubblichiamo qui di seguito la nostra opinione pubblicata sulla prima pagina de La Repubblica del 18 agosto 2014 e la lettera del Rettore della Università degli Studi di Genova, prof. Comanducci, da cui hanno preso le mosse le nostre riflessioni, pubblicata sempre da la Repubblica l’8 agosto 2014.

UNA REGIONE UNIVERSITARIA COSI’ IL DISEGNO DI COMANDUCCI PUO’ DECOLLARE

La Repubblica art unige 18 agosto 2014

Amici di Ponte Carrega e Protezione Civile: un progetto pilota per Genova, un progetto concertato

Associazione Amici di Ponte Carrega e Protezione Civile Genova hanno cominciato a collaborare dallo scorso autunno in occasione del convegno sul dissesto idrogeologico. Uno degli obiettivi della nostra associazione è quello di portare l’attenzione sul tema del dissesto idrogeologico, della cultura del rischio e dell’adattamento al rischio alluvionale. Noi non parliamo di “messa in sicurezza”, uno slogan pericoloso e non attuabile, che non tiene conto degli scenari di rischio, dei cambiamenti climatici e della imprevedibilità dei nostri fiumi. Secondo noi si deve parlare di mitigazione del rischio alluvionale, volto a porre in atto tutte le misure che riducano il rischio alluvionale pur senza, realisticamente, eliminarlo del tutto.

Per fare questo si deve partire dalla cultura del rischio: parlare di questi temi, renderli quotidiani. L’ambiente in cui viviamo va affrontato e conosciuto, non trascurato e ignorato. Anche Leonardo Da Vinci, come riporta l’amico prof.Rosso era della stessa idea: “Se t’avviene di trattare delle acque, consulta prima l’esperienza e poi la ragione”: non è più possibile trascurare la conoscenza del territorio e la cittadinanza in questo scacchiere ha una importanza fondamentale perchè vive e conosce meglio di chiunque altro il territorio in cui opera quotidianamente. Da sole queste misure “culturali” non sono sufficienti ma rappresentano la base necessaria per porre in atto le altre misure che devono venire in aiuto della cittadinanza e che devono essere poste necessariamente in atto per dare completezza al quadro e mitigare il rischio. Le opere ingegneristiche fanno parte di questo quadro complesso e articolato: per essere il più intellettualmente chiari possibili va detto però che da sole, se non sono inserite in un mosaico ben definito e con tutte le tessere al posto giusto, rappresentano solo opere “politicamente scorrette” che danno una parvenza di sicurezza che risulta essere molto pericoloso per tutti. Le altre tessere del mosaico sono la cura e la tutela del territorio per evitare che le nostre alluvioni continuino ad essere “alluvioni di tronchi e fango” e le misure di prevenzione, siano esse di flood proofing (a settimane verrà definito il progetto preliminare fatto dal Politecnico di Milano) che di Protezione Civile.

Oggi la nostra attenzione è concentrata proprio su queste ultime: Protezione Civile ha preso al balzo la nostra proposta di collaborazione e ha esteso un interessante progetto pilota volto al superamento della ordinanza di sgombero n. 258 del 2011 (altro primario obiettivo della nostra associazione): il progetto verrà portato casa per casa e adattato caso per caso alle situazioni familiari. Un progetto che si sviluppa dal basso e che non viene imposto dall’alto ha più possibilità di funzionare e rendere i propri frutti sul territorio. E’ un tentativo di organizzazione dal basso che se funzionerà verrà esteso come modello a tutta la città di Genova e presentato durante il prossimo convegno di novembre. Inoltre è prevista anche una esercitazione di evacuazione al termine del progetto coordinata con la Sala Emergenze.

Il Progetto:

Il progetto stilato da Protezione Civile prende le mosse dalla nuova mappatura regionale delle zone a rischio e dalla constatazione che non tutte le case alluvionate rientrano in quelle a T50 (tempo di ritorno cinquantennale, il più pericoloso e circa il 10-15% del totale dei 1500 edifici a rischio): via via la mappatura sarà estesa anche alle case che sono in T200 e infie in T500. Saranno visitati, previo appuntamento, gli appartamenti che si trovano in zona rossa per verificare se ci sono unità abitative in condizione di pericolo. Il pericolo verrà diviso in: Generico (ordinario, rischio base), Strutturale (se sono presenti persone residenti, se c’è la possibilità di andare ai piani alti) e Vulnerabilità personale (presenza di bambibi, anziani, disabili). Questa analisi verrà fatta attraverso un dettagliato questionario che sarà completato con i funzionari della Protezione Civile e che è volto alla integrazione di questi dati con quelli della Anagrafe civile. Così sarà possibile individuare ed essere sempre aggiornati sulle situazioni più critiche e di conseguenza sarà possibile dare a ciascuna famiglia l’indicazione di come comportarsi e di cosa fare in maniera autonoma o assistita, in modo da pesare il meno possibile sulla famiglia ed evitare il controproducente e pericoloso stato di “Al lupo al lupo”.

Incrociando i dati del sistema dei pluviometri e degli idrometri sparsi nel territorio cittadino (rispettivamente 40 e 14 compresi quelli di Arpal), integrati con la presenza sul campo di squadre di Polizia Municipale e volontari di Protezione Civile (fino a 14 pattuglie + volontari) si potrà avere un riscontro immediato delle situazioni localizzate più a rischio e di maggior pericolo: in questo modo, oltre all’allerta generica data sui mezzi di comunicazioni, tramite telefonata e sms, sarà possibile circoscrivere il pericolo alle situazioni più critiche in quel preciso momento e concentrando quindi l’attenzione sul pericolo più attuale. La scala di pericolo (Stato di Attenzione, pre allarme, allarme e pericolo) sarà flessibile e all’interno del territorio cittadino potrà variare ed essere diversa da quartiere a quartiere. In questo modo, con la contemporanea formazione degli istituti scolastici e dei mercati rionali e negozi, sarà possibile diversificare il pericolo zona per zona e superare quindi l’ordinanza di sgombero a cui sono soggette 90 famiglie (21 a Ponte Carrega e Piazza Adriatico) sul territorio cittadino.
protezione civile

Le scelte della Coop, forse è tempo di cambiare

Audio

La Giunta comunale a Genova ha un atteggiamento discriminatorio a favore della Coop” Lo diceva l’avvocato Flavio Fasano spinto ad esprimersi in tal senso da Teodoro Chiarelli, responsabile genovese della redazione economica de La Stampa, nell’edizione genovese del 28 settembre 2007

Il gruppo francese Carrefour aveva deciso di sbarcare sotto la Lanterna per aprire un centro commerciale nella zona del Fegino, con l’obbiettivo di investire circa 200 milioni di euro e garantendo 500 posti di lavoro…”  “Genova, città da trent’anni governata dal centro sinistra, ha un solo grande ipermercato e nel resto della regione ce ne sono altri tre (il quarto è in arrivo nella Citta di La Spezia, il quinto a Vado e il sesto ad Albenga) tutti a insegna Coop Liguria…”

“Il 22 giugno 2004 il progetto della Cittadella dello Shopping proposta da Carrefour approda allo Sportello Unico per le attività Produttive con l’obbiettivo di ottenere una variante alla destinazione urbanistica che in quella zona prevede attività di tipo artigianali e residenziali (ossia altri palazzi). Si tratta quindi di un’ area edificabile e non di una area agricola sulla quale fare speculazione. La variante alla destinazione urbanistica viene puntualmente negata…” “Cosi come sono stati bloccati i progetti della GS, della Pam, della Esselunga e di alcuni gruppi tedeschi. La telenovela Carrefour basterebbe da sola a spiegare la ragnatela di interessi che il mondo Coop ha intessuto in Città. Un sistema di potere economico e di interdizione, basato su due campioni: Coop Liguria e Coopsette, colosso emiliano delle costruzioni che si è aggiudicato le più importanti operazioni immobiliari. Balza clamorosamente agli occhi come le proposte del sistema Coop vengano sistematicamente accolte, mentre altri imprenditori incontrano porte sbarrate e abbiano grandi difficoltà ad operare. Tutto ciò ha creato una situazione di strapotere che ha effetti sui consumatori, ossia sul prezzo delle merci della spesa dei Liguri. Secondo la rivista dell’Associazione dei consumatori Altroconsumo riportata dal Il Sole 24 ore, il 21 settembre 2007, la Città di Genova (dove opera un solo grande ipermercato della Coop) è la città d’Italia dove i consumatori spendono di più per fare la spesa. I prezzi sono più alti del 27% rispetto a Pisa dove esiste la concorrenza”

Tratto da “La Coop non sei Tu” di Mario Frau – Edizioni Editori Riuniti, edizione 2010

 

La CoopNonSeiTu

Mario Frau è stato un dirigente di Novacoop e profondo conoscitore del mondo della cooperativa di consumo. 

Con questi presupposti non deve sorprende se dalla cronaca dei giornali apprendiamo che un dirigente Coop, l’ingegner Lino, che avevamo conosciuto lo scorso autunno, sia al centro di alcuni articoli di giornale insieme al Vice Sindaco Bernini (delega all’urbanistica)

Accuse, veleni e denunce per il caso Fiera – Coop

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/25/ARnEEtP-accuse_veleni_denunce.shtml

Bernini: io non sono un uomo coop

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/24/ARTd9WO-genova_vicesindaco_bernini.shtml

Aree Fiera, spy story in salsa Coop

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/23/ARwz4iN-salsa_fiera_story.shtml

Le macerie della città sotto gli scandali

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/25/genova-dalla-lega-a-carige-le-macerie-della-citta-sotto-gli-scandali/999796/

Commercio e mattone 30 anni di dominio Coop

http://www.astampa.rassegnestampa.it/GruppoTotoAc/View.aspx?ID=2014052527560707

Carige e Coop rosse. Menconi: “Esselunga bloccata, Berneschi conosce i giudici

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/carige-e-coop-rosse-menconi-esselunga-bloccata-berneschi-conosce-i-giudici-1876849/

 

Non vogliamo commentare i fatti riportati dal quotidiano genovese, se verificati ci sembrano paradossali e ambigui con sfumature particolarmente gravi, tuttavia vogliamo sottolineare come il dirigente coinvolto nella “spy-story” fino a poco tempo fa era un dirigente Coopsette responsabile dell’operazione ex-area Italcementi (edificio per Bricoman).

Come avevamo anticipato nei post precedenti, oggi più che mai è chiaro come le operazioni immobiliari in corso in Val Bisagno a Ponte Carrega, non solo hanno un unico colore, quello delle Cooperative, ma anche gli stessi protagonisti, ovvero una stessa regia di tecnici e politici che portano avanti questi interventi in modo autoreferenziale e senza la dovuta partecipazione dei cittadini. 

Il tema della partecipazione alle trasformazioni della città è un tema nuovo. Finora per partecipazione si è intesa la partecipazione informale ad assemblee pubbliche di presentazione di progetti mentre per Partecipazione nel 2014 dovrebbe intendersi un procedimento normato di condivisione e mediazione che porti ad una progettazione condivisa e alla risoluzione preventiva dei conflitti.

Questo si che sarebbe rinnovamento nella politica. A Genova siamo ancora in pochi a parlarne. Una amministrazione che ha come slogan quello del “Rinnovamento” può e deve pensare a questo tipo di rinnovamento: altrimenti viene il sospetto che si parli solo di aria fritta. Se il cambiamento non arriva da questi processi allora di cosa si parla quando si parla di rinnovamento? Di presentare volti nuovi ma con le stesse idee di un tempo. In alternativa, se questa motivazione non vi accontenta e non vi convince si può sempre pensare al fatto che questo millantato rinnovamento sia ostaggio di un certo tipo di imprenditoria: fatto, se vogliamo, ancora più grave dato che una politica ostaggio degli interessi finanziari fa solo gli interessi di questi ultimi e non certo della base elettorale che l’ha scelta! E’ chiaro che questa sia solo una ipotesi fantascientifica: poniamo l’esempio di un qualsiasi soggetto privato che investa tre volte tanto rispetto al valore di mercato per acquistare un’area pubblica. Poniamo che questi soldi facciano molto comodo alla Amministrazione cittadina per risolvere (temporaneamente) i suoi problemi di bilancio. Secondo voi questa amministrazione si trova in una posizione di equilibrio e parità rispetto a questo investitore privato? Può trovarsi il Pubblico in una posizione di garanzia rispetto al Privato?

Secondo noi no.

In Val Bisagno assistiamo ad un intreccio di interessi economici molto intessanti: in ballo c’è il mosaico delle trasformazioni prossime e future delle aree Ex Moltini e della Rimessa Amt di Gavette (distretto di trasformazione) che, insieme alle trasformazioni in atto a Pontecarrega, secondo noi porterà alla decisione di progettare l’abbattimento di Ponte Carrega facendo leva sulla paura del rischio idrogeologico e del “fuori norma“, così da poterlo sostituire con un nuovo ponte a quattro corsie automobilistiche a tutto vantaggio della mobilità privata verso i nuovi centri commerciali e le aree di trasformazione. 

Nulla sembra essere cambiato in tal senso fra amministrazione Marta Vincenzi e amministrazione Marco Doria, che in ultimo ha concesso il titolo edilizio per il mostruoso edificio che ospiterà il Bricoman (ora in fase di ultimazione), il titolo fu concesso infatti il 30/07/2012, sei mesi dopo la disastrosa alluvione del 4 novembre 2011. Per questa giunta era troppo tardi fermare o mitigare il procedimento iniziato con la precedente amministrazione ma per l’area Guglielmetti è diverso: l’iter di approvazione è appena iniziato e il vicesindaco con la sua giunta dovrà decidere sulla qualità del progetto. Noi auspichiamo ai proponenti soluzioni più vicine alle richieste e ai bisogni del territorio rispetto a quelle proposte, anche rispetto l’ultima versione recentemente depositata in Comune che già accoglie alcune delle nostre indicazioni. Questo processo di approvazione dovrà essere il più corretto possibile, senza sconti, anche se il proponente è la solita cooperativa di sempre. Il progetto si potrebbe fare diversamente conservando le stesse destinazioni d’uso richieste ma senza essere così impattante.  

Voi capite che pensare che vicino a noi ci poteva venire una struttura più grande di quella che avevamo, un po’ ci ha preoccupatodisse l’arch. Ferrari, dirigente Coop Liguria, durante il primo incontro di presentazione del progetto ad alcuni membri della nostra associazione, per giustificare il costo di acquisizione dell’area, avvenuta nel 2010, con una spesa molto più alta del valore di mercato. Le aree furono acquisite tramite una gara pubblica dal gruppo AMI ( Immobiliare dell’azienda trasporti pubblici).

Noi rispondiamo con i criteri di impresa..alle esigenze dell’utente” aggiunse l’architetto dopo aver affermato che la Coop è una cooperativa di consumo legata al territorio ed è di carattere prevalentemente sociale.

Un amministrazione comunale in difficoltà cerca di avere dal territorio i migliori contributi..” “..non possiamo ignorare questa cosa ,che può essere un opportunità per noi e i soldi vanno alla collettività” facendo riferimento alla grave crisi finanziaria che in quel tempo attanagliava la società di trasporto.

Dunque è chiaro, non si nasconde, l’area delle officine Guglielmetti fu comprata dalla Coop a un valore squilibrato rispetto al reale valore di mercato, per non avere un concorrente. La tesi proposta è quella che i sodi della cooperativa spesi per l’acquisizione sarebbero rimasti sul territorio  e sarebbero serviti per salvare l’azienda di trasporto dall’ imminente tracollo finanziario, quindi a suo modo anche una operazione etica. Queste considerazioni, da un certo punto di vista possono avere anche la loro logica, ma di fatto i problemi finanziari dell’azienda sono stati solo posticipati aggravando la logistica aziendale con la perdita dell’unica officina di riparazione che aveva a disposizione per i mezzi pubblici (gli altri siti sono solo depositi, oggi utilizzati in modo raffazzonato per tentare qualche riparazione, nulla a che vedere con l’officina venduta). I cittadini pagheranno il prezzo di queste scelte, il territorio dovrà subire una operazione immobiliare improntata soprattutto allo sfruttamento delle aree per compensare, almeno in parte, il costo alle quali sono state comprate. La competizione commerciale dovrebbe essere basata su chi offre un prodotto migliore al minor prezzo e non differentemente annichilendo la possibilità di un concorrente. Alla fine chi pagherà il conto di questi comportamenti? La risposta è stata ben argomentata da Mario Frau: sono i  consumatori.

Durante quell’incontro l’ingegner Lino ha argomentato le necessità del gruppo Coop di chiedere una variante urbanistica per l’area Guglielmetti al fine di riconvertire la destinazione delle aree anche da uso ricettivo alberghiero, che attualmente non è previsto.

La richiesta di variante in tal senso non può prescindere da un innalzamento dei volumi per la costruzione dell’albergo, questa era la tesi dell’ingegnere, in particolare per i volumi che si dovrebbero collocare in posizione prospiciente alla Chiesa di San Michele, a Ponte Carrega e al suo storico Borgo (la posizione più impattane dal punto di vista della tutela del paesaggio).

AlbergoRenderSpondaDestra

(non abbiamo trovato nel progetto il render del nuovo edificio come sarebbe visto dalla sponda destra, in particolare dalla scuola Mazzini Lucarno (elementari, medie, nido e materna)allora lo abbiamo fatto noi, ci siano perdonati gli eventuali errori, ma secondo noi il render mancante è come questo. Se non abbiamo sbagliato è così che i nostri bambini osserveranno il paesaggio dalle finestre della loro scuola, durante il giorno non avranno più come riferimento la Chiesa di S. Michele, ma un albergo a tre stelle, e un centro fitness… grazie alla Coop un nuovo modello di vita?) p.s. invitiamo i proponenti a farlo loro il render da qui…

L’innalzamento di quei volumi, in quel punto, stando all’attuale piano urbanistico non sarebbe previsto, ma in assenza di vincoli paesaggistici basterà chiedere una variante che agli amici è sempre concessa con facilità.

Non essendo esperti in questa materia non abbiamo potuto far altro che appellarci alla competenza dei proponenti, auspicando in un ripensamento del progetto, una inversione culturale su come pensare la città e su come pensare l’urbanistica, mettendosi dalla parte del territorio e del cittadino e non imponendo un progetto dall’alto. Alcune nostre osservazioni, va detto chiaramente, nell’ultima revisione del progetto, sono state recepite, ma secondo noi questo non può bastare. Va tracciato un solco tra passato e futuro. Il rinnovamento, cari signori, passa da qui e non da un risultato elettorale. Ponte Carrega sarà il banco di prova del nuovo corso: una opportunità per il quartiere, per la città. Una opportunità per i nostri amministratori, sia municipali che comunali per cavalcare l’onda del rinnovamento. Infine potrebbe essere una opportunità per Coop, per ridisegnare un nuovo rapporto col territorio, nel rispetto degli abitanti del quartiere e del paesaggio della Val Bisagno: sarebbe inconcepibile, contraddittorio e forse dannoso per la stessa Coop altrimenti continuare a  vedere il proprio logo su sponsorizzazioni per manifestazioni culturali e ambientali della Val Bisagno e allo stesso tempo essere tra i protagonisti che non hanno contribuito a fermare lo scempio del paesaggio della Val Bisagno, pur potendolo fare.

Abbiamo avuto occasione di interpellare professionisti e accademici dell’università (architettura), docenti e ricercatori, con i quali abbiamo svolto anche attività di ricerca sul territorio. Nonostante le migliorie ottenute e da noi proposte (eliminazione della ruzzola, abbassamento della torre alberghiera e presenza di una sala in cui insediare il teatro dell’Ortica) il progetto prevede ancora, oltre all’innalzamento dei volumi, anche grandi parcheggi in copertura: secondo noi si tratta di un utilizzo assai poco pregevole per un luogo così interessante e affacciato verso le colline del parco delle mura e dell’acquedotto storico. Per fare un paragone è come se un inquilino comprasse un attico per farci una cantinaL’architettura sostenibile contemporanea tende a privilegiare l’uso delle coperture piane per cercare centri di attrazione pedonali, per esempio attrezzandole con aree verdi, campi da tennis, da calcetto e magari piscine legati a centri di benessere (in questo caso già previsto all’interno). Eliminare le auto dalla copertura per spostarle all’interno dell’edificio consentirebbe di superare il problema urbanistico e sociale di una piazza stretta  tra i parcheggi e più fruibile anche dalla gente del posto. Avrebbe la valenza di liberare ulteriori spazi liberi per attività e servizi e per la socialità. Sarebbe quindi concepibile un ripensamento della copertura attraverso la lettura delle esperienze della Hight Line di Manhattan o altri importanti esempi europei e italiani, in cui le coperture verdi, ad esempio, sono vantaggiose anche dal punto di vista del risparmio energetico sia d’inverno che in estate, necessitano di minima manutenzione e consentono un risparmio a lungo termine in termini di rifacimento della copertura. E’ solo un esempio di come potrebbero essere ripensati alcuni spazi urbani con una mentalità innovativa e lontana dalle concezioni di fruizione commerciale di tipo classico, ormai in declino e appartenenti alla metà del secolo scorso.

Operazioni come quella della Ex Guglielmetti o del Bricoman sono possibili grazie al fatto che mancano effettivi strumenti di  partecipazione dei cittadini. Secondo noi non c’è nulla di innovativo in queste proposte che appartengono al passato: è un tentativo di assecondare solo le esigenze di un mercato a breve termine e senza una progettualità che tenga in considerazione gli spazi urbani intorno al centro commerciale. E’ come aver piazzato un astronave nel cuore di un quartiere, senza aver pensato al quartiere, alle sue strade, alle sue persone. E’ come se si fosse dimenticata la storia del quartiere, come se non avesse un’anima, come se fosse, per i proponenti, già morto. Lo dimostra il fatto che la piazza che verrà realizzata come onere urbanistico sulla copertura si trovi in mezzo al centro commerciale, lontano dalle case e dai percorsi pedonali utilizzati da tutti noi, lontano dal cuore pulsante del quartiere. Una piazza che sarà fruibile dagli utenti del centro commerciale e che sarà raggiungibile comodamente in automobile ma che svuoterà ulteriormente i nostri veri spazi urbani che invece andrebbero riqualificati (Piazza Adriatico) o costruiti del tutto perchè inesistenti (Via Terpi). Qualcuno potrebbe dire che questa operazione è privata e che quindi il costruttore può fare quello che vuole, ma non è così: il titolo edilizio, e a maggior ragione il cambio di destinazione d’uso, è una concessione e non è un diritto acquisito , in particolare trattandosi di variante al Puc. Interventi di riqualificazione urbana di tale entità impattano sulla collettività e sul destino di migliaia di cittadini, per questo è necessario un percorso condiviso sulla qualità del progetto, non tanto sul merito quanto sul metodo.

In quell’occasione un nostro anziano socio disse: “Non è che vogliamo dire a voi come dobbiate fare. Noi vogliamo dire che è apprezzabilissimo la vostra capacità di progettare queste cose e anche a dar spazio a gradevolezze, ma noi partiamo da un altro presupposto: questi erano dei posti destinati a servizio e industria, però quando queste cose poi si esauriscono non è mica detto che bisogna sempre restare inchiodati a delle servitù, può essere il momento che ci si libera di queste cose perché non sono più necessarie. Queste aree erano pubbliche e noi rivendichiamo, come cittadini, una maggiore attenzione a questi luoghi, per fare delle cose più compatibili con i bisogni attuali della comunità, che abbiano più attenzione con le tematiche del paesaggio e dell’ecologia e della vivibilità anche in senso di estetica”.

In risposta a tali osservazioni è stato detto dai proponenti che la loro proposta rinunciava già a un mucchio di metri quadrati di superficie agibile, facendo intendere in questo un comportamento etico e di  responsabilità, come se altri proponenti non fossero in grado di fare altrettanto.

Secondo noi non è necessario aumentare i volumi in quelle proporzioni e in quelle posizioni, anche con la nuova destinazione d’uso richiesta.  Le soluzioni proposte sembrano voler privilegiare una immediata vendibilità sul mercato, piuttosto che una razionale fruizione degli spazi e questo a scapito del paesaggio e dalla qualità della vita pubblica dei cittadini, che sono beni comuni non rinnovabili.

Secondo noi la riqualificazione dell’area, con il progetto presentato dalla Coop anche nella sua ultima revisione, rischia di accentuare il carattere del mal costruito con il territorio circostante, un processo iniziato circa un secolo fa e che si auspicava in controtendenza. Non vogliamo negare il diritto ai proponenti di sviluppare i loro progetti di sviluppo, ma rivendichiamo anche noi, come bene comune e superiore, il diritto di vivere in una città più vivibile e sostenibile anche in senso estetico e di fruizione ovvero di qualità urbana.

Se verrà concessa la variante in questi termini, allora perché è stato negata la variante al gruppo Carrefour per le aree di Fegino? In quel caso il gruppo aveva scelto un architettura accattivante e poco impattante per il paesaggio con un grande parco urbano intorno. Se il progetto fosse stato approvato avrebbe cambiato la sorte di quel quartiere che ancora oggi avversa in una situazione di degrado. Quella scelta negò ai proponenti un investimento di 200 milioni di euro sul territorio e un ritorno di 500 nuovi posti di lavoro.

Fegino

Progetto Centro Commerciale del gruppo Carrefour di Fegino, che prevedeva intorno all’area un grande parco urbano e un architettura poco impattante sul territorio. http://www.enricocaprioglio.com/urbi_10/urbi10.html#  il progetto fu respinto dalle amministrazioni comunali come indicato nel libro di Mario Frau.

Ecco quindi la scelta che suggeriamo ai proponenti, ai consiglieri e alla giunta comunale.

Rivedere il progetto con un ribaltamento radicale degli spazi, eventualmente aprendo un percorso di partecipazione reale e collaborativo con i cittadini, perché c’è ancora margine per cambiare rotta.

Infine, per non parlare di cose evanescenti, ecco concretamente l’idea di progetto che abbiamo realizzato con i nostri consulenti per l’area dell’ ex-officine Guglielmetti. Stessa destinazione d’uso richiesta dai proponenti con un albergo di circa 150 camere, stesso numero di posti auto, stesse superfici agibili di tipo commerciale…ma immaginati senza consistente innalzamento dei volumi, senza parcheggi in copertura e con i criteri di architettura sostenibile, quella auspicata dall’agenda 21 per la Val Bisagno!GuglielmettiGallarati

Il render del progetto ex-officine Guglielmetti, concepito con l’architettura sostenibile, è stato realizzato dallo Studio Gallarati Architetti dopo aver accettato un incontro con la ns. associazione e aver messo gratuitamente a disposizione la sua capacità tecnica a favore del Bene Comune. Il progetto pur conservando la stessa destinazione d’uso richiesta dai proponenti titolari dell’area, è stato concepito in modo da non compromettere irrimediabilmente il paesaggio rimasto in questo luogo e per diventare un volano per l’economia sostenibile al centro della Valle nel senso auspicato dall’agenda 21. Forse è tempo di cambiare…

«Una sinistra che pensi di più a bambini e giardini, e un po’ meno alle coop di costruttori».

Matteo Renzi (quando nel 2013 ha fatto tappa a Genova col suo camper)