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Scopriamo il convegno: la tavola rotonda sulla partecipazione

IL TERRITORIO COME BENE COMUNE
Domenica 11 gennaio dalle ore 9.30
Sala del Maggior Consiglio – Palazzo Ducale, Genova
LA PARTECIPAZIONE
Un tema che ritroviamo presente in tutta la giornata dell’11 gennaio è quello della Partecipazione.

Quale è il ruolo della cittadinanza nel governo del territorio e di fronte alle soluzioni presentate dai tecnici e dai politici per i nostri territori?
Può esistere una via diversa rispetto alla attuale gestione delle nostre città? Cosa si fa nel resto d’Italia?
Ne parliamo col professor Morisi dell’Università di Firenze (e garante della partecipazione per la Regione Toscana), con Luca Borzani, presidente di Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, con le ricercatrici dell’Università di Genova e sociologhe urbane Roberta Prampolini e Daniela Rimondi e con gli Amici di Pontecarrega. Moderatrice dell’incontro sarà la prof.ssa Mara Morelli dell’Università di Genova e della Associazione di Mediazione di Genova ( già relatrice al X Congresso Mondiale di Mediazione ) Avevamo invitato a partecipare alla discussione anche il Sindaco di Genova Marco Doria ma ha declinato l’invito.

Territorio come Bene Comune – Domenica 11 gennaio 2015 – Palazzo Ducale

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Osservatorio Volpara

Resoconto della riunione dell’Osservatorio cittadinanza attiva rifiuti Val Bisagno

del 02/12/2014

Introduzione del Presidente del Municipio

L’attività dell’Osservatorio è finalizzata non ad appoggiare a priori l’attività di Amiu, ma a sviluppare la conoscenza dei progetti,  a migliorare la vita della vallata e tutelarne la salute.

A causa del blocco in centro attuato dai lavoratori di Amt, il Sig. Castagna non può essere presente all’incontro.

I problemi rimasti aperti nell’ultima riunione, per i quali attendiamo risposte,  riguardavano la presenza dell’amianto ed il numero di camion in transito per la Volpara.

Si propone la partecipazione ai lavori dell’Osservatorio di un medico dell’ASL che possa dare un parere tecnico alle questioni poste; il nominativo del medico dovrà essere indicato dall’ASL.

Intervento della Sig.ra Comparini (Genova Bene Comune)

La Sig.ra Comparini propone la bozza di un documento finalizzato a codificare delle regole e dare una forma ufficiale alle attività delle associazioni e dei cittadini nell’ambito dell’Osservatorio (sul tipo delle commissioni mensa). La bozza viene consegnata ai partecipanti, con la richiesta di leggerla e inviare la proprie osservazioni via mail possibilmente entro il 15/12, per poterle elaborare e discuterne nella prossima riunione.

Il Presidente fa notare che l’ufficializzazione dei partecipanti è già implicita nella delibera del Municipio che promuoveva l’Osservatorio, e pertanto il documento proposto potrebbe non essere necessario.

Intervento dei rappresentanti di Amiu (Carlo Senesi e Luca Zane)

Viene accettata e ritenuta valida la proposta di avere un medico di ASL per avere un parere scientifico da condividere.

Diossina

Si ribadisce che, non essendoci al momento impianti di combustione alla Volpara, non è possibile che ci sia presenza di diossina nell’aria. ( un chimico interpellato da una partecipante all’Osservatorio ha dichiarato che  eventuali presenze in aria potrebbero essere date da impianti di combustione presenti in un raggio fino a 5 km, come, ad esempio, il forno crematorio di Staglieno).

Potrebbe essere rimasta presenza di diossina nel terreno forse prodotta dal vecchio forno inceneritore ormai dismesso,  ma è stata  probabilmente dilavata dalle piogge negli anni; si potrà comunque porre la questione della diossina al medico dell’Asl.

Traffico dei camion alla Volpara

Riguardo al Tigullio,  la situazione del traffico sta rientrando e si sta stabilizzando; il comune di Chiavari si è già organizzato e manda i suoi rifiuti direttamente a Torino,  Rapallo e Lavagna non arriveranno più alla Volpara da fine anno.  Rimangono solo i camion dei rifiuti di Genova e dei piccoli comuni.

Visita al sito di stoccaggio dell’amianto

Quanto prima verranno proposte da Amiu due o tre date (mattina o primo pomeriggio) da effettuarsi entro Natale.

Programmi di intervento

Entro 5 mesi da ora si mira ad avere operativo alla Volpara l’impianto di separazione secco/umido, che permetterà di portare a Scarpino la parte di secco riducendo così i rifiuti da conferire fuori regione con costi elevati.

È in corso la ricerca del sito (già individuato ma non ancora divulgabile) dove mettere l’impianto per la digestione dell’umido, e nello stesso sito verrà anche trasferito dalla Volpara l’impianto di divisione secco/umido che potrà essere alimentato con l’energia prodotta dal biogas dell’impianto di digestione dell’umido; in questo modo si ottimizzerà la logistica e l’economia del sistema.

Tempi tecnici per l’impianto di digestione dell’umido:

  • entro l’anno individuazione dell’area di collocazione dell’impianto. Sono in esame soltanto aree a destinazione industriale per minimizzare le eventuali proteste degli abitanti della zona;
  • entro sei mesi stesura del progetto preliminare;
  • per la gara e la realizzazione, che di norma richiedono circa 3 anni, si spera di accelerare affidando le successive fasi di  progettazione a società pubbliche (quindi senza gara); così si dovrebbe avere l’impianto operativo entro il 2017;
  • a quel punto si potrà trasferire l’impianto di divisione secco/umido dalla Volpara al nuovo sito.

Il nuovo impianto si auto finanzia (domanda del sig.Mazzarello) in quanto i soggetti che vi conferiranno la spazzatura dovranno pagare per il servizio.

Chiarimenti a domande varie sul trattamento dei rifiuti

Gli impianti della Volpara e di Rialto separano il secco/umido che proviene dalla raccolta indifferenziata (bidoni verdi) e non trattano l’organico (bidoni marroni); il secco potrà andare a Scarpino, l’umido potrà andare a Scarpino solo se preventivamente stabilizzato (cioè sottoposto ad un trattamento aerobico che produce un residuo con quantità minima di umido). Si sta progettando di mettere a Scarpino un impianto per produrre lo stabilizzato, in modo da chiudere completamente il ciclo dei rifiuti.

Un altro obiettivo futuro è la raccolta di cartoni dai centri commerciali e grossisti con il porta a porta e non più in punti di raccolta.

Presentazione del piano industriale di Amiu

Il Municipio chiede di presentarlo nella sede Coop della Val Bisagno, nei primi dieci giorni di gennaio.

Il Comune ed Amiu vorrebbero anticipare, per avere già  entro metà gennaio i riscontri delle presentazioni nei Municipi.

La segretaria del Municipio comunica di aver completato i verbali delle precedenti riunioni, che sono stati verificati dal Presidente e sono visionabili presso il suo ufficio. Analogamente è visionabile la documentazione presentata da Amiu, troppo corposa per essere caricata e inviata via e-mail.

 

La Associazione Amici di Ponte Carrega invita i soggetti interessati a far pervenire domande e osservazioni da porre nel prossimo incontro dell’Osservatorio all’indirizzo mail info@amicidipontecarrega.it

Menzionati su WIRED! – Come annega una smart city

Wired è una delle riviste più diffuse a livello mondiale, compare anche nel cartone animato americano de I Simpson

Wired è una delle riviste più diffuse a livello mondiale, compare anche nel cartone animato americano de I Simpson

 

WiredTerstat

La prestigiosa rivista americana Wired (edizione italiana di dicembre 2014) – dedica un articolo alla nostra città, citando la nostra associazione e il caso di Ponte Carrega. L’articolo evidenzia le contraddizioni tra il voler essere una Smart City e la realtà dei fatti. Un amministrazione indolente che non sa imparare dai propri errori.

(Un articolo a firma della giornalista Carola Frediani, autrice del libro Deep Web)

WIRED

Non è un caso che la famosa giornalista esperta del web e la prestigiosa rivista americana Wired prenda come cattivo esempio il caso di Ponte Carrega per descrivere le contraddizioni di una città che pretende di essere “Smart” ma poi avvalla progetti di trasformazione edilizia devastanti dimostrando in tal senso di navigare a vista senza una effettiva strategia.  Evidentemente l’intervento CoopSette – Bricoman e ora anche Coop Liguria – Talea per le aree delle ex-officine Guglielmetti, rappresentano un caso emblematico non solo per la nostra città ma per il nostro paese: qui si continua a costruire e si è “costruito sul costruito” passando da 15.000 mq a oltre 49.000 mq.

Evidentemente ci sono interessi superiori a uno sviluppo “Smart” della città e questi attori sono in grado di condizionare la politica a loro esclusivo vantaggio, sanno già che i loro progetti hanno la strada spianata.  L’articolo riportato sul XIX secolo di oggi(http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/12/10/ARc5blpC-ultimatum_rimessa_guglielmetti.shtml ) mette in evidenza come ci siano opacità negli  accordi tra la politica di sempre e l’interesse privato di sempre. In particolare per il caso Coop Liguria e le aree delle ex Officine Guglielmetti sembrano essere state vendute con un contratto di vendita che avrebbe al suo interno una clausola con la quale il proponente ora minaccia la restituzione dei soldi se non verrà approvato il suo devastante progetto. Ricordiamo che Coop Liguria, contrariamente ai suoi principi etici di tutela per l’ambiente e del paesaggio, ha presentato un progetto completamente estraneo al contesto in cui si inserisce con una torre alberghiera innalzata davanti al borgo storico di Ponte Carrega e alla chiesa di Montesignano, una struttura di vendita che prevede un enorme parcheggio in copertura che dequalificherà completamente gli insediamenti storici urbani consolidati. Saranno previste migliaia di autovetture che andranno ad aumentare il traffico in queste zone ad alto rischio di inondazione. Una città che non sa valorizzare le sue risorse, svendendo con esse anche la sua memoria storica.

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Bene Comune e fragilità del territorio. Parte il cammino di avvicinamento al convegno dell’11 gennaio al Ducale

La Associazione Amici di Ponte Carrega insieme al gruppo di lavoro sul dissesto idrogeologico è lieta di presentare ai cittadini il calendario dei pre eventi che precedono il convegno “Bene Comune e fragilità del territorio“. Incomincia domattina alle 9:00  il cammino della rete di associazioni e comitati impegnate nel tema della lotta al dissesto idrogeologico e della divulgazione della cultura del rischio in vista dell’evento che l’11 gennaio prossimo sarà ospitato nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Questi sette appuntamenti hanno un duplice obiettivo: completare il quadro delle tematiche che affronteremo a gennaio e affrontare il tema della lotta al dissesto idrogeologico attraverso un ampio ventaglio di contributi che rendono più completa l’analisi di un problema complesso. Via via saranno affrontati il tema degli scolmatori e del restringimento degli argini (22 novembre, 3 dicembre e 19 dicembre), il tema del consumo di suolo (28 novembre), del cambiamento climatico e analisi meteo riguardanti le ultime alluvioni nella nostra regione (9 dicembre) e infine il tema della agricoltura periurbana (9 gennaio).

Non ci resta che augurarvi un buon cammino insieme a noi sperando di incontrarvi lungo la strada in queste sette tappe di avvicinamento al convegno di Palazzo Ducale!

 

il programma del pre convegno

il programma del pre convegno



 

Primocanale a Ponte Carrega, il programma Intorno a Noi racconta di alluvioni e crisi della politica con gli Amici di Ponte Carrega

Spalla Guarda lo streaming da PrimocanaleINOI

Le scelte della Coop, forse è tempo di cambiare

Audio

La Giunta comunale a Genova ha un atteggiamento discriminatorio a favore della Coop” Lo diceva l’avvocato Flavio Fasano spinto ad esprimersi in tal senso da Teodoro Chiarelli, responsabile genovese della redazione economica de La Stampa, nell’edizione genovese del 28 settembre 2007

Il gruppo francese Carrefour aveva deciso di sbarcare sotto la Lanterna per aprire un centro commerciale nella zona del Fegino, con l’obbiettivo di investire circa 200 milioni di euro e garantendo 500 posti di lavoro…”  “Genova, città da trent’anni governata dal centro sinistra, ha un solo grande ipermercato e nel resto della regione ce ne sono altri tre (il quarto è in arrivo nella Citta di La Spezia, il quinto a Vado e il sesto ad Albenga) tutti a insegna Coop Liguria…”

“Il 22 giugno 2004 il progetto della Cittadella dello Shopping proposta da Carrefour approda allo Sportello Unico per le attività Produttive con l’obbiettivo di ottenere una variante alla destinazione urbanistica che in quella zona prevede attività di tipo artigianali e residenziali (ossia altri palazzi). Si tratta quindi di un’ area edificabile e non di una area agricola sulla quale fare speculazione. La variante alla destinazione urbanistica viene puntualmente negata…” “Cosi come sono stati bloccati i progetti della GS, della Pam, della Esselunga e di alcuni gruppi tedeschi. La telenovela Carrefour basterebbe da sola a spiegare la ragnatela di interessi che il mondo Coop ha intessuto in Città. Un sistema di potere economico e di interdizione, basato su due campioni: Coop Liguria e Coopsette, colosso emiliano delle costruzioni che si è aggiudicato le più importanti operazioni immobiliari. Balza clamorosamente agli occhi come le proposte del sistema Coop vengano sistematicamente accolte, mentre altri imprenditori incontrano porte sbarrate e abbiano grandi difficoltà ad operare. Tutto ciò ha creato una situazione di strapotere che ha effetti sui consumatori, ossia sul prezzo delle merci della spesa dei Liguri. Secondo la rivista dell’Associazione dei consumatori Altroconsumo riportata dal Il Sole 24 ore, il 21 settembre 2007, la Città di Genova (dove opera un solo grande ipermercato della Coop) è la città d’Italia dove i consumatori spendono di più per fare la spesa. I prezzi sono più alti del 27% rispetto a Pisa dove esiste la concorrenza”

Tratto da “La Coop non sei Tu” di Mario Frau – Edizioni Editori Riuniti, edizione 2010

 

La CoopNonSeiTu

Mario Frau è stato un dirigente di Novacoop e profondo conoscitore del mondo della cooperativa di consumo. 

Con questi presupposti non deve sorprende se dalla cronaca dei giornali apprendiamo che un dirigente Coop, l’ingegner Lino, che avevamo conosciuto lo scorso autunno, sia al centro di alcuni articoli di giornale insieme al Vice Sindaco Bernini (delega all’urbanistica)

Accuse, veleni e denunce per il caso Fiera – Coop

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/25/ARnEEtP-accuse_veleni_denunce.shtml

Bernini: io non sono un uomo coop

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/24/ARTd9WO-genova_vicesindaco_bernini.shtml

Aree Fiera, spy story in salsa Coop

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/23/ARwz4iN-salsa_fiera_story.shtml

Le macerie della città sotto gli scandali

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/25/genova-dalla-lega-a-carige-le-macerie-della-citta-sotto-gli-scandali/999796/

Commercio e mattone 30 anni di dominio Coop

http://www.astampa.rassegnestampa.it/GruppoTotoAc/View.aspx?ID=2014052527560707

Carige e Coop rosse. Menconi: “Esselunga bloccata, Berneschi conosce i giudici

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/carige-e-coop-rosse-menconi-esselunga-bloccata-berneschi-conosce-i-giudici-1876849/

 

Non vogliamo commentare i fatti riportati dal quotidiano genovese, se verificati ci sembrano paradossali e ambigui con sfumature particolarmente gravi, tuttavia vogliamo sottolineare come il dirigente coinvolto nella “spy-story” fino a poco tempo fa era un dirigente Coopsette responsabile dell’operazione ex-area Italcementi (edificio per Bricoman).

Come avevamo anticipato nei post precedenti, oggi più che mai è chiaro come le operazioni immobiliari in corso in Val Bisagno a Ponte Carrega, non solo hanno un unico colore, quello delle Cooperative, ma anche gli stessi protagonisti, ovvero una stessa regia di tecnici e politici che portano avanti questi interventi in modo autoreferenziale e senza la dovuta partecipazione dei cittadini. 

Il tema della partecipazione alle trasformazioni della città è un tema nuovo. Finora per partecipazione si è intesa la partecipazione informale ad assemblee pubbliche di presentazione di progetti mentre per Partecipazione nel 2014 dovrebbe intendersi un procedimento normato di condivisione e mediazione che porti ad una progettazione condivisa e alla risoluzione preventiva dei conflitti.

Questo si che sarebbe rinnovamento nella politica. A Genova siamo ancora in pochi a parlarne. Una amministrazione che ha come slogan quello del “Rinnovamento” può e deve pensare a questo tipo di rinnovamento: altrimenti viene il sospetto che si parli solo di aria fritta. Se il cambiamento non arriva da questi processi allora di cosa si parla quando si parla di rinnovamento? Di presentare volti nuovi ma con le stesse idee di un tempo. In alternativa, se questa motivazione non vi accontenta e non vi convince si può sempre pensare al fatto che questo millantato rinnovamento sia ostaggio di un certo tipo di imprenditoria: fatto, se vogliamo, ancora più grave dato che una politica ostaggio degli interessi finanziari fa solo gli interessi di questi ultimi e non certo della base elettorale che l’ha scelta! E’ chiaro che questa sia solo una ipotesi fantascientifica: poniamo l’esempio di un qualsiasi soggetto privato che investa tre volte tanto rispetto al valore di mercato per acquistare un’area pubblica. Poniamo che questi soldi facciano molto comodo alla Amministrazione cittadina per risolvere (temporaneamente) i suoi problemi di bilancio. Secondo voi questa amministrazione si trova in una posizione di equilibrio e parità rispetto a questo investitore privato? Può trovarsi il Pubblico in una posizione di garanzia rispetto al Privato?

Secondo noi no.

In Val Bisagno assistiamo ad un intreccio di interessi economici molto intessanti: in ballo c’è il mosaico delle trasformazioni prossime e future delle aree Ex Moltini e della Rimessa Amt di Gavette (distretto di trasformazione) che, insieme alle trasformazioni in atto a Pontecarrega, secondo noi porterà alla decisione di progettare l’abbattimento di Ponte Carrega facendo leva sulla paura del rischio idrogeologico e del “fuori norma“, così da poterlo sostituire con un nuovo ponte a quattro corsie automobilistiche a tutto vantaggio della mobilità privata verso i nuovi centri commerciali e le aree di trasformazione. 

Nulla sembra essere cambiato in tal senso fra amministrazione Marta Vincenzi e amministrazione Marco Doria, che in ultimo ha concesso il titolo edilizio per il mostruoso edificio che ospiterà il Bricoman (ora in fase di ultimazione), il titolo fu concesso infatti il 30/07/2012, sei mesi dopo la disastrosa alluvione del 4 novembre 2011. Per questa giunta era troppo tardi fermare o mitigare il procedimento iniziato con la precedente amministrazione ma per l’area Guglielmetti è diverso: l’iter di approvazione è appena iniziato e il vicesindaco con la sua giunta dovrà decidere sulla qualità del progetto. Noi auspichiamo ai proponenti soluzioni più vicine alle richieste e ai bisogni del territorio rispetto a quelle proposte, anche rispetto l’ultima versione recentemente depositata in Comune che già accoglie alcune delle nostre indicazioni. Questo processo di approvazione dovrà essere il più corretto possibile, senza sconti, anche se il proponente è la solita cooperativa di sempre. Il progetto si potrebbe fare diversamente conservando le stesse destinazioni d’uso richieste ma senza essere così impattante.  

Voi capite che pensare che vicino a noi ci poteva venire una struttura più grande di quella che avevamo, un po’ ci ha preoccupatodisse l’arch. Ferrari, dirigente Coop Liguria, durante il primo incontro di presentazione del progetto ad alcuni membri della nostra associazione, per giustificare il costo di acquisizione dell’area, avvenuta nel 2010, con una spesa molto più alta del valore di mercato. Le aree furono acquisite tramite una gara pubblica dal gruppo AMI ( Immobiliare dell’azienda trasporti pubblici).

Noi rispondiamo con i criteri di impresa..alle esigenze dell’utente” aggiunse l’architetto dopo aver affermato che la Coop è una cooperativa di consumo legata al territorio ed è di carattere prevalentemente sociale.

Un amministrazione comunale in difficoltà cerca di avere dal territorio i migliori contributi..” “..non possiamo ignorare questa cosa ,che può essere un opportunità per noi e i soldi vanno alla collettività” facendo riferimento alla grave crisi finanziaria che in quel tempo attanagliava la società di trasporto.

Dunque è chiaro, non si nasconde, l’area delle officine Guglielmetti fu comprata dalla Coop a un valore squilibrato rispetto al reale valore di mercato, per non avere un concorrente. La tesi proposta è quella che i sodi della cooperativa spesi per l’acquisizione sarebbero rimasti sul territorio  e sarebbero serviti per salvare l’azienda di trasporto dall’ imminente tracollo finanziario, quindi a suo modo anche una operazione etica. Queste considerazioni, da un certo punto di vista possono avere anche la loro logica, ma di fatto i problemi finanziari dell’azienda sono stati solo posticipati aggravando la logistica aziendale con la perdita dell’unica officina di riparazione che aveva a disposizione per i mezzi pubblici (gli altri siti sono solo depositi, oggi utilizzati in modo raffazzonato per tentare qualche riparazione, nulla a che vedere con l’officina venduta). I cittadini pagheranno il prezzo di queste scelte, il territorio dovrà subire una operazione immobiliare improntata soprattutto allo sfruttamento delle aree per compensare, almeno in parte, il costo alle quali sono state comprate. La competizione commerciale dovrebbe essere basata su chi offre un prodotto migliore al minor prezzo e non differentemente annichilendo la possibilità di un concorrente. Alla fine chi pagherà il conto di questi comportamenti? La risposta è stata ben argomentata da Mario Frau: sono i  consumatori.

Durante quell’incontro l’ingegner Lino ha argomentato le necessità del gruppo Coop di chiedere una variante urbanistica per l’area Guglielmetti al fine di riconvertire la destinazione delle aree anche da uso ricettivo alberghiero, che attualmente non è previsto.

La richiesta di variante in tal senso non può prescindere da un innalzamento dei volumi per la costruzione dell’albergo, questa era la tesi dell’ingegnere, in particolare per i volumi che si dovrebbero collocare in posizione prospiciente alla Chiesa di San Michele, a Ponte Carrega e al suo storico Borgo (la posizione più impattane dal punto di vista della tutela del paesaggio).

AlbergoRenderSpondaDestra

(non abbiamo trovato nel progetto il render del nuovo edificio come sarebbe visto dalla sponda destra, in particolare dalla scuola Mazzini Lucarno (elementari, medie, nido e materna)allora lo abbiamo fatto noi, ci siano perdonati gli eventuali errori, ma secondo noi il render mancante è come questo. Se non abbiamo sbagliato è così che i nostri bambini osserveranno il paesaggio dalle finestre della loro scuola, durante il giorno non avranno più come riferimento la Chiesa di S. Michele, ma un albergo a tre stelle, e un centro fitness… grazie alla Coop un nuovo modello di vita?) p.s. invitiamo i proponenti a farlo loro il render da qui…

L’innalzamento di quei volumi, in quel punto, stando all’attuale piano urbanistico non sarebbe previsto, ma in assenza di vincoli paesaggistici basterà chiedere una variante che agli amici è sempre concessa con facilità.

Non essendo esperti in questa materia non abbiamo potuto far altro che appellarci alla competenza dei proponenti, auspicando in un ripensamento del progetto, una inversione culturale su come pensare la città e su come pensare l’urbanistica, mettendosi dalla parte del territorio e del cittadino e non imponendo un progetto dall’alto. Alcune nostre osservazioni, va detto chiaramente, nell’ultima revisione del progetto, sono state recepite, ma secondo noi questo non può bastare. Va tracciato un solco tra passato e futuro. Il rinnovamento, cari signori, passa da qui e non da un risultato elettorale. Ponte Carrega sarà il banco di prova del nuovo corso: una opportunità per il quartiere, per la città. Una opportunità per i nostri amministratori, sia municipali che comunali per cavalcare l’onda del rinnovamento. Infine potrebbe essere una opportunità per Coop, per ridisegnare un nuovo rapporto col territorio, nel rispetto degli abitanti del quartiere e del paesaggio della Val Bisagno: sarebbe inconcepibile, contraddittorio e forse dannoso per la stessa Coop altrimenti continuare a  vedere il proprio logo su sponsorizzazioni per manifestazioni culturali e ambientali della Val Bisagno e allo stesso tempo essere tra i protagonisti che non hanno contribuito a fermare lo scempio del paesaggio della Val Bisagno, pur potendolo fare.

Abbiamo avuto occasione di interpellare professionisti e accademici dell’università (architettura), docenti e ricercatori, con i quali abbiamo svolto anche attività di ricerca sul territorio. Nonostante le migliorie ottenute e da noi proposte (eliminazione della ruzzola, abbassamento della torre alberghiera e presenza di una sala in cui insediare il teatro dell’Ortica) il progetto prevede ancora, oltre all’innalzamento dei volumi, anche grandi parcheggi in copertura: secondo noi si tratta di un utilizzo assai poco pregevole per un luogo così interessante e affacciato verso le colline del parco delle mura e dell’acquedotto storico. Per fare un paragone è come se un inquilino comprasse un attico per farci una cantinaL’architettura sostenibile contemporanea tende a privilegiare l’uso delle coperture piane per cercare centri di attrazione pedonali, per esempio attrezzandole con aree verdi, campi da tennis, da calcetto e magari piscine legati a centri di benessere (in questo caso già previsto all’interno). Eliminare le auto dalla copertura per spostarle all’interno dell’edificio consentirebbe di superare il problema urbanistico e sociale di una piazza stretta  tra i parcheggi e più fruibile anche dalla gente del posto. Avrebbe la valenza di liberare ulteriori spazi liberi per attività e servizi e per la socialità. Sarebbe quindi concepibile un ripensamento della copertura attraverso la lettura delle esperienze della Hight Line di Manhattan o altri importanti esempi europei e italiani, in cui le coperture verdi, ad esempio, sono vantaggiose anche dal punto di vista del risparmio energetico sia d’inverno che in estate, necessitano di minima manutenzione e consentono un risparmio a lungo termine in termini di rifacimento della copertura. E’ solo un esempio di come potrebbero essere ripensati alcuni spazi urbani con una mentalità innovativa e lontana dalle concezioni di fruizione commerciale di tipo classico, ormai in declino e appartenenti alla metà del secolo scorso.

Operazioni come quella della Ex Guglielmetti o del Bricoman sono possibili grazie al fatto che mancano effettivi strumenti di  partecipazione dei cittadini. Secondo noi non c’è nulla di innovativo in queste proposte che appartengono al passato: è un tentativo di assecondare solo le esigenze di un mercato a breve termine e senza una progettualità che tenga in considerazione gli spazi urbani intorno al centro commerciale. E’ come aver piazzato un astronave nel cuore di un quartiere, senza aver pensato al quartiere, alle sue strade, alle sue persone. E’ come se si fosse dimenticata la storia del quartiere, come se non avesse un’anima, come se fosse, per i proponenti, già morto. Lo dimostra il fatto che la piazza che verrà realizzata come onere urbanistico sulla copertura si trovi in mezzo al centro commerciale, lontano dalle case e dai percorsi pedonali utilizzati da tutti noi, lontano dal cuore pulsante del quartiere. Una piazza che sarà fruibile dagli utenti del centro commerciale e che sarà raggiungibile comodamente in automobile ma che svuoterà ulteriormente i nostri veri spazi urbani che invece andrebbero riqualificati (Piazza Adriatico) o costruiti del tutto perchè inesistenti (Via Terpi). Qualcuno potrebbe dire che questa operazione è privata e che quindi il costruttore può fare quello che vuole, ma non è così: il titolo edilizio, e a maggior ragione il cambio di destinazione d’uso, è una concessione e non è un diritto acquisito , in particolare trattandosi di variante al Puc. Interventi di riqualificazione urbana di tale entità impattano sulla collettività e sul destino di migliaia di cittadini, per questo è necessario un percorso condiviso sulla qualità del progetto, non tanto sul merito quanto sul metodo.

In quell’occasione un nostro anziano socio disse: “Non è che vogliamo dire a voi come dobbiate fare. Noi vogliamo dire che è apprezzabilissimo la vostra capacità di progettare queste cose e anche a dar spazio a gradevolezze, ma noi partiamo da un altro presupposto: questi erano dei posti destinati a servizio e industria, però quando queste cose poi si esauriscono non è mica detto che bisogna sempre restare inchiodati a delle servitù, può essere il momento che ci si libera di queste cose perché non sono più necessarie. Queste aree erano pubbliche e noi rivendichiamo, come cittadini, una maggiore attenzione a questi luoghi, per fare delle cose più compatibili con i bisogni attuali della comunità, che abbiano più attenzione con le tematiche del paesaggio e dell’ecologia e della vivibilità anche in senso di estetica”.

In risposta a tali osservazioni è stato detto dai proponenti che la loro proposta rinunciava già a un mucchio di metri quadrati di superficie agibile, facendo intendere in questo un comportamento etico e di  responsabilità, come se altri proponenti non fossero in grado di fare altrettanto.

Secondo noi non è necessario aumentare i volumi in quelle proporzioni e in quelle posizioni, anche con la nuova destinazione d’uso richiesta.  Le soluzioni proposte sembrano voler privilegiare una immediata vendibilità sul mercato, piuttosto che una razionale fruizione degli spazi e questo a scapito del paesaggio e dalla qualità della vita pubblica dei cittadini, che sono beni comuni non rinnovabili.

Secondo noi la riqualificazione dell’area, con il progetto presentato dalla Coop anche nella sua ultima revisione, rischia di accentuare il carattere del mal costruito con il territorio circostante, un processo iniziato circa un secolo fa e che si auspicava in controtendenza. Non vogliamo negare il diritto ai proponenti di sviluppare i loro progetti di sviluppo, ma rivendichiamo anche noi, come bene comune e superiore, il diritto di vivere in una città più vivibile e sostenibile anche in senso estetico e di fruizione ovvero di qualità urbana.

Se verrà concessa la variante in questi termini, allora perché è stato negata la variante al gruppo Carrefour per le aree di Fegino? In quel caso il gruppo aveva scelto un architettura accattivante e poco impattante per il paesaggio con un grande parco urbano intorno. Se il progetto fosse stato approvato avrebbe cambiato la sorte di quel quartiere che ancora oggi avversa in una situazione di degrado. Quella scelta negò ai proponenti un investimento di 200 milioni di euro sul territorio e un ritorno di 500 nuovi posti di lavoro.

Fegino

Progetto Centro Commerciale del gruppo Carrefour di Fegino, che prevedeva intorno all’area un grande parco urbano e un architettura poco impattante sul territorio. http://www.enricocaprioglio.com/urbi_10/urbi10.html#  il progetto fu respinto dalle amministrazioni comunali come indicato nel libro di Mario Frau.

Ecco quindi la scelta che suggeriamo ai proponenti, ai consiglieri e alla giunta comunale.

Rivedere il progetto con un ribaltamento radicale degli spazi, eventualmente aprendo un percorso di partecipazione reale e collaborativo con i cittadini, perché c’è ancora margine per cambiare rotta.

Infine, per non parlare di cose evanescenti, ecco concretamente l’idea di progetto che abbiamo realizzato con i nostri consulenti per l’area dell’ ex-officine Guglielmetti. Stessa destinazione d’uso richiesta dai proponenti con un albergo di circa 150 camere, stesso numero di posti auto, stesse superfici agibili di tipo commerciale…ma immaginati senza consistente innalzamento dei volumi, senza parcheggi in copertura e con i criteri di architettura sostenibile, quella auspicata dall’agenda 21 per la Val Bisagno!GuglielmettiGallarati

Il render del progetto ex-officine Guglielmetti, concepito con l’architettura sostenibile, è stato realizzato dallo Studio Gallarati Architetti dopo aver accettato un incontro con la ns. associazione e aver messo gratuitamente a disposizione la sua capacità tecnica a favore del Bene Comune. Il progetto pur conservando la stessa destinazione d’uso richiesta dai proponenti titolari dell’area, è stato concepito in modo da non compromettere irrimediabilmente il paesaggio rimasto in questo luogo e per diventare un volano per l’economia sostenibile al centro della Valle nel senso auspicato dall’agenda 21. Forse è tempo di cambiare…

«Una sinistra che pensi di più a bambini e giardini, e un po’ meno alle coop di costruttori».

Matteo Renzi (quando nel 2013 ha fatto tappa a Genova col suo camper)

 

Variante in ambito speciale di riqualificazione urbana

Un film già visto, e la cronaca di questi giorni

“…dove evincere l’espansione della città, il problema è stato lungamente dibattuto, alla fine una commissione di urbanisti e di esperti appositamente creata ha scelto la zona a Nord della Citta. Dove ora c’è solo una squallida estensione di terreno, il Comune porterà strade, acqua, elettricità e gas e tutte le altre indispensabili opere pubbliche. Ed è per questo che il nostro Partito si è tanto battuto per ottenere dal Parlamento l’assegnazione di un fondo speciale per i bisogni della nostra città. Con questo progetto di espansione, noi e la nostra giunta Comunale al completo, ci presentiamo alle imminenti elezioni davanti ai nostri concittadini sicuri che anche questa volta essi non vorranno negarci quella fiducia che da anni ci ha permesso di presentarci in Consiglio Comunale con la maggioranza assoluta

“..ingegnere vada avanti prosegua – effettivamente sia nel piano regolatore del 39 che in quello successivo del 58, non ancora approvato, la zona dove costruisce l’immobiliare “x” risulta destinata a suolo di utilità pubblica, ma con la delibera che stiamo ora esaminando il Comune ha autorizzato la vendita di tale suolo all’immobiliare “x” – era sua facoltà – e in forza di tale delibera per i miei uffici tutto è in regola

Quesito sul film già visto…

come si chiama l’immobiliare “x”?

Tratto da “Le Mani sulla Citta” di Franco Rosi – Film premiato con il Leone D’Oro alla XXIV Mostra internazionale di Arte Cinematografica di Venezia

Sopra il film, sotto la cronaca di questi giorni

Accuse, veleni e denunce per il caso Fiera – Coop
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/25/ARnEEtP-accuse_veleni_denunce.shtml

Bernini: io non sono un uomo coop
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/24/ARTd9WO-genova_vicesindaco_bernini.shtml

Aree Fiera, spy story in salsa Coop
http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/05/23/ARwz4iN-salsa_fiera_story.shtml

Le macerie della città sotto gli scandali
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/25/genova-dalla-lega-a-carige-le-macerie-della-citta-sotto-gli-scandali/999796/

Ritirata la variante, ma è sufficiente?

 

Come preannunciato dagli ingegneri di Coopsette (e prima da Bricoman Italia) durante la visita della Commissione consiliare V Territorio del Comune di Genova che si è svolta mercoledì 7 maggio, la proposta di variante S.U. 174/2013 è stata ritirata.

Pubblichiamo il documento inviatoci dal Comune di Genova nel quale veniamo informati che il progetto S.U. 174/2013, inerente la variante al progetto in corso di esecuzione per la riconversione ad uso produttivo/commerciale dell’ex stabilimento “Italcementi”, parcheggio in struttura, è stato ritirato dall’iter istruttorio. 

RitiroVariante

Accogliamo questa notizia con soddisfazione dopo mesi di resistenza.

Il progetto  era stato presentato alla cittadinanza, già approvato, con un vasto piazzale alberato davanti all’edificio, alberi a medio e alto fusto in sostituzione di quelli esistenti (che verranno presto tagliati). Sappiamo dai documenti progettuali consegnati in Comune che, malgrado quanto presentato, nel parcheggio Bricoman gli alberi non sono mai stati previsti.

RenderAlberi

RenderAleberi2

Alberi2

Alberi

(Render fotografici sponsorizzati prima e durante la realizzazione dell’opera)

In sede di commissione V Territorio è emerso che le resistenze alla piantumazione di nuovi alberi è della committente Bricoman Italia, la stessa società che ha chiesto alla Coopsette di promuovere la variante in struttura per incrementare i posti auto di pertinenza e che ora sembra volervi rinunciare.

La motivazione è che gli alberi toglierebbero ulteriore spazio per le automobili.

Come interpretare questi fatti?  Al pubblico viene presentato un progetto che mostra un parcheggio evidentemente ingentilito da alberi medio grandi, ma che in realtà nel piazzale non sono mai stati previsti (solo arbusti).

Nel corso dei lavori la società proponente ha chiesto una variante per incrementare i posti auto di pertinenza, ma perché? Nel progetto iniziale forse sono stati sottostimati i flussi veicolari verso il nuovo centro commerciale?

In sede di commissione è stato riferito che il parcheggio in struttura non si farà, i posti auto necessari  saranno ricavati all’interno della struttura. Ma allora perché, se esisteva una soluzione meno impattante, non è stata presentata sin dall’inizio? Questa nuova soluzione non sarà una soluzione di ripiego?

Cosa succederà se domani i posti auto non fossero sufficienti perché sottostimati sin dall’inizio in tutto il procedimento istruttorio? E chi doveva controllare questo fatto?

Trovata la nuova soluzione di mettere i parcheggi mancanti dentro lo stabilimento, quali ostacoli ci sono ora per mettere gli alberi così apertamente pubblicizzati? Forse costano troppo, forse sono un impedimento o un ostacolo? Siamo sicuri che domani, spinti dall’esasperazione di un traffico sottostimato, non si possa riproporre l’idea di un parcheggio in struttura o qualcosa di simile? Lo avevamo già detto a suo tempo per il ponte (http://www.amicidipontecarrega.it/?p=1625), sarà lo stesso per il parcheggio in struttura?

Far leva sulla esasperazione dei cittadini per un traffico che presto esploderà: sarà così facile far accettare nuove opere come un nuovo ponte veicolare al posto di quello pedonale e  magari anche la possibilità di avere altri posti auto in struttura. Evviva le magnifiche sorti e progressive della Val Bisagno che qualcuno ha meticolosamente programmato.

Non è quindi sufficiente rinunciare alla costruzione dell’impalcato ma occorre pensare al quartiere e ai benefici in termini di salubrità dell’aria, di schermatura dell’edificio, di barriere contro il rumore e contro lo smog, che solo la presenza di una fitta alberatura (e il mantenimento dell’attuale) può garantire nei confronti degli abitanti di questo quartiere. In una parola applicare le prescrizioni dell’agenda 21: “non sono prescrizioni cogenti ma per chi si sponsorizza e vuole lo sviluppo sostenibile questi sono valori irrinunciabili“.

Intanto aspettiamo la risposta all’interrogazione scritta “di motivare la notevole differenza di valutazione del traffico stradale indotto dall’insediamento Bricoman, risalente al 2011 (veicoli in numero di 1000/1200 al giorno, pari a c.a. 100/ora – cfr. relazione D.R.L. 1835/11) rispetto alla valutazione presentata da T.T.A. S.r.l. per conto di Talea Soc. (nuovo insediamento area ex Guglielmetti) dove risulta, invece, un traffico incrementale di veicoli 549/ora di cui il 49% attribuibili solo al progetto Bricoman, ovvero circa 2600 in arrivo e altrettanto in partenza nell’arco temporale di 10 ore.

Guarda cosa ne pensa Renzo Piano e fatti tu un’opinione se può essere sufficienza!

 

 

Dalla Grande Genova alla speculazione edilizia

Consigliamo, per chi non lo avesse già visto, di guardare il documentario realizzato da EraSuperba e Fondazione Ansaldo, riguardante la storia dell’urbanistica genovese degli ultimi due secoli.

“Dalla Grande Genova alla speculazione edilizia”

Il giudice della Corte Costituzionale Paolo Maddalena sul consumo di suolo in Italia

Avevamo incontrato Paolo Maddalena a Firenze al convegno di presentazione del progetto di legge toscana sulla partecipazione “Regole per il Buon Governo, la riforma della legge regionale toscana sul governo del territorio”.

Qui di seguito riportiamo proprio il riassunto dell’intervento del 20 novembre scorso durante il nostro incontro a Firenze col Giudice Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena:

Molti dei nostri problemi potrebbero essere risolti solo con la applicazione della Costituzione.
La Costituzione ha una disciplina che è stata definita di “dinamismo economico” che si basa sulla redistribuzione della ricchezza e prevede si una proprietà privata ma anche un forte ruolo del pubblico: una democrazia non è salda se uno dei suoi componenti è più ricco dello stato: ecco che il pubblico è quindi un elemento di grande importanza per mantenere la stabilità dello stato democratico: la privatizzazione va perciò combattuta perchè impoverisce il pubblico.
L’art. 42 pone in evidenza l’esistenza di una proprietà privata e di una proprietà collettiva: la distruzione del paesaggio colpisce tutti perchè colpisce il bene comune ed è quindi un danno che si fa alla collettività e pertanto un danno che va perseguito.
Il territorio appartiene a tutti: il privato non ha di per se un diritto di costruire perchè il diritto di costruire non è compreso all’interno del diritto di proprietà. La proprietà privata ha un valore sociale: se un proprietario non utilizza il suo territorio o il suo immobile deve essere tassato dallo stato perchè il privato in questo modo impedisce che un bene collettivo possa essere di beneficio per tutti. Ogni pezzo di terra anche se privato deve avere quindi una funzione sociale: un territorio abbandonato non ha utilità sociale.
L’Italia ha bisogno di una sola grande opera: la sistemazione idrogeologica del paese.
La costituzione ci da i mezzi per intervenire; ora serve la volontà politica.

A riguardo vorremmo consigliarvi la lettura dei seguenti libri:

– Settis,Paesaggio Costituzione Cemento,Torino, 2010 

– Leone, Maddalena, Montanari, Settis La Costituzione incompiuta, Torino, 2013

Pubblichiamo ora qui di seguito l’articolo che approfondisce il tema che era stato affrontato dal giudice durante l’incontro di Firenze e che è comparso sul blog nazionale di Salviamo Il Paesaggio:

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2014/02/il-consumo-di-suolo-e-la-mistificazione-dello-ius-aedificandi/

Paolo Maddalena, vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e coautore della Legge Galasso.

Audio

(ascolta la lettura automatica)

Il territorio, alle origini, è sempre appartenuto al popolo a titolo di sovranità; dunque, tra i poteri sovrani del popolo rientra anche la “proprietà collettiva” del territorio.

Per combattere il consumo di suolo è indispensabile eliminare gli equivoci sull’edificabilità e ribadire legislativamente, come suggerì la Corte costituzionale, che lo ius aedificandi non è tra i contenuti della proprietà privata dei suoli, come invece vorrebbe la proposta di legge Realacci.

1. – Il consumo di suolo e le lacune legislative

La cementificazione, l’impermeabilizzazione e l’edificazione hanno stravolto il nostro territorio, esponendolo a frane, smottamenti e distruzioni di ogni tipo. Di fronte ad un simile disastro da più parti si sono levate voci allarmate e sono piovute in Parlamento numerose proposte di legge, che promettono di “limitare” il consumo dei suoli agricoli, ammettendolo soltanto se non sia possibile trovare soluzioni all’interno di aree urbanizzate.

Si parla, ovviamente, di “suolo”, cioè di quella parte della superficie terrestre che è a diretto contatto con l’atmosfera e che, attraverso l’azione combinata di acqua, minerali e batteri, condiziona la vita dell’intero pianeta. Sennonché, dal punto di vista giuridico, non è possibile parlare di “suolo” senza parlare anche di “sottosuolo” e di “soprassuolo”. Infatti, queste tre entità sono tra loro strettamente connesse e costituiscono nel loro insieme una entità complessa, molto spesso presa in considerazione dal diritto, che si chiama “territorio”. Si vuol dire, in altri termini, che “suolo” e “territorio” sono tra loro entità inscindibili, per cui un discorso sul suolo non può prescindere da un discorso sul territorio.

E, a questo proposito, non si può fare a meno di ricordare che il “territorio” è oggi attaccato da tre temibilissimi nemici: la crisi finanziaria, che produce la sua “svendita”, e quindi, anche la svendita dei suoli; la “privatizzazione”, che trasforma la proprietà collettiva del territorio e dei suoli, in proprietà privata, sottraendo risorse a tutti, a vantaggio di pochi; ed infine, la “cementificazione e impermeabilizzazione dei suoli” con gli evidentissimi e gravissimi danni che produce.

Comunque, concentrando l’attenzione sulla tutela di quella parte del territorio definita “suolo”, è da avvertire che effettivamente il discorso deve concentrarsi sulle “cementificazioni e sulle impermeabilizzazioni”, che sono la causa prima del suo “consumo”.

Al riguardo, si deve, tuttavia, rilevare che le proposte che sono state depositate in Parlamento, ed in primis quella dell’on.le Realacci, non tengono presente un dato di fondamentale importanza: il fatto cioè che ormai il costruito prevale sul non costruito e sono stati ampiamente superati, e di molto, tutti i limiti per assicurare la “sostenibilità” ambientale di nuove costruzioni.[1]

Ne consegue che oggi non è più possibile interpretare il problema in termini di “limitazione”, ma è diventato ineluttabile parlare della cosiddetta “opzione zero nel consumo di suolo”. Lo impone, a tacer d’altro, il fatto che è stato turbato in modo gravissimo l’equilibrio idrogeologico del nostro Paese, sicché è assurdo continuare a ragionare come se fossimo agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, e non oggi, quando si è già distrutto inesorabilmente tutto il territorio.

Si è costruito sui terreni agricoli, sulle aree golenali, sugli argini dei fiumi, sulle pendici dei vulcani, sulle spiagge, ecc. E, di fronte a tale immane disastro non è più immaginabile parlare di consumi ulteriori di terreni agricoli, forestali, o addirittura di orti urbani, ricorrendo al subdolo concetto di “compensazione ambientale”, che non serve ad altro se non a spostare il consumo di suolo da un luogo ad un altro. In parole povere un “artificio” per mettere a tacere, ingannandole, le coscienze dei più attenti ai problemi ambientali. Ma v’è ancora di più. Vi sono proposte, come quella già indicata, che parlano della elargizione, da parte dell’amministrazione pubblica, del ius aedificandi, su terreni agricoli, quasi fosse moneta sonante, per coloro che si impegnano a risanare zone urbanizzate. Siamo arrivati ad uno stato confusionario generale.

Occorre, dunque, rimeditare ab imis il problema e scoprire quali siano, sia pur limitando il discorso all’aspetto puramente giuridico, le cause di questo immane disastro.

Ponendosi in questa prospettiva, salta immediatamente agli occhi che causa principale del disastro è il convincimento, diffusissimo nell’immaginario collettivo, secondo il quale il “terreno” serve soprattutto per edificarvi sopra. In altri termini, nel “contenuto” del diritto di proprietà privata sarebbe incluso il ius aedificandi, il cui esercizio ha bisogno soltanto di un “permesso” dell’autorità comunale, quello che una volta si chiamava “licenza”, ed oggi “permesso di costruire”, e che solo per breve tempo, grazie alla legge n. 10 del 1977, fu chiamata “concessione edilizia”.

In realtà questo presunto “diritto di costruire”, inteso come insito nel diritto di proprietà fondiaria, non è previsto da nessuna norma del codice civile. Un tentativo per dare un riconoscimento legislativo al ius aedificandi fu fatto dall’On.le Maurizio Lupi, il quale, a nome del partito “Forza Italia”, presentò nel 2003 una proposta di riforma del governo del territorio, che, benché approvata dal Senato, fu poi bocciata dalla Camera dei deputati[2].

Né è possibile attribuire il valore di una disposizione di legge alla sentenza della Corte costituzionale n. 5 del 1980, che ha concepito il diritto ad edificare come “insito” nel diritto di proprietà, facendo sì che il DPR 6 giugno 2001, n. 380, introducesse poi la dizione “permesso di costruire”. Infatti, la Corte costituzionale ha il potere di “annullare” le leggi e non quello di “sostituirsi” al legislatore. E’ pertanto estremamente importante che le recenti proposte di legge sul consumo dei suoli facciano chiarezza su questo punto, ponendo in rilievo che il ius aedificandi non rientra tra i contenuti del diritto di proprietà privata.

Ed è da sottolineare che i Comuni di rado hanno agito nell’interesse effettivo delle collettività amministrate, ed a ciò sono stati indotti da riprovevoli leggi statali, che hanno favorito gli interessi dei singoli, spingendo i Comuni a concedere il massimo possibile di “permessi di costruire”. Si tratta, innanzitutto, come puntualmente nota Salvatore Settis[3], del Testo unico per l’edilizia, approvato con DPR 6 giugno 2001, n. 380, il quale, all’art. 136, comma 2, lett. c), ha abrogato il sano principio della legge Bucalossi (art. 12, della legge n. 10 del 1977), secondo cui “i proventi da oneri di urbanizzazione dovevano essere obbligatoriamente utilizzati dai Comuni per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, il risanamento dei complessi edilizi compresi nei centri storici, le spese di manutenzione ordinaria del patrimonio comunale”. Di conseguenza, a seguito di tale disposizione legislativa, i Comuni si sono sentiti liberi di impiegare i cosiddetti oneri di urbanizzazione anche per le spese correnti e, essendo queste ultime sempre crescenti, hanno cominciato ad ”allentare la guardia sulle autorizzazioni a costruire, o peggio a stimolare l’invasione del territorio modificando piani regolatori, concedendo eccezioni e deroghe, chiudendo un occhio e più spesso entrambi” , ed il fatto peggiore è stato che, essendo diventati gli oneri di urbanizzazione un introito del quale si aveva bisogno anno per anno, i Comuni hanno “accresciuto il numero delle costruzioni, allentando i controlli, cannibalizzando il territorio”[4].

Né è da dimenticare l’effetto perverso provocato in proposito dall’art. 3, comma 3, del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito nella legge 14 settembre 2011, n. 148, secondo il quale “sono soppresse le disposizioni normative statali incompatibili con il principio per il quale l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Si tratta di una legge palesemente incostituzionale, poiché fonda il suo disposto solo sulle prime cinque parole dell’art. 41 della Costituzione, dimenticando che questo articolo, dopo aver affermato che « l’iniziativa economica privata è libera », prosegue dicendo che essa: «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana ». Dunque una disposizione di legge assurda, che, tuttavia, ha dato maggior forza agli speculatori edilizi nel chiedere alle amministrazioni comunali di far presto a concedere loro i richiesti permessi di costruire.

2. – Il capovolgimento di una diffusa ed erronea convinzione.

E’ da porre in evidenza, a questo punto, che costruire, come sopra si accennava, significa “modificare il territorio” e che, di conseguenza, questo può esser fattosoltanto da chi è il “proprietario” del “territorio” medesimo, considerato, peraltro, nella sua interezza, tenendo conto, cioè, anche del paesaggio, dei beni artistici e storici e degli altri beni costruiti dall’uomo.

Si deve cioè affermare con forza che il cosiddetto ius aedificandi appartiene al popolo, che è proprietario del territorio a titolo originario di sovranità e non al singolo cittadino proprietario di un appezzamento di terreno. E si deve subito avvertire che l’interesse del popolo deve esser fatto valore dal Comune, come ente esponenziale dalla comunità comunale, ma anche dai singoli cittadini, come vedremo in seguito, con l’esperimento dell’azione popolare.

Si oppone a questa indiscutibile verità, come poco sopra si osservava, la cultura borghese e quella ben più invasiva del neoliberismo economico, le quali hanno diffuso l’errato convincimento “dell’assolutezza e della illimitatezza” della proprietà privata, che perciò avrebbe come contenuto anche il diritto di costruire, nonché una prevalenza della “proprietà privata” del singolo, sulla “proprietà collettiva” di tutti sul territorio, con la conseguenza che la “tutela dell’interesse generale” viene vista come una “limitazione” della proprietà privata. E tutto questo a prescindere dalle chiarissime disposizioni della Costituzione, che vengono del tutto ignorate, come se fosse possibile leggere le disposizioni del codice civile indipendentemente dalle norme costituzionali.

E’ indispensabile “capovolgere” questa prospettiva, mettendo a confronto i due citati istituti, confronto che porrà in evidenza la “precedenza storica” della proprietà collettiva del territorio sulla proprietà privata, ed una “prevalenza giuridica” del primo diritto sul secondo.

3. – La precedenza storica della proprietà collettiva su quella privata.

Il punto di partenza di tutto il discorso è che il territorio, alle origini, è sempre appartenuto al popolo a titolo di sovranità. E’ sufficiente pensare come nasce la “Comunità politica”, per rendersene conto. Tra i vari esempi, il più pertinente sembra quello relativo alla nascita della Civitas Quiritium. Quando Romolo, o chi per lui, tracciò il solco dell’Urbs (che non ancora si chiamava Roma, poiché questo nome, dall’etrusco rumen, fu dato per l’appunto dai re etruschi), distinse il terreno su cui doveva nascere la Città dai terreni circostanti e dette luogo a tre fenomeni giuridici concomitanti: la nascita del Populus (nel senso che l’aggregato umano che si stanziava nella Città, diveniva una unità giuridica complessa, nella quale si distingueva il “civis”, il singolo cittadino, come “parte costitutiva” del tutto, ed il Populus, cioè l’intera cittadinanza); la nascita del “territorium” (da terrae torus, letto di terra), sul quale si stanziava il popolo, e infine, la “sovranità”, il potere sommo, riconosciuto al popolo stesso, di porre confini, non solo ai terreni, ma anche ai singoli cittadini, in modo che le loro libertà venissero limitate al fine di assicurare la convivenza civile.

In sostanza vennero in evidenza due concetti chiave: quello di “confine” e quello “della parte e del tutto”, nel senso che la “confinazione” dei terreni e delle libertà individuali fu essenziale per la nascita della Comunità politica, mentre lo stesso concetto di popolo, non si risolse nella concezione individualistica di una sola entità giuridica, ma implicò la rilevanza giuridica, sia del tutto, sia dei singoli cittadini, in quanto parti strutturali dell’insieme costituito dal popolo. Insomma una concezione “collettivistica” e non, come si è a lungo ritenuto, una concezione “individualistica”[5].

In sostanza, quello che è necessario porre in evidenza è che la nascita di una Comunità politica implica che, originariamente, il territorio appartiene al popolo a titolo di sovranità, nel senso che tra i poteri sovrani del popolo rientra anche la “proprietà collettiva” del territorio.

Lo dimostra, a tacer d’altro, che per “cedere” a singoli soggetti parti del territorio è stata sempre ritenuta necessaria un atto solenne la divisio, preceduta da una manifestazione di volontà del titolare della sovranità. La prima “divisio” fu operata, secondo le testimonianze letterarie, dallo stesso Romolo, ma il Niebhur ha ritenuto che si trattasse di Numa Pompilio, il quale, evidentemente dopo una deliberazione dei Patres familiarum, divise il territorio dell’Urbe tra una parte assegnata ai singoli Patres, due iugeri a testa, cioè mezzo ettaro (quanto è appena sufficiente per soddisfare le elementari necessità familiari), ed una parte riservata all’uso comune della cittadinanza, il cosiddetto “ager compascuus”. Da notare che non si trattò affatto della cessione in proprietà privata, poiché sulla parte divisa i singoli assegnatari ebbero un potere indefinito, detto “mancipium”, e non un diritto reale come il diritto di proprietà privata. Ed è ancora da notare che anche le successive assegnazioni ai veterani delle terre conquistate avvenne mediante la solenne cerimonia, di origine etrusca, detta “divisio et adsignatio agrorum”, sempre preceduta da una lex centuraiata o da un plebiscitum, cioè da una manifestazione di volontà del popolo sovrano. D’altro canto, anche in questa seconda ipotesi, trattandosi di res nec mancipi, veniva trasferita soltanto la possessio (da potis sedeo, siedo da signore), cioè una res facti e non un vero e proprio diritto. Per parlare di un vero e proprio diritto reale, corrispondente più o meno alla nostra proprietà privata, fu necessario attendere l’inizio del I secolo a. C., quando, dopo una tormentata evoluzione giurisprudenziale, si cominciò a parlare di ”dominium ex iure Quiritium”, che comunque, fu oggetto di controllo pubblico, e comportò soltanto il ius utendi et fruendi, ma non il ius abutendi, del quale si parlò solo durante il medio evo.

Nel medio evo, peraltro, lo schema rimase lo stesso. Infatti, se si pensa che la sovranità, dal popolo era passata all’Imperatore, si capisce pienamente perché si parlò di un dominium eminens dell’Imperatore e di un dominium utile di chi lavorava la terra. Il territorio, insomma, apparteneva a chi era titolare della sovranità. L’appartenenza del territorio, in altri termini, rientrava nella somma dei poteri sovrani e questa appartenenza continuava ad esistere (Carl Schmitt parla di “superproprietà”) anche se in concreto la proprietà risultava assegnata ad un singolo cittadino.

La rottura dello schema romanistico si è avuta con la restaurazione napoleonica, la quale è stata realizzata in base al principio “Il potere al Governo, la proprietà ai privati”. Si è staccato così il diritto dall’economia e si sono poste le premesse per l’affermarsi delle teorie neoliberiste, che si disinteressano della persona umana e mirano soltanto al “massimo profitto”, dando origine al dannosissimo fenomeno della “finanziarizzazione dei mercati”, alla “svendita del territorio” ed alle perniciose “privatizzazioni”, che tolgono a tutti per dare a pochi.

4. – La prevalenza giuridica della proprietà collettiva su quella privata.

La salvezza sta nell’applicazione della vigente Costituzione repubblicana, la quale ha accolto in pieno l’insegnamento dei giureconsulti romani. La Costituzione, infatti, non solo ha sostituito lo Stato persona di stampo borghese con lo Stato comunità, qual era la Respublica Romanorum, ma ha riportato in primo piano la “proprietà collettiva” del territorio, ponendo in luce che la “proprietà privata” è semplicemente “ceduta” ai singoli con un atto di volontà del popolo sovrano, e cioè mediante legge. Alla “precedenza storica” della proprietà collettiva su quella privata si accompagna oggi la “prevalenza giuridica” della prima sulla seconda.

Lo chiarisce l’art. 42 della Costituzione, secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta dalla legge….allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, sancendo cioè che tale diritto è giuridicamente tutelato soltanto se ed in quanto “assicura” “lo scopo” della “funzione sociale”, rende cioè tutti partecipi dei benefici che provengono dalle attività produttive.

Il principio della prevalenza dell’interesse pubblico sull’interesse privato è ribadito, inoltre, dall’art. 41 della Costituzione, riguardante “l’iniziativa economica privata” e cioè l’attività negoziale che il proprietario pone in essere per disporre della proprietà privata, e cioè per acquisire o vendere la proprietà dei beni economici.

Si legge in detto articolo che “L’iniziativa economica privata è libera”. “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo di recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Come si nota, alla “funzione sociale” dell’art. 42 Cost., fa riscontro “l’utilità sociale”, di cui al precedente art. 41 Cost.

Ma non è tutto. Questa “prevalenza” dell’interesse pubblico sull’interesse privato, va coniugata con la “distinzione” tra “proprietà pubblica” e “proprietà privata”, di cui al primo alinea del citato art. 42 Cost., secondo il quale “la proprietà è pubblica e privata”.

In sostanza, dal combinato disposto delle citate disposizioni emerge con estrema chiarezza che la nostra Costituzione, non prevede affatto un solo tipo di proprietà, ma due tipi: quella pubblica e quella privata, sancendo, nello stesso tempo, la “prevalenza della prima sulla seconda”. Insomma, i “limiti” alla proprietà di cui pure parla l’art. 42 della Costituzione, affermando che “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento ed i limiti”, riguardano soltanto la proprietà privata, come è espressamente detto, e non la proprietà pubblica, la quale, in questo contesto, si identifica con la “proprietà collettiva demaniale”, che spetta al popolo a titolo di sovranità, come da tempo affermato da Massimo Severo Giannini[6].

Questa distinzione, inoltre, è stata chiarita da tempo dal Regolamento di contabilità generale dello Stato, approvato con R.D. 4 maggio 1885, n. 3074, il quale affermava testualmente: “I beni dello Stato si distinguono in demanio pubblico e beni patrimoniali. Costituiscono il demanio pubblico i beni che sono in potere dello Stato a titolo di sovranità, e formano il patrimonio quelli che allo Stato appartengono a titolo di proprietà privata” [7].

Insomma, la “dinamica giuridica” che segue la Costituzione ripete puntualmente la stessa dinamica che si è svolta storicamente. All’inizio, l’intero territorio appartiene al popolo a titolo di “sovranità”. In seguito, parte del territorio viene, con “legge”, “riservato” all’uso diretto della popolazione, restando “proprietà collettiva demaniale” come res extra commercium, e cioè come beni “inalienabili, inusucapibili ed in espropriabili”, e parte viene “ceduta” a privati, diventando oggetto di “proprietà privata”.

E questa parte “ceduta” in proprietà privata, sia ben chiaro, deve comunque perseguire una “funzione sociale”, poiché ciò che conta, prima della tutela individuale, è l’”utilità sociale”, di cui parla l’art. 41 della Costituzione.

Insomma, sia la storia degli istituti giuridici, sia, direttamente, la nostra Costituzione confermano quanto sopra si diceva: si deve parlare di un “capovolgimento” delle tradizionali concezioni borghesi, rinverdite e rafforzate dalle teorie neocapitalistiche, e ritenere che non è il pubblico che “limita” il privato del suo uso del bene comune, ma è il privato che sottrae alla collettività la possibilità di utilizzarlo per il bene comune.

5. – Il ius aedificandi

Se si tiene presente, come sopra si è tentato di dimostrare, che la “proprietà privata” deriva da una “cessione” di parti del territorio a singoli individui da parte del popolo, il quale, non solo ha la “proprietà collettiva” dell’intero territorio, ma conserva, come ricorda Carl Schmitt,[8] anche una “superproprietà” o, se si preferisce un dominium eminens sulle parti “cedute”, diventa davvero inconcepibile ritenere che, oltre al diritto di appartenenza di un appezzamento di terreno, sia stato “ceduto” anche il diritto di “modificare il territorio” nella sua interezza, potere che è ovviamente rimasto nei “poteri sovrani del popolo”.

Quando ci lamentiamo degli scempi paesaggistici, della cementificazione, delle distruzioni della natura non possiamo limitarci alla “denuncia”: è un nostro “diritto di proprietà collettiva” che è stato leso, e questo diritto è ben più grande e più tutelato del diritto di proprietà privata. E, comunque, come si è detto, il ius aedificandi non ha nulla a che vedere con il diritto di proprietà privata. Non c’è nessuna disposizione del codice civile che lo preveda, mentre, come è noto, lo stesso codice ha cura di precisare che questo diritto deve fare i conti con i “limiti posti dall’ordinamento giuridico”.

Nel caso poi della costituzione a favore di un terzo da parte del proprietario privato deldiritto di costruire e mantenere su suolo proprio una costruzione (art. 952 del codice civile), è evidente che tale costituzione di un diritto reale limitato è condizionata al riconoscimento da parte dell’Autorità competente, di quel particolare terreno come rientrante in una zona urbanizzata. Si vuol dire che è “l’urbanizzazione” del territorio, è in ultima analisi la “cessione” ai singoli di questo potere rientrante nella proprietà collettiva del territorio stesso, a far nascere in capo ai singoli proprietari di terreni il diritto di costruire. Fuori di questa “cessione”, il proprietario privato non può assolutamente vantare un ius aedificandi come insito nel suo diritto di proprietà.

Ed è per questo che è corretto parlare di “concessione” del diritto di costruire,come prevedeva la legge Bucalosi, n. 10 del 1977, ed è fortemente in contrasto con tutti i principi del nostro ordinamento parlare di “licenza di costruzione”, com’era una volta, o di “permesso di costruire”, com’è oggi.

Come si è sopra chiarito, tutto ciò dipende dal fatto che la cultura borghese e neoliberista si è tenacemente opposta all’idea stessa della “proprietà collettiva del territorio”, che è invece viva e presente nel nostro ordinamento costituzionale e contiene anche questo supposto “diritto di costruire”, che, per sua natura non può appartenere a singoli soggetti, ma a tutti i consociati.

6. – La dinamica costituzionale per lo sviluppo economico. La partecipazione dei cittadini

Il problema dell’attuazione del ius aedificandi, rende necessario qualche cenno sulle linee direttrici che la nostra Costituzione pone a proposito dello sviluppo economico.

Come è noto, la nostra Costituzione parte dall’idea di comune esperienza secondo cui la ricchezza proviene da “due fattori”: “le risorse della terra” ed “il lavoro dell’uomo”. Infatti “due sono gli obiettivi” che la stessa si propone di raggiungere: a) “tutelare il territorio”; b) “proteggere il lavoro”. Ed è molto significativo, in proposito, il fatto che il Titolo III, Parte prima, della Costituzione, dedicato ai “Rapporti economici”, è in pratica dedicato, sia alla tutela del territorio, sia alla tutela del lavoro.

In particolare parlano del territorio l’art. 42, primo comma, secondo il quale “la proprietà è pubblica e privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti e a privati”, nonché l’art. 44, primo alinea, secondo il quale occorre “conseguire il razionale sfruttamento del suolo”. Parlano invece di lavoro, l’art. 35, secondo il quale “la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”, l’art. 36, secondo il quale “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente a assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, nonché l’art. 38, importante per l’affermazione di principio secondo cui tutti devono lavorare, ed è esentato da questo dovere soltanto “il cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere”, per il quale è previsto il “diritto al mantenimento ed all’assistenza sociale”.

Il quadro costituzionale, relativo ai due essenziali fattori della produzione, tuttavia, non si ferma qui. Basti pensare, quanto alla difesa del territorio, al riferimento dell’art. 9 alla tutela del paesaggio e dei beni artistici e storici[9], nonché alla disposizione dell’art. 52 Cost., secondo il quale “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. E, per quanto riguarda il fattore lavoro[10], al primo alinea dell’art. 1 della Costituzione, secondo il quale “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, nonché all’art. 4, primo comma Cost., secondo il quale “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Tutela del territorio, e cioè delle risorse della terra[11], e tutela del lavoro, e cioè della piena occupazione, sono, dunque, obiettivi fondamentali della nostra Carta costituzionale.

Come perseguire questi due obiettivi è specificato nel citato Titolo III, della Parte prima, Cost.

In questo titolo si prevede, innanzitutto, all’art. 43 Cost., un intervento pubblico nell’economia principalmente in relazione alle “imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazione di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”, precisandosi che “a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese categorie di imprese”.

Insomma, il principio è che le imprese strategiche debbono essere in mano pubblica e che non è accettabile rimettere alla speculazione privata la produzione di beni e servizi primari per la vita del Paese. Questo punto essenziale è stato travolto dalle numerose e dannosissime “privatizzazioni”, che hanno privato l’Italia, in breve periodo, del 50 per cento delle imprese, sospingendola verso una irrimediabile miseria, propedeutica ad un finale ed irreparabile disastro economico e sociale.

Altro punto strategico proprio della nostra “dinamica costituzionale” consiste nell’aver “separato” la piccola e media proprietà, come la proprietà coltivatrice diretta e la proprietà della prima casa (artt. 44 e 47 Cost.), dalla proprietà la cui produzione eccede le strette esigenze di vita e sono in grado di far crescere la “produzione nazionale”.

Per questo tipo di proprietà, come si è già accennato, la stessa tutela giuridica è condizionata all’assolvimento della “funzione sociale”, cioè all’obbligo di dar spazio all’ “occupazione” ed alla “produzione” di beni che possano soddisfare i bisogni di tutti.

Quest’obbligo è sancito in modo espresso e con piena “precettività” dal citato art. 42 Cost., in base al quale, si ripete, “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge… allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. E’ una norma universalmente riconosciuta in dottrina come “norma precettiva di ordine pubblico economico”, la quale, tuttavia, anche a causa di talune discutibili sentenze della Corte costituzionale, è rimasta del tutto “inapplicata”. Lo dimostrano il continuo e dannosissimo ricorso alle“chiusure e delocalizzazioni” di “imprese” desiderose solo di maggiori profitti, nonché la massa enorme di “immobili” e soprattutto di “terreni” “abbandonati” dai loro proprietari.

Al riguardo, è la stessa Costituzione che ci offre il rimedio. Se è vero, come è vero, chela “tutela giuridica” della proprietà privata è condizionata alla “funzione sociale”, il venir meno di quest’ultima, fa venir meno anche la tutela giuridica e, di conseguenza, vien meno il “diritto di proprietà privata” ed anche, e necessariamente, qualsiasi diritto di “indennizzo”, visto che non esiste più il diritto da indennizzare.

Si verifica, insomma, un “effetto automatico”, per il quale, il bene originariamente appartenente a tutti, e da tutti “ceduto”, mediante legge, ad un singolo individuo, torna con tutta evidenza nella proprietà collettiva di tutti.

Dunque, nel caso dell’abbandono, di terreni ed immobili, che ha un suo precedente storico “nell’ager desertus” della tarda Roma imperiale, implica il dovere, meglio si direbbe il “munus”, dell’autorità pubblica di iscrivere formalmente nella proprietà pubblica e collettiva dalla stessa amministrata il bene di cui si discute, a ciò provvedendo, dopo la necessaria “diffida” ad adempiere al proprietario. Si tratta, in sostanza, di rileggere attraverso una “interpretazione costituzionalmente orientata”, quanto è già scritto nell’art. 838 del codice civile in relazione ai terreni abbandonati, tenendo conto, come poco sopra si accennava, che il “meccanismo giuridico” previsto dalle sopra ricordate “disposizioni costituzionali” di ordine pubblico economico” implica il venir meno, insieme con il diritto di proprietà, anche del conseguente diritto all’indennizzo.

C’è poi un ultimo punto molto importante da tener presente nell’analisi di questa “dinamica costituzionale”: è la “partecipazione” del cittadino alla “funzione legislativa”, alla “funzione amministrativa”, ed alla “funzione giudiziaria”. Ed è da sottolineare che, la partecipazione alla funzione legislativa e a quella giudiziaria riguarda soltanto un potere di iniziativa o di abrogazione, mentre quella concernente la funzione amministrativa implica un effettivo esercizio della funzione stessa. Infatti, come è noto, la funzione legislativa è riservata al Parlamento e quella giudiziaria è riservata all’Autorità giudiziaria, ed invece la funzione amministrativa è condivisa da questa, con enti e con soggetti privati.

E’ noto che la partecipazione alla funzione legislativa si concreta nel referendum abrogativo (art. 75 Cost.) e nella proposta di leggi di iniziativa popolare (art. 71, comma secondo Cost.).

Più complesse sono le disposizioni costituzionali che riguardano l’effettivo esercizio della funzione amministrativa da parte dei cittadini. La disposizione principe in proposito è quella dell’art. 3, comma secondo, Cost., secondo il quale è compito della Repubblica assicurare “l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E “partecipare” alla ”organizzazione”, in termini giuridici, vuol dire proprio partecipare all’azione amministrativa dei pubblici poteri. E parlare di “lavoratori” vuol dire parlare di tutti i cittadini, poiché, come si è visto, per la Costituzione non esistono i “fannulloni”: o si ha la capacità di lavorare e si “deve” lavorare, o si è “inabili al lavoro” ed allora si ha diritto al mantenimento ed all’assistenza sociale.

Accanto a questo principio a carattere generale, la Costituzione fa ricorso alla “partecipazione” anche nel citato art. 43, nel quale, come si è detto, si affida la gestione di imprese o di categorie di imprese “di preminente interesse generale” anche a “comunità di lavoratori o di utenti”, e cioè ad entità giuridiche diverse dalla pubblica amministrazione.

Di “partecipazione” infine parla diffusamente e con precisione l’ultimo comma dell’art. 118 del rinnovato Titolo V della Costituzione, nel quale si legge che ”Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e “comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Qui addirittura si afferma che l’iniziativa dei cittadini in tema di funzioni amministrative dovrebbe precedere, in casi di estrema vicinanza agli interessi del popolo, l’azione dei pubblici poteri: questo e non altro significa il ricorso al concetto di “sussidiarietà”.

Quanto alla partecipazione alla funzione giudiziaria, occorre ricordare che, in base alla costruzione che abbiamo descritto della “Comunità politica”, il “cittadino è parte costitutiva” del popolo, e come tale può e deve agire, con un’azione popolare, nell’interesse proprio e di tutti i consociati. Si tratta di un potere di iniziativa che è insito nel sistema costituzionale, con la conseguenza che una previsione di legge ordinaria in proposito avrebbe valore puramente dichiarativo.

Questo principio sembra sia stato accolto dalle Sezioni unite della Corte di cassazione[12] e dalla Corte costituzionale[13] nel noto caso dell’azione promossa da un semplice cittadino per ottenere la cancellazione della legge elettorale, cosiddetta “porcellum”. In detta sentenza si legge, infatti, che la “questione” sottoposta all’esame della Corte costituzionale, “ha ad oggetto un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, il diritto di voto, che ha come connotato essenziale il collegamento ad un interesse del corpo sociale nel suo insieme”. Pare proprio che la Corte costituzionale abbia utilizzato il concetto, poco sopra esposto, del rapporto tutto-parte, considerando il cittadino come “parte strutturale” della collettività, per cui la sua azione giudiziaria concerne il proprio interesse individuale e, nel contempo, quello di tutti gli altri consociati. E se è così, si può agevolmente affermare che oggi, ad opera della giurisprudenza di legittimità e della giurisprudenza costituzione, l’azione popolare, è diventata una sicura realtà[14].

7. – Cosa fare?

Il discorso fin qui condotto ha spianato la strada per combattere, sul piano giuridico, contro il principale responsabile della cementificazione e della impermeabilizzazione del suolo, il cosiddetto ius edificandi. Dovrebbe esser chiaro, infatti, che non è affatto configurabile un diritto di costruire “insito” nel diritto di proprietà privata, mentre si deve necessariamente affermare che questo potere di trasformazione del territorio costituisce una “potestà” insita nella proprietà collettiva che spetta al popolo sul suo territorio a titolo di sovranità.

Vengono in evidenza, a questo punto, due concetti importanti: la tutela del territorio e la fruizione dello stesso. In sostanza, emerge la necessità di “norme di tutela” e di “norme del governo” del territorio.

Le prime, che sono di competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma secondo, lett. s), Cost., pongono i “limiti invalicabili” di tutela[15], oltre i quali, superate le soglie della sostenibilità ambientale, si provocano seri danni ambientali; le seconde, che rientrano nella competenza concorrente delle Regioni, ai sensi dell’art. 117, comma terzo, Cost., pongono la “normativa d’uso” del territorio,sanciscono, cioè, in quali zone del territorio e con quali modalità, è possibile costruire. In questo secondo caso, è bene sottolinearlo, lo Stato ha l’obbligo di stabilire, con una legge quadro, i “principi fondamentali” aventi la funzione di indirizzare o porre dei limiti alle manifestazioni legislative[16] della Regione. E non può sfuggire che l’attuale legge quadro per l’edilizia approvata con DPR n. 380 del 2001 è tutta da rifare.

E’ di questa nuova legge quadro che oggi c’è urgente, indilazionabile bisogno. Infatti, è solo in una legge di tal genere, infatti, è possibile stabilire, nella visione di un quadro generale del problema, norme fondamentali applicabili in tutto il territorio nazionale, concernenti il consumo di suolo agricolo e di verde urbano.

Ed a questo proposito, considerato che il punto dolente è quello del cosiddetto ius aedificandi, causa efficiente di notevolissimi danni al territorio, si potrebbe prevedere che la concessione edilizia possa essere rilasciata solo su terreni esistenti in zona urbanizzata e preventivamente acquisiti al patrimonio comunale, o perché si tratta di terreni o immobili abbandonati, che, come si è visto, sono automaticamente rientrati nel patrimonio della Comunità comunale, o perché, per eccezionali esigenze pubbliche, tali terreni o immobili siano stati preventivamente espropriati prima dell’urbanizzazione ed al costo previsto per i terreni agricoli.

Detta concessione dovrebbe inoltre consistere, non in un’autorizzazione a costruire, ma nella costituzione di un diritto di superficie da concedere a seguito dell’esperimento di una gara ad evidenza pubblica e dietro pagamento di un equo canone annuo rivalutabile secondo le stime di mercato. Si eviterebbe così la piaga delle dannosissime “rendite fondiarie”, causate dalle cosiddette “urbanizzazioni di favore”, che arricchiscono indebitamente pochi speculatori, a danno di tutti, nonché delle frequenti collusioni tra costruttori e amministratori pubblici. D’altro lato si assicurerebbe alle casse comunali un altro introito sicuro, dovendosi, peraltro, anche prevedere che gli oneri di urbanizzazione siano effettivamente destinati alle opere di urbanizzazione, evitando che detti introiti siano utilizzati per le spese correnti, come prevede la citata legge destinati alle spese correnti, come oggi avviene, seguendo le disposizioni del citato art. 136, comma secondo, lett. c) del vigente T.U per l’edilizia, approvato con DPR 6 giugno 2001, n. 380.

E’ poi tra questi principi fondamentali che andrebbe previsto anche la necessità di istituire una cintura verde intorno alla zona cittadina urbanizzata, nonché la previsione di notevoli Parchi urbani. Indispensabile sarebbe poi prevedere dellenorme penali che considerano delitto punibile con la reclusione da uno a cinque anni, il fatto di chi leda detti principi ed arrechi, comunque, danni ambientali.

La legge quadro di cui si discute dovrebbe ancora prevedere una attenta manutenzione[17] del territorio comunale e, nell’immediato, una grande opera pubblica statale di ristabilimento dell’equilibrio idrogeologico d’Italia.

Non è chi non veda come un’opera pubblica di tal genere possa simultaneamente perseguire due finalità: la ricostituzione del territorio e contribuire efficacemente all’uscita dalla presente cosiddetta crisi economico finanziaria, poiché la distribuzione di risorse finanziarie ad un considerevole numero di lavoratori agirebbe da volano dell’economia e permetterebbe anche di diminuire notevolmente il debito pubblico. E’ da considerare d’altro canto che gli stessi costruttori, se invogliati a concorrere agli appalti per l’esecuzione di una grandiosa opera pubblica di ristabilimento dell’equilibrio idrogeologico, certamente non avrebbero nessuna difficoltà a lavorare per un fine diverso da quello sin qui seguito. Ora la parola passa al Governo, il quale ha l’obbligo inderogabile di convincere l’Europa che è inutile accantonare contabilmente 50 miliardi all’anno per 20 anni, come ci impone il fiscal compact e che sarebbe molto più ragionevole investire dette somme in un’opera che ristabilisca gli equilibri ambientali, senza produrre merci da collocare sul mercato.

 

NOTE:

[1] Sull’argomento vedi: S. Settis, Paesaggio Costituzione Cemento, Torino, 2010.

[2] Sulla ricostruzione del fatti al riguardo, vedi E. Salzano, Memorie di un urbanista, Venezia, 2012., p. 196 ss.

[3] S. Settis, Pesaggio Costituzione Cemento cit., p.17 s.

[4] S. Settis, o. c. , l. c.

[5] P. Catalano, Populus Romanus Quirites, Torino, 1974.

[6] M.S. Giannini, I beni pubblici, Roma, 1963, rist. 1981, p. 47.

[7] Sul collegamento tra “proprietà collettiva “ e “sovranità”, vedi il mio scritto “I beni comuni nel codice civile, nella tradizione romanistica e nella Costituzione della Repubblica italiana”, in Giurisprudenza costituzionale, 2011, p.2613 ss., rinvenibile su www.federalismi. It. Tema ripreso, con dovizia di particolari, S. Settis, in Azione popolare, Torino, 2012, p.79.

[8] C. Schmitt, Il nomos della terra, Milano, 1991, p. 17 ss.

[9] Quanto alla tutela del paesaggio, sono fondamentali i volumi di Salvatore Settis: Paesaggio Costituzione Cemento, Torino, 2010 e Azione popolare, Torino, 2012; nonché il completissimo articolo di G. Severini, La tutela costituzionale del paesaggio, in www.giustizia-amministrativa.it, 2005.

[10] Da ultimo, G. Zagrebelsky, Fondata sul lavoro, Torino, 2013.

[11] Quanto alla tutela delle risorse della terra, vedi: G. Di Marzo, Anatomia di una rivoluzione, Roma, 2012; C. Iannello, Il diritto all’acqua, Napoli, La scuola di Pitagora editrice, 2012..

[12] A proposito delle sentenze del 2011, relative alle Valli di pesca della laguna veneta.

[13] Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014.

[14] Fondamentale, al riguardo il citato volume di S. Settis, Azione popolare.

[15] Vedi sentenze della Corte costituzionale a partire dalle sentenze n. 367 e 378 del 2007 in poi.

[16] C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1976, Tomo II, p. 925 s.

[17] E’ da ricordare che 45 senatori e deputati, utilizzando il lavoro degli Uffici tecnici statali, hanno presentato una importante proposta di legge, contenente norme tecniche per una reale manutenzione del suolo.

Tratto da: http://eddyburg.it/

 

 

Gli Amici di Pontecarrega in una tesi di laurea sui percorsi di mediazione comunitaria

L’attività sociale volta a superare il concetto di Periferia e la riscoperta del Bello, unito agli altri temi sociali ed ambientali che contraddistinguono la nostra attività e i nostri scopi statutari, ci ha portato, come avrete visto negli ultimi mesi, a superare i confini del quartiere arrivando ben al di là delle nostre aspettative finanche all’estero. L’attività svolta dalla nostra associazione e i temi generali da noi trattati hanno riscosso interesse e consenso tanto da essere menzionati in una tesi di laurea magistrale in Metodologie Filosofiche (curricilum etico-politico) della Scuola di Scienze Umanistiche della Università degli Studi di Genova ed opera della dott.ssa Maddalena Mari. La tesi di laurea parla delle tecniche di mediazione volte a semplificare i rapporti tra le persone e la comunicazione tra i vari gruppi. Ospitiamo il contributo della dott.ssa Mari scritto appositamente per il nostro sito.

La comunicazione tra gli umani è molto avanzata da punto di vista tecnologico, ma è diventata più difficile  la comunicazione diretta tra le persone.

Si ha bisogno di costruire  ponti tra identità diverse: tra le  persone, tra i gruppi, tra i quartieri, tra i cittadini e le istituzioni. Un metodo per farlo è quello della mediazione, da sempre usata in varie società, da tempi lontanissimi.

Oggi fare “mediazione nella comunità” diventa non solo un modo per recuperare rapporti umani in maniera  che riescano a far superare conflitti e differenze, perché questi si  trasformino in processi di sviluppo positivi, ma anche un modo di fare politica “dal basso”.

Un modo di restituire equità tra le parti in gioco. Anche i cittadini “normali” (la casalinga, l’impiegato, l’artigiano, il commerciante, l’insegnante, il pensionato, anche i bambini quando li si lascia sviluppare il dialogo) possono avere un ruolo e un peso nel quadro generale, a patto di  rispettare la “giustizia procedurale”,. Nelle società  pluralistiche e democratiche giungere ad un accordo sulle questioni di sostanza è molto arduo. Ѐ invece possibile concordare i principii e le regole secondo le quali costruire il nostro dialogo, come  strutturarlo. Le parole, i gesti costruiscono le situazioni.

E’ quanto  accaduto a Ponte Carrega. Cittadini “normali” hanno preso in mano la situazione che stanno vivendo, non accettando di subirla e hanno trasformato un disagio grave, una questione di fondo come la qualità della vita in un quartiere di periferia, soggetto alle alluvioni, in opportunità per informarsi, fare cultura, riscoprire la bellezza, condividere idee con altri cittadini, genovesi – e ora anche Europei – e creare confronto con istituzioni e con realtà economiche molto importanti.

Tesi della dott.ssa Maddalena Mari

Anche Oliviero Toscani per Ponte Carrega! C’era una volta il Bel Paese: il Bello e il Brutto raccontato per immagini come denuncia civile

oliviero-toscani-1 Il celebre fotografo Oliviero Toscani ha scelto per il blog “Fatto in Italia“, da lui curato per Il Fatto Quotidiano, anche una foto del cantiere Coopsette per il Bricoman di Ponte Carrega per raccontare per immagini cosa sta succedendo a quello che un tempo era considerato il Bel Paese. Una denuncia civile per testimoniare il Brutto e la fine del Bel Paesaggio all’italiana.

Questo nuovo riconoscimento del mondo della Cultura rafforza le nostre idee circa il tema del Cambiamento e il Valore del Bello. Le cose possono essere fatte con criteri che rispettino la dignità delle persone che abitano nelle aree di trasformazione ovvero senza questo tipo di percorso a cui corrisponde, inevitabilmente, un conflitto. Se la trasformazione viene confrontata con la cementifera nella sua piena attività è chiaro il miglioramento, ma se confrontata con i parametri e la tendenza europea allora si evidenzia l’inopportunità e l’arretratezza di certe scelte, un “costruire sul costruito” che prevede una riedificazione di tre volte il volume demolito: noi contestiamo il metodo con il quale sono state prese queste decisioni, non ascoltando a sufficienza la popolazione, senza una adeguata informazione e condivisione. Il contesto urbano e ambientale in cui si sviluppano le nostre esistenze dovrebbe essere la prima preoccupazione di un operatore che sceglie di investire in un’area di trasformazione, non solo il mercato. La preoccupazione delle Amministrazioni dovrebbe essere quella di farsi mediatrice tra i diversi interessi tutelando soprattutto la parte più debole, i cittadini, cercando di trovare una soluzione condivisa, non solo fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, tanto più è grande l’opera e tanto più è l’incasso.

Riportiamo di seguito il link dove poter guardare le altre foto scelte dal celebre fotografo.

link al fattoquotidinao

Quae optima sunt, esse communia

2014-03-04-19 Così recita Seneca, “Le idee migliori sono di tutti”: è proprio così passeggiata-convegno e osserviamo che le nostre idee piacciono, tanto da essere ripetute e copiate anche in altre parti della città.

La nostra passeggiata ci venne consigliata dagli amici del Cima Research Foundation; quest’ultima targata Pd non avrà preso spunto dalla nostra esperienza, ma le assomiglia molto! Bene: è giusto prendere spunto da esperienze che funzionano e cercare di migliorarsi.

Buona passeggiata!

Domani all’Arci 1°maggio “Recuperare la campagna invisibile”

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Per non dimenticare..

Non dobbiamo dimenticare: per questo vi offriamo la lettura automatica e il testo della delibera di Consiglio Comunale del 20 settembre 2011 nella quale venne approvata la variante urbanistica per il progetto Coopsette anche per conto del Bricoman Italia. La responsabilità di questa operazione va sempre riconosciuta e ricordata.

Clicca qui per avviare la lettura automatica della delibera consigliare:  http://www.amicidipontecarrega.it/documenti-pubblici/ConsiglioComunale34.mp3

Clicca sull’immagine per scaricare il documento integrale

Delibera34

Ricordiamo gli interventi più significativi di chi ha argomentato e contrastato l’approvazione del progetto  

…In particolare voglio rilevare che questi cittadini non sono stati auditi neppure dal Municipio e che due ex Presidenti della maggioranza erano presenti e hanno contestato sul piano del metodo proprio questo fatto. Ricordo, peraltro, che in questa zona insistono molte attività commerciali e artigianali. …” GRILLO G. (P.D.L.)

“…Indipendentemente dalla circostanza che questa delibera venga approvata da questo Consiglio, resta questo problema e durante il recente sopralluogo della Commissione Urbanistica abbiamo tutti avuto modo di ascoltare i timori dei residenti ma anche degli ex Presidenti dell’allora Circoscrizione, vecchi esponenti storici della sinistra locale, in merito alla inadeguatezza delle previsioni di questo progetto…” BERNABÒ BREA (GRUPPO MISTO)

“…Prima di tutto l’occupazione dell’area, che va senz’altro risanata ma che potrebbe andare a comportare degli oneri pesanti sulle attività analoghe in zona. A tale proposito abbiamo il parere nettamente contrario della Confesercenti, peraltro ripreso dall’Ascom. Esiste poi un problema di sicurezza del rivo e ci sono poi tante altre situazioni sulle quali ci siamo già intrattenuti in Commissione…” “…Non so bene come impatto come si rapportino i 14 mila metri quadrati ai visitatori che accederanno a quel sito, ma suppongo alcune migliaia al giorno. Siamo in una zona già densa di grandi mercati, mercati alimentari; prossimamente la zona della Guglielmetti sarà interessata da un’altra media struttura di vendita di tipo alimentare; poco più avanti verrà probabilmente installato il mercato del pesce; c’è tutta una serie di concessionarie auto che partono da Staglieno e arrivano a Molassana…. insomma, in buona sostanza è una zona già particolarmente caotica e densa di traffico e questo insediamento fra la struttura di vendita e le attività artigianali che sono previste andranno a implementare ulteriormente questo traffico…” BASSO (L’ALTRA GENOVA)

“..Intervengo per mozione d’ordine. Io vorrei sapere di cosa stiamo parlando perché l’assenza del Sindaco, che ha la delega all’Urbanistica, è un’assenza pesante: stiamo parlando di riconversione di un’area industriale e la Sindaco non è in aula! Vorrei sapere perché ha la delega all’Urbanistica!” CECCONI (P.D.L.)

Durante la discussione in Commissione è emerso, e comincia ad emergere anche dalla discussione di oggi in aula, che su questa pratica c’è stata scarsa partecipazione e che il parere del Municipio è stato espresso nel ristretto della Giunta del Municipio stesso. A questa osservazione l’assessore Vassallo ci ha detto che nel regolamento del Municipio non è specificato se debba essere una delibera di Giunta o di Consiglio: però, la regola è che quando una norma non è specificata si rinvia alle norme di carattere generale…” COSTA (P.D.L.)

Se questa pratica fino ad ora mi è sembrata fumosa il consigliere Cortese mi ha chiarito meglio perché ritengo sia assolutamente da rinviare. Come ha già spiegato il collega Costa, non è stata fatta la giusta procedura, e inoltre questa pratica per me è un “cavallo di Troia” perché dietro il nobile atteggiamento della Sinistra di dare spazio alle attività artigianali, viene creato un enorme centro commerciale [..], dimenticando che la Valbisagno sta cercando di risorgere, nonostante la crisi, da zona depressa per diventare una zona riqualificata: lo stesso comune, la stessa Comunità Europea hanno sovvenzionato questa zona, dando soldi ad ogni singolo negozio…. e ora voi cosa fate? nel tentativo nobile di ristrutturare una zona importante della città ammazzate tante piccole attività commerciali!..” “…avete già fatto l’errore con la Fiumara, ammazzando via Cantore, via Buranello, tutti i piccoli commercianti, a favore della grande Fiumara… e cosa è successo? via Cantore e via Buranello ormai non sono più strade per passeggiare perché sono diventate una sorta di bronx!” …“Voi sapete quello che state facendo, ed è per questo motivo che io chiamo questa pratica “cavallo di Troia”, perché dietro il nobile intento di dare lavoro e posto a nuovi artigiani, di cui non si sanno ancora i nomi, si vuole creare in realtà un nuovo grande centro commerciale!” LAURO (P.D.L.)

..Intanto l’ennesima variante: è comprensibile che qualunque piano abbia delle varianti di tanto in tanto, un’eccezione conferma una regola, ma un’eccezione continua significa che la regola non c’è più. Allora, proprio pensando ai commenti che la Sindaco ha reso nei giorni scorsi sul fatto della necessità di maggiori regole nella pianficazione del territorio, serve anche che quando le regole ci sono non siano oggetto di continue richieste di varianti perché allora il disegno che ne scaturisce evidentemente non è più un disegno come dovrebbe scaturire da un piano ma il collage di tante iniziative diverse. Spesso, peraltro, iniziative dei privati: noi siamo evidentemente favorevoli all’iniziativa privata ma quando i privati sono sempre gli stessi e altri privati vengono sempre scoraggiati..” “Altra questione di carattere generale sulla pianificazione è il tema del costruire sul costruito: cosa si può pensare quando una variante come questa prevede che si passi a costruire 50 mila metri quadrati su un costruito di 15 mila? Cioè quando da costruire è un fattore 3 rispetto al costruito? Non stiamo più costruendo sul costruito, la linea verde la stiamo barattando con qualche milione di oneri di urbanizzazione, peraltro in gran parte asserviti ad opere accessorie a quella stessa che è oggetto della proposta di variazione in esame. C’è quindi uno sconfessare del principio del costruire sul costruito, e al tempo stesso c’è surrettiziamente, nascosto ma neanche tanto, un cambiamento di destinazione d’uso perché è pur vero quello che dice l’assessore Vassallo, ossia che il 70% rimane area produttiva, sì ma il 70% di una superficie che viene moltiplicata per tre! Il 30% che invece va al commerciale corrisponde esattamente a 15 mila metri quadrati che sono l’esistente. Allora questa è in realtà una modifica di destinazione d’uso dall’industria al commerciale.” MUSSO (L’ALTRA GENOVA)

“..Le esperienze che abbiamo avuto nella Commissione Consiliare in loco ci ha mostrato chiaramente come vi siano dei problemi che come minimo la Giunta ha sopravvalutato: la viabilità, l’aumento incredibile di volumetria su cui si è espresso molto chiaramente il collega Musso. Se questo significa costruire sul costruito, veramente siamo rovinati, avremo un mare di cemento che colerà ovunque! BERNABÒ BREA (GRUPPO MISTO)

Bricoman Genova Ponte Carrega 1

Esito della votazione della proposta n. 42/2011: approvata con n. 25 voti
favorevoli, n. 18 voti contrari (G. Misto; P.D.L.; L’ALTRA GENOVA; U.D.C.;
L.N.L.).

 

Pontecarrega è arrivato fino alla Sorbonne di Parigi! Incomincia una importante collaborazione con l’università francese

Giorno per giorno l’interesse intorno alla nostra associazione cresce.

sorbonne

passarola Come riporta il titolo, i nostri tweet (che ci auguravamo arrivassero lontani, ma non speravamo così tanto!) le nostre attività sono arrivate in Francia, a Parigi.

Con grande sorpresa ed emozione abbiamo ricevuto la telefonata del prof. Sebastien Jacquot, ricercatore presso la più antica e più importante Università di Francia, la Paris 1-Sorbonne.

Jacquot si occupa di banlieu parigine e di periferie e già da alcuni anni studia per motivi accademici il Caso Genova e nel particolare il centro storico. Incuriosito dal nostro sito e dal nostro Manifesto (http://www.amicidipontecarrega.it/?page_id=460) e consigliatogli da chi ci segue da vicino, ha voluto incontrarci per farsi raccontare a viva voce la nostra storia, la nostra lotta di “periferia che vuole superare la periferia”: ne è scaturito un incontro che darà interessanti frutti e che pone le basi per una importante collaborazione internazionale che rafforza la nostra posizione e la nostra credibilità nello sforzo di estendere la nostra conoscenza e la nostra formazione culturale il più ampiamente possibile.

Questo incontro rende evidente a tutti il fatto che i temi da noi affrontati e discussi siano sempre più ascoltati e discussi. Noi descriviamo un caso piccolo e particolare come è il “caso Pontecarrega e della Val Bisagno”: si potrà quindi pensare a temi ristretti ai tipici argomenti da “comitato”, ma non è così.

Analizziamo il caso particolare per giungere a conclusioni generali e globalmente valide e condivise, anche in ambito accademico e in ambito europeo.

La famosa Agenda21 e la Carta di Aalborg, le chimere da cui dovevano ripartire Genova e la Val Bisagno del nuovo secolo, sono nate in Europa e rappresentavano il punto di inizio di un nuovo tipo di sviluppo per la città. Questo dettato è stato tradito e disatteso e ora incominciamo a pagarne le conseguenze, anche in termini di “pace sociale”. Parliamo di temi la cui sensibilità cresce di giorno in giorno: la cura del territorio e dei propri versanti, il lavoro di qualità e qualificante, il superamento del concetto di periferia e la Riscoperta del Bello, la democrazia partecipata.

Temi generalmente nuovi, o poco affrontati, di cui spesso si sente parlare solo in campagna elettorale. Come uno di quei frutti esotici di cui si vuole provare la polpa almeno una volta ma poi si scopre che non corrisponde ai propri gusti: così questi temi. Tutti devono almeno provare a parlarne ma poi si scopre che non vanno bene coi propri gusti. Come può sposarsi l’esotico gusto della sostenibilità con l’impellente bisogno di cementificare per dare lavoro agli amici costruttori? Come può abbinarsi il tema del lavoro di qualità e legato al territorio se bisogna favorire a tutti i costi determinati operatori che però sposano contratti di tipo flessibile o iterinale. Come poter sposare il gusto del Bello se come oneri di urbanizzazione chiediamo un parcheggio?

- Questione di gusti? -

Anche, ma è anche una questione di coerenza: quando si promuovono interessi particolari come si può pensare di essere credibili nel proporre interessi generali? Noi crediamo che non abbia alcun peso un percorso partecipato se non ci sono autorità garanti in grado di bilanciare le forze; infatti chi garantisce contro un’amministrazione che potrebbe favorire una particolare clientela piuttosto che il bene comune?

La partecipazione è soprattutto una questione culturale.

Essere periferia è uno stato mentale, come lo è essere provincia. L’amministrazione locale si pone, in un contesto europeo, con la sufficienza propria della provinciale, senza respiro di innovazione dovuto soprattutto ad un ritardo culturale e d’informazione. Il politico deve essere un bravo studente, deve aggiornarsi come un bravo professionista. Soprattutto a livello locale e decentrato il politico dovrebbe concentrarsi sui problemi del suo territorio: cosa serve discutere di politica monetaria internazionale se poi non si è in grado di risolvere i problemi più piccoli o peggio ancora se non li conosce neppure!

 

Due chiacchere con i ragazzi di Architettura

logounige La nostra associazione si caratterizza da sempre per la ricerca arch1 delle competenze. Siamo cittadini normali che si formano e cercano il confronto costruttivo con terzi, istituti di ricerca e università. Il nostro percorso è caratterizzato da questa impronta: anche oggi si è verificato questo e grazie all’amico Alessandro siamo entrati in contatto con il Dipartimento di Architettura della Scuola politecnica della Università degli Studi di Genova e la mattina del 19 marzo siamo stati invitati a tenere un seminario sulla Val Bisagno nell’ambito della lezione di Laboratorio di Progettazione del Paesaggio.

Abbiamo illustrato agli studenti la nostra attività, abbiamo descritto loro il nostro territorio e le operazioni speculative di cui noi e il nostro territorio siamo testimoni. Abbiamo descritto la Val Bisagno e Pontecarrega in un contesto europeo, quello descritto dalle linee dell’Agenda 21 e della Carta di Aalborg: lo abbiamo fatto nella consapevolezza che quella direzione è stata tradita e disattesa e che il modello di sviluppo proposto per la Val Bisagno sia oramai un modello superato e non più attuale (da alcuni decenni secondo noi). E’ stimolante parlare di questi contenuti davanti a studenti di diverse regioni e differenti origini, è stimolante parlarne davanti a ragazzi e professori la cui visione guarda all’ Europa e non alla provincia e agli “interessi particolari”.

Il ritardo culturale di Genova (e dell’Italia) di fronte a certi temi è allarmante. L’università è uno dei pochi luoghi dove permane un certo dinamismo intellettuale e con grande entusiasmo abbiamo colto l’occasione di poter incominciare a collaborare anche con loro, per un reciproco scambio di idee e confronto.

Sostenere che il futuro possa sostenersi sulle stesse basi di ieri significa due cose: non voler vedere l’evidenza di questa crisi strutturale della nostra economia; ovvero non essere in grado di vedere il cambiamento a cui la nostra economia si sta indirizzando, inevitabilmente, per cause macroeconomiche di portata mondiale.

Per questo riteniamo che sia auspicabile un ritorno progressivo all’utilizzo del territorio come risorsa che, allo stesso tempo, possa produrre ricchezza, posti di lavoro di qualità (qualificati e qualificanti) e possa porre un rimedio alla grande problematica del dissesto idrogeologico (che così, come affermato nel convegno di novembre scorso, può diventare una “risorsa per la città”).

Rispetto a questa visione si pongono in contraddizione le grandi operazioni speculative che deturpano e depauperizzano il nostro tessuto commerciale e sociale creando insanabili ferite per il nostro territorio: è il gigante che sferra l’attacco prima di crollare. Con la chimera di posti di lavoro (ma quali tipi di contratto?) e senza tenere conto che determinati tipi di attività non andranno a creare nuovi posti di lavoro ma andranno solamente a ricollocare impiegati in esubero da altre attività similari, si mantiene in vita un modello di sviluppo oramai sorpassato e in declino. Il futuro è già tracciato e va in direzione opposta rispetto ai grandi centri commerciali; la grande industria è oramai un lontano ricordo della Genova che fu ed è un futuro che non appartiene più a Genova (e forse all’Italia e a gran parte dell’Europa per cause macroeconomiche) e la grande distribuzione non potrà sostenersi in un mondo in cui si produce sempre meno e si consuma sempre meno (impoverimento della classe media; aumento dei pensionati in una città composta in grande maggioranza di over 65 con un potere di acquisto che via via sarà sempre minore a causa dell’abbassamento progressivo delle pensioni come conseguenza di contratti di lavoro non di qualità, mal retribuiti e flessibili). Oggi godiamo ancora dell’ultima parte di questa “golden age” ma bisognerebbe già pensare con la testa rivolta al futuro, al momento in cui il gigante sarà immobile e a terra, esanime. Per questo consideriamo le operazioni sul nostro territorio come il frutto di una miope visione politica che guarda agli effetti immediati (e nemmeno bene, a dire la verità!) piuttosto che a lungo termine. Una visione legata ad idee vecchie e ormai sorpassate. Idee legate a doppio filo ad un imperante provincialismo (più che all’Europa e ai nostri vicini) e all’inalterato mantenimento degli equilibri di potere e degli interessi di mercato dei soliti noti.

Con i futuri architetti e con i loro professori abbiamo voluto discutere anche della Responsabilità dei Tecnici: un architetto ha le stesse responsabilità degli amministratori. Per questo abbiamo voluto porre l’accento sulla mancanza di percorsi di condivisione con la cittadinanza. Siamo voluti partire dal nostro caso concreto e dalla mancanza di partecipazione nei processi decisionali legati al nostro territorio per dire che non si deve arrivare a scontri e conflitti insanabili ma che va fatto un percorso di mediazione per arrivare a soluzioni condivise tra tecnici, amministratori e cittadinanza. La mediazione va fatta da un’autorità garante che sia autorevole per entrambi le parti e che bilanci i rapporti di forza, da un lato un enorme potere politico-finanziario e dall’altra i cittadini.

“Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità”  – Karl Raimund Popper

Pontecarrega oggi ospite alla Facoltà di Architettura dell’Università di Genova

logounige Oggi dalle 12:30 alle 13:30 la nostra Associazione sarà ospite del corso di Laboratorio di Progettazione del Paesaggio della Scuola Politecnica dell’Università degli Studi di Genova. Esporremo agli studenti del corso la nostra idea di Paesaggio e di Urbanistica Partecipata partendo dal Nostro amato ponte e dal nucleo storico del nostro quartiere: le operazioni e le costruzioni non condivise e che non rispettano il tessuto sociale di un quartiere offendono la dignità dei suoi abitanti.

TG3 Nazionale Fuori il TG, Ponte Carrega menzionato come cattivo esempio di urbanistica

Riportiamo lo stralcio della trasmissione TG 3 Nazionale del 18 marzo 2014 di Mezzogiorno che contiene un servizio sul nostro quartiere al minuto 17:00: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a1b4e6af-fbae-4f05-93e2-5a117ec58b34-tg3.html

Il servizio è particolarmente interessante soprattutto per l’autorevole intervento del Prof. Giovanni Spalla, noto professore architetto e urbanista, che spiega i motivi del dissesto idrogeologico e la mala urbanistica.

Riteniamo che non sia un caso se il servizio menziona le problematiche del quartiere di Ponte Carrega, fra la vicina valle del Rio Fereggiano e la costruzione della TAV del terzo valico. Particolarmente toccante sono gli interventi di due cittadini di Ponte Carrega che esprimono il disagio per aver affrontato tre alluvioni in quarant’anni e l’angoscia di vedere sorgere il nuovo ingombrante centro commerciale. – “Non mi piace, non lo vogliamo, non riusciamo ad accettarlo” – dice Susanna, ma questo è il pensiero diffuso nel quartiere, ormai forse anche il sentimento dell’intera vallata. Sappiamo che i lavori di messa in sicurezza dell’asta terminale del Rio Mermi non risolverà i problemi del quartiere che rimarrà comunque allagabile dal torrente Bisagno con le relative strade di accesso. Come ci hanno detto gli esperti, solo la costruzione del grande scolmatore potrebbe definitivamente risolvere il rischio idrogeologico, ma siamo lontanissimi dalla sua costruzione, nonostante questo si continua ad aumentare i volumi e le superfici agibili con nuove costruzioni con il risultato di aumentare il traffico e incentivare l’uso di mezzi privati. Come dicono gli stessi esperti intervistati nel servizio, occorrerebbe una inversione di tendenza con un piano di decostruzione e riduzione dell’abitato.

Secondo noi questi interventi urbanistici, pur regolarmente approvati, non vanno in questa direzione, rappresentano un incentivo all’uso dell’auto oltre alla dequalificazione del paesaggio con volumi che prima non c’erano. Al parere di questi tecnici, noi aggiungiamo che queste cose si sapevano perché già individuate nel 2004 dalla Provincia di Genova con la presentazione dell’agenda agenda 21 per lo “sviluppo sostenibile” per la Val Bisagno – che cita testualmente:

obbiettivo prioritario 2.3.1 “..incremento della qualità paesaggistica”

obbiettivo prioritario 2.3.3 “promozione di nuovi regolamenti edilizi orientati alla sostenibilità e all’uso di tecniche di bioedilizia”

obbiettivo prioritario – 3.1.2: “riduzione dei volumi di traffico dovuti a mobilità privata”

Ovviamente sono belle frasi, ma evidentemente se non trovano la giusta applicazione il risultato è lo sgomento, l’indignazione, fino ad arrivare alla ribalta della cronaca nazionale. Come associazione lavoreremo perché la nostra città non sia più menzionata in questi servizi.

Bricoman


TrafficoAPonteCarrega

(Traffico a Ponte Carrega, in un giorno di pioggia)