La morte dei centri commerciali

Rolling Acres shopping mall Akron, Ohio, USA. Foto di Seph Lawless per The Guardian

Rolling Acres shopping mall Akron, Ohio, USA. Foto di Seph Lawless per The Guardian

 

 North Randall Mall. Foto di Seph Lawless per The Guardian

North Randall Mall. Foto di Seph Lawless per The Guardian

Pubblichiamo una breve rassegna di articoli sulla morte dei centri commerciali. Il primo articolo è in inglese ed è stato pubblicato sull’ultimo numero di The Guardian, una delle riviste più prestigiose a livello globale: descrive la progressiva morte del modello del Mall (centro commerciale) americano: simbolo del benessere del secondo dopoguerra e simbolo della ricchezza economica della classe media che si sta via via sgretolando. Con essa muore anche il sogno del Mall. I giovani tornano a comprare in città, abbandonando questi mega centri costruiti in periferia. La sempre più crescente concorrenza del mercato web ha fatto il resto: per fare acquisti non si prende più l’auto ma si impugna un I Phone. Si calcola che nel prossimo decennio chiuderanno tra il 15 e il 50% dei centri commerciali americani. Gli USA sono presi spesso come modello di riferimento e spesso la loro economia anticipa le tendenze della nostra: sarebbe quindi il caso di riflettere che, se la più potente economia del mondo ha questo tipo di problema, la nostra economia potrebbe seguirla a ruota e pagare un prezzo altrettanto salato: crisi economica, perdita di potere della classe media, crisi demografica e abitativa: le tendenze attuali non danno speranze a questo tipo di modello che si basava proprio su un certo tipo di benessere ed era rivolto ad un certo tipo di popolazione. L’articolo ci dice anche che alcune catene hanno provato a correre ai ripari, investendo sul restyling dei mall per renderli più accattivanti alla clientela: non è servito a niente. Il problema vero è che “the customers don’t have the fucking money. That’s it. This isn’t rocket science” (i clienti non hanno più un fottutissimo soldo. Tutto qui, non si tratta di scienza missilistica!).

http://www.theguardian.com/cities/2014/jun/19/-sp-death-of-the-american-shopping-mall

Mentre l’articolo di The Guardian potrebbe essere premonitore ed è riferito agli USA, gli articoli che seguono invece sono più vicini alla nostra realtà italiana e parlano della Fine dei Centri commerciali nel nostro paese.

http://www.giovannicappellotto.it/88-centri-commerciali-stanno-morendo/

http://www.golagioconda.it/index.php/rubriche/commenti/167-la-fine-dei-centri-commerciali

http://tendenzeonline.info/articoli/2010/03/22/la-morte-dei-centri-commerciali/

http://www.sconfinare.net/?p=10049

 

4 comments

  1. Dino Iacullo scrive:

    Signori, io ho una mega idea per salvare il centro commerciale. Se qualcuno proprietario di centri fosse interessato mi contatti.

  2. […] Crolla il mito dei grandi centri commerciali e qualcuno parla già di fallimento come minimo antropologico ma, fra un po’, anche economico. Alcune testate anglosassoni, da cui proviene la formula urbanistica, già segnalano la loro chiusura a causa di un vero e proprio rivolgimento del consumatore medio.  Intanto, l’e-commerce è in forte concorrenza, ma c’è anche una crescente preparazione da parte dell’acquirente, stimolato a compiere scelte più oculate, sempre meno consumistiche ed eteroorientate. D’altra parte, salari e occupazione da un pezzo non sono più quelli del boom.  La moltiplicazione dei centri commerciali costituisce poi  importante fattore di contraddizione: a forza di libero commercio ovunque e comunque, di licenze distribuite al miglior offerente, la concorrenza esasperata, favorita da burocrati e politici “disinteressati”, accelera la sua stessa morte per autosoffocamento. Ma c’è di più. I centri commerciali rappresentano un incredibile fallimento sotto tutti i punti di vista. Nonostante abbiano teorizzato e distrutto il piccolo commercio, con gravi ripercussioni sull’occupazione e sulla varietà dell’offerta, non sono stati in grado di costruire un’alternativa capace di ricreare la città, di farla vivere, di rilanciare il suo modus vivendi. Per lo più si tratta di grossi, brutti “scatoloni” calati in città o, peggio, in campagna, che contengono merce da vendere senza saper valorizzare il movimento che pure essi stessi creano.  Ma anche l’impiego dell’architettura moderna con le sue soluzioni artistiche non aiuta. Attira l’attenzione, forse, senza riempire il vuoto. Essi sono divenuti la negazione radicale della socialità e della cultura; quelli che contengono librerie o caffé letterari-teatrali si contano sulla dita di una mano. Ci si va per acquistare prodotti e si esce senza vedere o notare cosa.  Tutto, qui, è denaro, solo ed ossessivamente denaro.  In realtà il consumatore si mostra sempre più sensibile anche ai prodotti locali, al chilometro zero, a un’alleanza diretta con gli allevatori e i coltivatori senza più intermediari. Questo è il futuro.  Questo articolo è stato ispirato da una segnalazione di Piergiorgio Papetti. Interessante il link: http://www.amicidipontecarrega.it/?p=5293 […]

  3. […] dismesse in grandi centri commerciali, come da tempo, portando anche esempi e contributi esteri (http://www.amicidipontecarrega.it/2014/07/02/la-morte-dei-centri-commerciali/), la Associazione Amici di Ponte Carrega sostiene. Con queste considerazioni vogliamo […]

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